La storia del femminiello napoletano, tra Madonne nere e antichi culti pagani. Un racconto che spazia tra folklore e tradizione

Nella sua Guida insolita di Napoli, Luciano De Crescenzo, insigne scrittore e regista partenopeo, definisce i femminielli delle donne a tutti gli effetti, che soltanto l’anagrafe si ostina a reputare uomini. Vestiti sgargianti, trucco vistoso e folta barba sono soltanto alcuni dei tratti salienti di questa figura, che da secoli è perfettamente integrata nel tessuto socio-culturale dei quartieri popolari cittadini.

Considerarlo un travestito o un omosessuale sarebbe riduttivo; il femminiello è piuttosto una figura piena di contraddizioni: è l’anima di una donna dalla personalità esuberante, costretta  a vivere in un corpo che, in realtà, non le appartiene affatto. I peli, che ostinatamente gli crescono sul volto e sulle gambe sono il simbolo di una lotta eterna, da cui non potrà che uscire sconfitto. Ad ogni modo, malgrado gli atteggiamenti irriverenti e i toni alquanto sguaiati, questa procace figura gode di rispetto e stima da parte dei propri concittadini, che mai si sognerebbero di emarginarla, né tanto meno di usarle violenza. La popolarità di cui il femminiello gode ha sempre fatto sì che la sua presenza fosse necessaria in alcune manifestazioni tradizionali (cosa che mai si verificava in altre città, dove addirittura si pensava fosse impossessato da spiriti maligni): tra queste, la più conosciuta è la tombola vajassa (o detta scostumata).

Sebbene oggi quest’antica tradizione sia diventata un semplice spettacolino da cabaret, cui si assiste a pagamento, la tombolata era un evento riservato ad un gruppo ristretto di persone provenienti dallo stesso quartiere, ma soprattutto ai femminielli. Nelle gelide notti invernali, ci si riuniva in un basso e, ristorati dal calore di un braciere incandescente, si ingannava l’attesa del Natale con il gioco della tombola. I femminielli potevano finalmente essere sé stessi. Proprio ad uno di loro era affidato l’arduo compito di estrarre i numeri e di rallegrare gli animi: “Chest’è ‘a mana e chist’è ‘o culo d”o panaro”, esordiva; si procedeva con l’estrazione dei numeri, cui seguiva una battuta allusiva sul significato del numero all’interno della Smorfia; al rito partecipavano soltanto le donne, mentre gli uomini erano costretti fuori alla porta.

Peppe Barra, che una sera partecipò all’evento con Roberto De Simone, prima che costui ultimasse La gatta Cenerentola, ricorda:

Per fare la tombola, i femminelli si riunivano in segreto ed era l’unico momento in cui potevano essere liberamente loro stessi, portavano gli uomini e facevano liberamente le loro presentazioni: Chésta è ‘a cummara mia, chisto è ll’ommo mio.

I  poteri ultraterreni che la città attribuisce alle femminelle non sono altro, però, che il riflesso dello straordinario rapporto tra Napoli e Virgilio, che qui era sempre canzonato con l’epiteto Parthenias (“il Vergine”): un ironico riferimento alla Sirena, madre della città ,e all’aspetto efebico del poeta latino. Non è un caso, inoltre, che proprio nella località di Montevergine, a “Mercogliano” (Av), sorga un santuario dove, a cadenza annuale, si svolge il rito della juta, di cui poi diremo. Stando alle Croniche di Montevergine del 1649, il santuario fu costruito a 1270 metri di altezza (la somma dei numeri dà come risultato il numero-simbolo della tetraktys pitagorica: 10), per volere di San Guglielmo, su quello che allora era noto come Monte Partenio e/o Mons Vergilii; la scelta non fu casuale, visto che dei reperti archeologici hanno rivelato l’esistenza di templi dedicati alla dea Mefite, a Giano, a Bacco, a Vesta, a Mercurio e a Diana e Cibele.

Proprio il culto di quest’ultima dea, della quale è stata rinvenuta una statuetta, riscuoteva grande attenzione dai fedeli soprattutto in corrispondenza dell’equinozio di primavera, quando cioè veniva celebrata la fecondazione dell’Universo. La processione sacra era guidata dai sacerdoti, che, al ritmo di tamburi (le attuali tammorre), andavano alla ricerca della loro originaria condizione ermafrodita, libando il loro sangue e la loro virilità alla Natura. Con l’avvento del Cristianesimo e i cambiamenti del calendario, anche questa data fu spostata e finì per coincidere con la Candelora e con i sacrifici pasquali. Osservando poi bene il quadro della Madonna nera di Montevergine, subito si nota che ha il capo cinto da una corona molto simile a quella turrita di Cibele. Nei primi giorni di settembre, i femminielli, armati di tammorra, danno inizio al loro pellegrinaggio, come degli antichi sacerdoti pagani, alla perenne ricerca della propria natura.

Altro rito arcaico connesso con l’androginismo è quello della figliata, a cui Ferzan Ozpetek ha dedicato una lunga scena nel suo recente film “Napoli Velata”: un femminiello sdraiato su un letto simula le doglie del parto, al ritmo di una nenia che viene recitata secondo la tecnica del “taluorno” e del “trivolo battuto”; la scena, mimata con una violenta agitazione delle membra, è coperta da un velo, in quanto è più importante sentire che vedere. Anche in questo caso, il legame con i culti di Cibele è evidente: all’antico rito pagano potevano partecipare soltanto coloro che si erano evirati, per imitare l’amato della dea madre, il bellissimo Attis.
Figura mistica, il femminiello è considerato un talismano vivente, che cela però ferite profonde e brucianti, le ferite di un corpo che non sente appartenergli, coperto dai colori vivaci di un’anima esuberante, ma costantemente malinconica.

Michele De Rosa è un giovane studente napoletano, attualmente iscritto al secondo anno della facoltà di lettere classiche, presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Nel tempo libero, ama dedicarsi alla lettura di libri inerenti la storia, la cultura e le leggende della città di Napoli, per la quale nutre un amore senza confini

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