Ricomincia l’anno scolastico. Anno 2016/2017, noi possiamo solo augurarvi una cosa: Siate Ulisse

A chi ci vuole credere. A chi non sa.

Mi siedo. Cancello. Ancora prima di scrivere.

“Cancello”. Lo varcherete tutti fra qualche giorno. Lo varcavo pure io. Io adesso ho scelto il mio futuro: Lettere moderne. Voglio diventare ricercatore linguistico. Lo voglio da sempre. E poi voglio scrivere. Amo la mia lingua. E così ho scelto l’Università.

Si potrebbero scrivere storie universali sui cancelli dei licei. Ognuno ne ha dieci, come minimo. Incontri, litigi, baci, entrate, uscite. Qualcuno sigarette, qualcuno spinelli, qualcuno filoni: quelli che tutti, dopo, dicono “i migliori anni della nostra vita”.

Forse sono palle. Forse sono verità. Io credo che se uno sceglie di seguire la propria curiosità e ciò che sente dentro “i migliori anni della nostra vita” sono quelli che verranno. Io, per esempio, non vedo l’ora di dare un esame di etimologia. O di scrivere la mia tesi di laurea: chissà su che cosa, poi.

Voi, vi prego, fatelo.

Voi entrate al liceo con uno zaino sulle spalle, no? Immaginate il vostro zaino scolastico senza libri e quaderni ma con una serie di sogni e ideali. In ognuno dei cinque anni, da questo zaino molti li toglierete, li cambierete, li perderete. Molte volte, si arriva al quinto anno con lo zaino mezzo vuoto. È da questo che dovete partire.

Se vi accorgete che qualche libro – qualche sogno o qualche idea – si è perso, dovete sapere che è fisiologico.

E che i libri – di sogni o idee – però li potete scrivere.

Quando iniziai il liceo, ero entusiasta all’idea di poter collaborare al giornalino liceale. Tutti i licei ne hanno uno, no? Il mio no. Ci sono stato male per settimane. A metà del terzo anno, io e altri tre scontenti come me, il giornale ce lo siamo creati insieme. Dopo due anni la scuola aprì il suo, mentre il nostro era già al suo ottavo numero. In questi anni, più di trenta ragazzi come me ci avevano chiesto di partecipare. Avevamo creato qualcosa che prima non c’era. Avevamo aperto la strada a qualcun altro. Un libro in più in quello zaino di ognuno.

Alcuni dicono che “il liceo non serve a niente”. È vero. “Il liceo serve a tutto”. È vero. Vi farà male scoprire che con il liceo le amicizie finiranno. È vero. Vi farà male sentirvi giudicati, inutili, senza un attimo di respiro. È vero tutto, pure questo. Ma il liceo – professori o non professori, amici o non amici – vi mette a disposizione gli strumenti per combatterlo. Lui vi chiede di distruggerlo. Voi fatelo.

Esistono pagine dei libri che non aprirete mai: apritele.
Epoche storiche che non toccherete: toccatele.
Autori citati di striscio: leggeteli.

In tutti i modi potrete abbattere ciò che del liceo rappresenta un limite. Io chissà se l’ho fatto. Cercate di lasciare un segno che non sia una scritta su un muro. Ma se la scritta sul muro è una citazione da un libro di storia, anche la scritta sul muro va bene.

Una volta un mio professore disse che per spiegare Giordano Bruno doveva sentirsi in sintonia con l’Universo.
Magari vi capiteranno persone con una vocazione del genere. Innamorate profondamente di quello che fanno.
Un’altra volta un’altra docente decise di passare l’anno studiando in classe per il concorso a cattedra.
Magari vi capiteranno insegnanti che vi lasceranno un buco di sei secoli di storia.

Adesso si dice che la scuola è un “sistema”, e che tutto ciò che va contro la scuola è ribellione. Invece, io penso che sia chiaro che è la scuola a chiederti di ribellarsi a se stessa, è la scuola che ti dice: ecco chi l’ha fatto prima di te. Ti prego, fai come loro. Cambiami. Io da sola non posso.

Non mi ha raccontato, la scuola, della dittatura di Mobutu in Zaire o di Pinochet in Cile, del genocidio degli armeni, dello stupro di Artemisia Gentileschi, di Ettore Majorana o Renato Curcio. Non mi ha neanche detto cosa c’è dopo il 1950, o dopo Montale, dopo Joyce, o chi era Salvator Rosa, o Fedor Dostoevskij, o Pier Paolo Pasolini. Potrei continuare.

Purtroppo capita. Ma voi potete raccontarlo a lei, ai vostri compagni, a tutti!

Diventate amici profondi delle persone (presenti e passate) che incontrerete. Imparate a comprendere e rubare, dagli uomini e le donne che sono stati grandi prima di voi, cosa vi farà essere uomini e donne migliori. Imparate a capire chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Chi ha tracciato la strada sulla quale camminiamo, e chi la sta tracciando adesso. Perché esiste il capitalismo, perché esiste la democrazia, perché le donne possono votare.

Da quando un uomo non può più essere schiavo? Dove un uomo può esserlo ancora?

Non imparerete tutto a scuola. Quello zaino, se sarete bravi, lo riempirete, e quando sarà pieno non sarete neanche all’inizio della vostra scoperta. Però incamminatevi.

E ascoltate una storia, per favore.

Esisteva un uomo. No, mi correggo, nessuno sa se esisteva o no.
Che scrisse una storia.

La storia di Odisseo che tornava dalla guerra dopo vent’anni passati ad accarezzare la morte in giro per il Mediterraneo. A Itaca, da sua moglie e suo figlio segnati dal tempo come lui, partito giovane e tornato uomo.
Odisseo che ha visto le sirene e i giganti, e ha mangiato con pezzenti e principesse, ha corteggiato Nausicaa e Calipso, che non sognava altro che tornare a casa… riparte dopo uno sputo di tempo. Per ritornare sul mare. Oltre le colonne d’Ercole. Per tornare prima a morire di fame e poi inghiottito dal mare. A morire nelle onde.

Poteva rimanere a Itaca, si può dire.

È che in Odisseo per la prima volta Omero o chi per esso è riuscito a sintetizzare la vocazione che dovrebbe essere di tutti quanti noi, quella vocazione che ha mosso fino a ora l’umanità, quella vocazione alla curiosità e alla scoperta che manca alla scuola di oggi e che sta a voi – perché il mio turno è già passato in un attimo – riportare, portando dentro la scuola i vostri sogni e le vostre aspirazioni e come dei kamikaze farla saltare in aria.

Fate i kamikaze di idee! Piazzate ordigni di sogni su ogni pilastro. Le colonne d’Ercole hanno smesso di esistere quando qualcuno le ha attraversate.

Qualcuno riduce gli anni della nostra Odissea agli “anni più belli della nostra vita”.
No.
Continuate a credere che il giorno migliore è quello che verrà domani.
Continuate a salpare da Itaca per andare da qualche parte.
Con la scuola, costruitevi la barca.

E soprattutto, se sentite qualcuno come me che parla con gli imperativi, dicendo “fate!” “non fate!” “sentite!” “non dite!”, domandatevi sempre chi e cosa sta dicendo. Cercate di interrogarvi su ogni abuso, ogni prepotenza, anche verbale, e cercate di sentire come vostra la sofferenza e la fatica di chi nella storia dell’umanità ha vissuto con lo scopo di rendere il mondo migliore. 

Siate in ogni massacro e in ogni dichiarazione di pace. In ogni passo avanti fatto dall’uomo. Cercate di sentire come vostra la sofferenza e l’ingiustizia di ogni essere umano, perché il liceo prima di essere scuola è una galleria di sofferenze e ingiustizie nei secoli.

Questa è la storia di Odisseo. Forse è un po’ la mia.

La mia scuola, intanto, è finita.
Io, preparo il mio esplosivo per l’Università.
Non so se ho qualcosa da dire a un nuovo liceale o a chi entra di nuovo in quel cancello.
Forse gli chiedo: sii migliore di chi è stato prima di te. Distruggici. Distruggila.
O forse gli chiedo di aprirsi alla scuola per salvare chi rischia di uscirne senza sogni.
Di essere Ulisse. Di essere Odisseo.
Di fare il kamikaze all’incontrario.

Boom.

 

d.p.
a f.s.

Nell’immagine: dalla quadrilogia su “Verità_Omero/Joyce_Letteratura”, Odysseus 1, Telemachia. Ineluctable Modality of the Audibile. Matita-carbone su carta d’Amalfi, Ivano La Montagna, 2015.

L’artista, quest’uomo, è una di quelle persone che fanno di Odisseo il loro punto fermo (non è un caso se ho scelto quest’opera), ed è uno di quei professori con la vocazione, che amano intensamente quello che fanno. Grazie.

3 pensieri riguardo “Anno scolastico 2016: “siate Ulisse”

  • 13 Settembre 2016 in 17:59
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    E come ti si può contraddire? Continua a volare alto, Davide!
    Un solo appunto. Il nostro liceo ha avuto per anni un giornalino scolastico, si chiamava “Articolo 21″ . Fu un’esperienza esaltante, partecipammo a molti concorsi, ne vincemmo diversi ma il primo posto a quello bandito dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, fu per noi motivo di orgoglio e soddisfazione (chissà dove sarà finita la targa) .L’esperienza si concluse nel 2009, quando io e la prof. Veloce, che curavamo il progetto, per motivi familiari fummo assenti per un lungo periodo. Fu un input positivo per molti ragazzi, in loro nacque il desiderio e la passione di raccontare i fatti, il mondo, l’uomo. Alcuni oggi sono dei bravi giornalisti e scrivono anche all’estero.
    A te lascio un grande ” BUONA FORTUNA” e un abbraccio!
    Annamaria Sessa

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