Ardea spiega: quale fascino nasconde il Lupo, uno degli animali più caratteristici dei nostri Appennini.

Il lupo (Canis lupus), da sempre riconosciuto come uno dei predatori più affascinanti, temuti, invidiati, ha caratterizzato di certo l’infanzia di tutti, provocando un forte brivido, come protagonista di fiabe, miti o leggende, nel bene o nel male, rimanendo sempre uno degli animali più elusivi, soprattutto in Italia.

Diffuso in gran parte dei Continenti è il protagonista di una lunga storia caratterizzata dalla sua interazione conflittuale con l’uomo, spesso e volentieri, però, a completo svantaggio del nostro amico lupo. Simbolo di maestosità, di forza, di vigore di vastità. In Italia? Le prime ricerche scientifiche riguardanti la specie, sembrano siano partite dall’Appenino centro meridionale, ai confini tra Campania, Molise e Abruzzo, ovvero dalle campagne di un medico naturalista di Campobasso, Giuseppe Altobello, il quale nonostante la sua professione (chirurgo), conduceva numerosi studi sui mammiferi ed in particolare sul lupo, tanto da poter asserire che fosse una sottospecie (C. lupus italicus) completamente diversa rispetto al lupo grigio europeo.

Foto di Ilaria Cammarata

Questo splendido canide, antenato e progenitore selvatico del più familiare “migliore amico” dell’uomo ovvero il cane, ha popolato il nostro Pianeta tra 1 o 2 milioni di anni fa. Distribuito in tutti i continenti presenta differenze strutturali proprie per ogni habitat nella quale vive. Ad esempio i lupi nordamericani hanno un corpo molto massiccio, possente con colorazioni della pelliccia che variano dal nero al bianco. Alle nostre latitudini invece, il lupo si presenta più snello, con colorazioni grigio-bruno e tonalità nere e rossicce. Grande camminatore in grado di percorrere anche decine di chilometri in una notte, nella nostra nazione il lupo ha vissuto sempre una vita molto travagliata in quanto oggetto di odio e persecuzione, che lo ha portato quasi alla sua estinzione negli anni ’70.

Foto di Ilaria Cammarata

Fino alla fine del ‘700 questo predatore era ampiamente diffuso su tutta la penisola, raggiungendo anche le zone costiere. Poi con l’aumentare della popolazione e dell’espansione antropica, la conseguente bonifica e occupazione di habitat utilizzati da questo mammifero li hanno spinti verso il loro ambiente più idoneo: i boschi. Dopo l’avvio delle prime ricerche da parte di esperti negli anni ’70 e il conseguente divieto di “sterminio” con bocconi avvelenati o caccia selettiva della specie, sembra che il lupo stia pian pianino rinfoltendo la propria famiglia.

Una recente ricerca da parte dell’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale riporta che nel periodo 2009-2013 si stimano tra i 1.269 e 1.800 esemplari. Per la precisione, si stimano 57-89 lupi sulle Alpi, 1.037-1381 sull’Appennino centro-settentrionale e 175-330 sull’Appennino meridionale.

In Campania il lupo appenninico trova le sue roccaforti nei Parchi Nazionale (Cilento e Vallo di Diano), Regionali e lungo tutto l’arco appenninico, fino al Cilento. Le aree naturali protette dell’Appennino Campano sono collegate da vari corridoi biologici e costituiscono la Rete Ecologica Campana. Tracce della presenza del lupo sono state trovate sui monti del Matese, dei Picentini e sul Monte Partenio. Il Parco Regionale del Matese rappresenta il collegamento tra l’Appennino centrale e quello meridionale: infatti essendo al confine con il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, il territorio matesino è roccaforte di alcuni nuclei di lupi.

Non è semplice incontrare il lupo.

Il suo olfatto, ma soprattutto il suo udito gli permette di avvertire a lungo raggio la presenza di pericoli, dell’uomo. Da sfatare è il mito che i lupi vadano in branchi numerosi: sul nostro territorio un nucleo può essere formato anche da una coppia di lupi che possono riprodursi e allargare il nucleo con i propri cuccioli, ma soltanto per un paio d’anni, fin quando quest’ultimi non avranno raggiunto la capacità di cacciare e la maturità sessuale. Inoltre il territorio medio di caccia di un nucleo va dai 100 ai 200 km2 quindi il Matese, come i monti Picentini o il Partenio potrebbero ospitare più nuclei soprattutto se intendiamo quest’ultimi senza confini antropici. Molte sono le tracce ritrovate nel tempo da escursionisti e amanti della montagna e sottoposte ad esperti del settore che, nonostante la persecuzione, affermano che il lupo nell’appennino campano non si è mai estinto localmente.

Foto di Ilaria Cammarata

Racconti suggestivi d’incontri tra pastori e lupi sono all’ordine del giorno: per il Matese ad esempio Monte Mutria, è uno dei palcoscenici più frequentati dai lupi, come le zone di Bocca della Selva e il Pastronico, nei quali le foreste di faggio restano incontaminate e difficilmente raggiungibili, in maniera tale che i lupi possano sostare nei cosiddetti “rendez-vous site”, ovvero zone particolarmente protette individuate dal nucleo come luogo sicuro. È all’interno di questi siti che la coppia alfa, l’unica che può riprodursi, costruisce la sua tana e dove la femmina dominante dà alla luce 4-9 cuccioli, che andranno a rinfoltire il branco o a creare nuovi nuclei, colonizzando nuovi territori.

Lo studio del lupo è un mix di tecniche molto appassionanti: il modo migliore è sicuramente il ritrovamento di tracce che siano impronta o escrementi o ritrovamenti di pelo. Nei periodi invernali è molto divertente “cercare le piste” ovvero i camminamenti che spesso i lupi percorrono solitamente. Questo è possibile effettuando lo snow-tracking con ciaspole (racchette da neve) oppure sci di fondo, alla ricerca anche di “fatte” o resti di predazioni. L’associazione Ardea. Infatti, da 3 anni porta avanti eventi divulgativi sulla specie: quest’anno l’appuntamento sarà il 25 e 26 febbraio sui monti del Matese.

Foto di Francesco Riccio

Ma la tecnica in assoluto più emozionante, nonostante i suoi limiti, è sicuramente il wolf-howling ovvero l’ascolto degli ululati da parte dei lupi. Il ricercatore si cala proprio nei panni di un lupo emettendo ululati, o utilizzando registrazioni per censire quanti lupi siano presumibilmente presenti in quel territorio, se ci possono essere cuccioli, giovani oppure adulti, in quanto le tonalità di ululato sono differenti, in maniera tale da fare una stima di popolazione e capire anche se il nucleo si sia espanso.

Foto di Francesco Riccio

Il lupo è considerato “vulnerabile” (VU) secondo la Lista Rossa dei Vertebrati Italiani. In Italia il lupo è protetto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 1997, recante attuazione della Direttiva “Habitat” 92/43/CEE. È inoltre protetto dalla Legge nazionale sulla caccia n. 157/92, che comprende norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio, e dalla Legge n. 874/75, che rappresenta la ratifica ed esecuzione della CITES. La specie è inserita nell’allegato 2 della Convenzione di Berna sulla conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa.

Molte sono le dicerie e “credenze” affibbiate al lupo. Per ignoranza e pregiudizio il lupo per secoli è stato considerato nocivo e quindi attaccato dall’uomo con ogni mezzo e in ogni modo. Eppure chi non ha mai avuto a che fare con lui dovrebbe sapere che è uno degli animali con il più forte attaccamento ai compagni, con una straordinaria dedizione assoluta ai cuccioli e alla prole, incredibile resistenza fisica e soprattutto fedeltà, in quanto una coppia di lupi rimane fedele fino alla morte.

Di Giovanni Capobianco

ARDEA è composta da un gruppo di professionisti che operano nell’ambito della Conservazione, della gestione del patrimonio Naturale e Culturale e della Divulgazione Naturalistica, che hanno unito le loro singole competenze e professionalità per uno sforzo congiunto e sinergico teso a raggiungere l’obiettivo di conoscere e conservare il territorio e i suoi equilibri.

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