Ardea racconta: la Etnozoologia a Napoli tra studi passati e presenti, una passeggiata in compagnia del Professor Ottavio Soppelsa

 

Oggi sono a caccia di miti e leggende tra i vicoli trafficati del centro storico di Napoli. Ho appuntamento con il Prof. Ottavio Soppelsa che da anni si occupa dell’etnozoologia del Mezzogiorno d’Italia. L’obiettivo è vedere con nuovi occhi la mia città, dicui solitamente mi diverto ad annotare i dati zoologici come la presenza delle volpi del Real Bosco di Capodimonte, i falchi pellegrini del centro direzionale, i parrocchetti dal collare dell’Orto Botanico, gli aironi guardabuoi nei quartieri Fuorigrotta e Agnano e i corvi imperiali sulla collina di Posillipo, già segnalati lì dal naturalista inglese Tucker nel 1927.

Foto di Monia Noviello

Sono giunto sul luogo dell’appuntamento: la Fontana di Spinacorona. Ecco il Professore “armato” di caffè e cornetti!

‹‹Buongiorno Prof, come mai hai scelto questo monumento come luogo dell’appuntamento?››
‹‹Caro Rosario, conoscendo la tua passione per l’ornitologia ho voluto iniziare la nostra passeggiata mostrandoti la più antica raffigurazione di Partenope. In effetti, quella che vedi è una riproduzione, ma ciò che reputo importante, è precisare che in origine le sirene erano metà donne e metà uccelli. Già la tradizione magnogreca ci propone molte raffigurazioni delle sirene che avevano anche una importante funzione, quella di accompagnare le anime nell’aldilà.››

Estremamente interessante… e chi lo avrebbe mai detto? Oggi al termine sirena nessuno assocerebbe delle ali, neanche nella città di Partenope, nonostante siano proprio degli uccelli a dare origine al mito. Si chiamano berte, uccelli che in estate è facilissimo osservare nel nostro magnifico golfo e che nidificano ancora nelle vicine Isole Pontine. Con questo termine si fa riferimento sostanzialmente a due specie, Calonectris diomedea (berta maggiore) e Puffinusyelkouan(berta minore mediterranea). Entrambe sono pelagiche, si avvicinano alla costa, principalmente nel periodo della nidificazione, e si riproducono a terra (di norma sulle piccole isole del Mediterraneo, soprattutto quelle completamente deserte o scarsamente abitate). Il nido è posto in un cunicolo in cui depongono un unico uovo che raggiungono deambulando goffamente al suolo. Poiché in questi frangenti risultano estremamente vulnerabili ai predatori, scelgono di raggiungere il nido e la terraferma di notte e in assenza di luna. Riescono a comunicare nella piena oscurità mediante l’emissione di versi e vocalizzi molto simili al pianto e ai gemiti di una donna. Questa peculiarità induceva i marinai greci, in navigazione per il Mediterraneo, ad avvicinarsi al “richiamo femminile notturno”, che spesso si addensava fra gli scogli affioranti intorno alle isole deserte immerse nel buio. Era proprio lo scontro con questa suggestione che spesso generava il naufragio della nave e partoriva il mito delle sirene nelle storie narrate dai naufraghi.

Questo verso, oltretutto, ha ispirato uno dei racconti mitologici scritti da Ovidio “Le Metamorfosi”. La leggenda narra che i soldati di Diomede (uno dei più famosi guerrieri greci coinvolto nella guerra di Troia), stanchi della persecuzione della Dea Venere nei confronti di Diomede, rivolsero alla Dea parole che ne ravvivarono la rabbia e per le quali furono trasformati in uccelli marini “che si levarono in volo, compiendo delle evoluzioni intorno ai remi e battendo le ali”. La fedeltà dei compagni a Diomede la ritroviamo anche nelle coppie di Berta che sono fedeli al partner per tutta la loro vita, ma anche fedeli allo stesso nido che tornano ad occupare ogni anno. Per questo motivo il nome scientifico della Berta maggiore è Calonectris diomedea.

Dal centro storico io ed il Prof. ci dirigiamo verso il mare, costeggiando il porto e camminando all’ombra delle possenti mura del Maschio Angioino. In una frazione di secondo vedo sfrecciare fra i merli delle cinque torri un rondone pallido Apuspallidus e riferisco al Prof. che durante i censimenti fatti dai soci ARDEA nel 2015 e 2016 per quella piccola porzione della città di Napoli è stata riscontrata la nidificazione di tutte e tre le specie di rondoni nidificanti in Italia (quindi anche di rondone comune e rondone maggiore).

‹‹Visto che siamo vicini al Maschio Angioino, ti racconterò un aneddoto. Si narra che un coccodrillo, giunto dall’Egitto, abitasse la fossa del miglio di Castel Nuovo e che mangiasse i prigionieri che vi erano rinchiusi. Ciò che è più incredibile è che un giorno il coccodrillo incontrò il famoso filosofo Tommaso Campanella che si trovava in prigione per sospetto di fellonia. Nell’imbattersi con il grosso rettile il filosofo diede fuoco al pagliericcio e, approfittando del momento di smarrimento del coccodrillo lo ferì mortalmente alla gola con un temperino! Secondo altri il coccodrillo fu ucciso usando come esca una coscia di cavallo e, impagliato, fu appeso sulla porta d’ingresso.»

Foto di Massimiliano Ricci

Ci dirigiamo spediti verso Castel dell’Ovo, passeggiando velocemente sull’ampio marciapiede del lungomare. A precederci, una decina di metri più in là, una dondolante Ballerina Bianca (Motacilla alba) che vola via quando giungiamo al passaggio sul mare che conduce al castello. Sugli scogli che orlano la base della struttura, scorgo numerosi gabbiani reali, comuni e cormorani.

Qui il Prof prende la parola: ‹‹Che splendida visione “Castel dell’Ovo”; sai, è costruito su un isolotto che costituisce un importante e antichissimo punto di approdo: Megaride. Fu su questa roccia che, secondo la leggenda, Virgilio mago legò il futuro della città di Napoli a un Uovo.››
‹‹A un uovo?››
‹‹Sì, un uovo, simbolo di rigenerazione, rappresentazione solare. Dall’Uovo Napoli fa uscire di tutto: la sirena, il serpente che avvolge le sue spire intorno all’uovo, quindi Mithra, infine Pulcinella, personaggio da qualcuno definito “maschera”, così profondamente intriso di tradizioni esoteriche. Tornando a Virgilio, egli, con le sue arti, inserì un uovo in una brocca dal collo più stretto dell’uovo stesso, lo collocò nelle fondamenta del Castello e vaticinò che Napoli avrebbe conservato il suo splendore fino a che l’uovo sarebbe rimasto intatto. Ancora una volta abbiamo parlato indirettamente di uccelli.››

Foto di Monia Noviello

Ritorniamo verso il centro storico attraverso il dedalo di vicoli che caratterizza la città. Sui balconi e sui tetti si osservano colombi, passeri d’Italia, codirossi spazzacamini e passeri solitari che, con il loro canto, riempiono le ore crepuscolari di scolastici ricordi di leopardiana memoria.

‹‹Professore, una volta mi hai parlato di un particolare bassorilievo raffigurante Orione, mi piacerebbe vederlo. Siamo molto lontani?››
‹‹No Rosario, è proprio all’inizio di via Mezzocannone, sull’angolo stondato di un palazzo all’incrocio con via Sedile di porto››.

Giunti sul posto, resto colpito dalla strana rappresentazione di un uomo ricoperto di peli molto lunghi che impugna un coltello con la mano destra: ‹‹Perché mai è chiamato Orione?››
‹‹Il bassorilievo rappresenta Orione, il grande cacciatore figlio di Nettuno e di una ninfa. La figura era considerata dai napoletani quella di Niccolò Pesce o Colapesce, un ragazzo che per la sua passione per le apnee in mare fu maledetto dalla madre e pertanto fu condannato a vivere nelle profondità delle acque. Inutile dire che se approfondissimo questi aspetti potremmo rischiare di saltare il pranzo.››

In effetti, il mio stomaco che brontola mi fa notare che è sopraggiunta l’ora di pranzo. Percorriamo via Mezzocannone alla ricerca di un ristorante e ne troviamo uno nei pressi dell’Università Federico II.

Nell’attesa, vedo sparire in una frattura fra le lastre di piperno, un piccolo scorpione e penso tra me che forse si tratta di Euscorpius parthenopeius, taxon endemico dell’area napoletana, specie scoperta di recente (nel febbraio 2014) da un giovane studente di scienze naturali, Adam Bouderka.

Intanto siamo invitati a sederci al tavolo. Scegliamo il menù di pesce e l’antipasto è a base di polpo…

‹‹Che dici Rosario, prendiamo ’na bella nsalata ’e purpo?››
‹‹Sì, volentieri.››
‹‹Cameriere ci porti un po’ di polpo all’insalata, ma solo se è di purpo verace!››
«Prufesso’ proprio a vuie?»
‹‹Sì Genna’ l’ultima volta hai detto che erano purpetielle affugate e omettesti di dire che erano purpemusche, mo-scar-di-ni.››
«Ma oggi è polpo all’insalata, e voi lo sapete, ’o purpo musco nun se pòffa’ a’ ’nsalata!»
‹‹No Gennaro, però mi potresti rifilare una purpessa, che come sai è un’altra specie, privata della pelle per evitare che se ne senta l’odore.››
«Non mi permetterei mai ’e v’arrifila’ nu purpo fetuso. State tranquillo, due insalate di polpo ve-ra-ce!»

Congedato il cameriere, mi rivolgo al professore: ‹‹Così tante specie di polpi esistono?››

‹‹Non ne parliamo, ne ho elencati solo una parte e Gennaro ogni volta tenta di rifilarmene uno al posto dell’Octopus vulgaris.››

Nel vedere tutte quelle forme di vita marine susseguirsi nelle varie portate, è impossibile non impiattare un discorso sulla pesca e su quanto le tecniche moderne dovrebbero prevedere stringenti criteri di eco-compatibilità e di quanto certificazioni di questo tipo sulle confezioni o nei menù potrebbero aiutare il consumatore. Nel discorso, il Professore mi fa notare che in passato i cittadini avevano una conoscenza più minuziosa della fauna ittica e a dimostrarlo c’è una canzone di fine ’700 di autore ignoto Lo Guarracino in cui vengono menzionate decine e decine di specie.

Ad un certo punto pensieroso il Prof, mi dice: ‹‹Rosario caro ci tengo però a dire che quello di cui abbiamo parlato oggi è solo un aspetto del rapporto che Napoli ha avuto con il regno animale. Abbiamo parlato per lo più di leggende, tradizioni, costumi, ma il campo dell’etnozoologia è molto più vasto.››
‹‹E riusciresti a riassumerlo per sommi capi?››

Foto di Massimiliano Ricci

‹‹Ci provo! Sai che ho trascorso molti anni per scrivere “Dizionario zoologico napoletano” e, compendiare in poche parole il rapporto della cultura napoletana e gli animali, per me rappresenta un’impresa. Diciamo che il campo dell’etnozoologia può essere diviso in due grossi ambiti, uno utilitaristico, cioè l’uso degli animali per l’alimentazione, per ottenere forza lavoro, farmaci, materiali quali la lana, addirittura per giocare, pensa per esempio alle corse dei cavalli e dei cani. L’altro ambito è più spirituale ed è legato all’arte, alla mitologia, fino a giungere al sacro. Credo però che ci siamo dilungati troppo, voglio quindi solo sottolineare l’importanza che gli animali hanno avuto per i napoletani tanto da aver costruito un’articolata tassonomia popolare. D’altronde il simbolo più antico che rappresenta la città è il cavallo sfrenato.››
‹‹Sul serio? Penso che pochi oggi alla parola Napoli assocerebbero un Cavallo!››
‹‹Devi sapere che i cavalli napoletani erano apprezzati in tutta Europa ed erano allevati in quasi tutto il Regno. Famosissima un tempo, l’ormai estinta razza del corsiero napolitano, che ha contribuito alle razze Hannover, persana, murgese e lipizzana. Allevare cavalli era un’attività non solo economica ma culturale. Nel Regno di Napoli uno dei sette uffici governativi era presieduto dal Gran siniscalco che divideva la sua funzione con il Maestro cavallerizzo e il Maestro di caccia; egli aveva diversi compiti, ma il più importante era quello di curare e selezionare le razze dei cavalli. La scuola di equitazione della Maddalena era considerata la più famosa d’Europa. Nel 1550 fu scritto a Napoli il primo libro dedicato esclusivamente all’equitazione: Gli ordini di cavalcare di Federico Grisone. Il libro ebbe un successo straordinario tanto che fu tradotto nelle principali lingue europee e in Italia, tra il 1550 e il 1623, ebbe ventuno edizioni. Grisone, nobile napoletano, era considerato “padre dell’arte dell’equitazione” e fu probabilmente l’inventore del dressage. Questo animale ha dato luogo a numerosi culti e leggende. Una grande statua di bronzo, che raffigurava un cavallo sfrenato, era posta sopra un piedistallo situato nella piazza del tempio sacro al Dio Nettuno nei pressi della cattedrale di Napoli. Si narra che con il corpo furono fatte le campane della cattedrale e che la testa fu custodita da Diomede Carafa. Oggi è ancora custodita una riproduzione in terracotta nell’atrio del palazzo Carafa situato a Spaccanapoli.››

Foto di Massimiliano Ricci

Con il caffè che aveva già dato inizio alla nostra passeggiata etno-zoologica fra i vicoli e i monumenti di Napoli, concludiamo il nostro incontro, entrambi entusiasti per quanto condiviso, sorpresi di ritrovare nel presente tante testimonianze di un passato in cui la natura, che per molti aspetti era meno conosciuta di adesso, in realtà era in più nota e popolare. Oggi in pochi conoscono i nomi dei pesci o degli uccelli dei nostri territori, mentre un tempo gli si dedicavano canzoni.

Un po’ sovrappensiero torno a casa e nell’attraversare a piedi il centro storico della città penso a “Partenope” a cui la storia ha cancellato le ali e rimugino sul “Cavallo sfrenato” che l’amore smodato per il calcio ha trasformato in un asino.

Mi auguro, pertanto, che Napoli in groppa al suo passato possa presto e con fierezza recuperare le sue ali e cavalcare il futuro giungendo sempre più in alto.

L’interazione fra l’uomo e la natura è continua e costante, per molti aspetti più profonda ed intima di quanto immaginiamo, in quanto non ci si limita all’utilizzo delle risorse e all’impatto che le nostre azioni hanno sull’ecosistema. La natura stimola quadri, poesie, forgia parole ed utensili ispirati ai suoni e alle strutture che ci circondano da sempre. L’Associazione ARDEA ha dedicato un intero numero della sua rivista di cultura ambientale NaturAlis a questo affascinate argomento.

Di Rosario Balestrieri e Ottavio Soppelsa

 

 

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