Ardea ci parla delle tartarughe marine Caretta caretta e della loro presenza in Campania, attraverso dati, statistiche ma non solo.

La mia passione per le Tartarughe di mare nasce nel 2012 quando, dopo aver appreso della notizia di un nido di Caretta caretta a Palinuro, decisi insieme a due amiche, di passare qualche giorno su quella spiaggia. Nulla di che, solo sabbia da cui fuoriusciva un pezzo di lenza verde, delimitata da una corda e da quattro paletti. Eppure qualcosa deve avermi colpito quel giorno.

Ci tornammo altre volte, altre notti. Una mattina trovammo il coraggio di chiedere a una ragazza cosa stesse facendo intorno al nido visto che scavava. Ci rispose che stava rilevando le temperature della sabbia. Solo col tempo ho capito l’importanza di questa operazione.

E così da quella notte di settembre 2012 iniziarono i miei dialoghi con i biologi del centro “Anton Dohrn” di Portici. Magica fu quella sera, in cui oltre 90 piccole tartarughe “esplosero” dalla sabbia, erano le 20:35 e in spiaggia c’eravamo solo noi tre: io e le mie due amiche. I biologi erano andati a cenare. Quella schiusa, l’emozione di quella notte non la dimenticherò mai, nemmeno dopo averne viste altre decine. è così che da quel giorno, sei anni fa, che decisi di dedicare parte del mio tempo alla salvaguardia del mare e delle sue ambasciatrici: le tartarughe marine che depongono le loro uova sul litorale campano.

I dati

In Campania monitoriamo per lo più il litorale casertano, la parte Nord di quello napoletano e il salernitano. È qui che ci sono la maggior parte delle spiagge sabbiose dove le Caretta caretta vengono a nidificare. Ma è sempre qui che molte vengono ritrovate morte. E le cause sono sempre le stesse. Muoiono per l’impatto con le imbarcazioni o perché hanno lo stomaco pieno di plastica (una tartaruga su due ha ingerito plastica nel Mediterraneo, secondo le recenti ricerche). O ancora vengono catturate accidentalmente nelle reti da pesca, affogando, oppure perché ingeriscono ami e lenze.
Quest’anno le segnalazioni ammontano a 47 tartarughe trovate morte, la maggior parte nel salernitano. L’ultima il 29 luglio a Pontecagnano (SA). Di queste 47, solo sei esemplari sono stati recuperati a Caserta (l’ultima il 25 luglio). Un dato in contrasto con gli anni precedenti, poiché di solito sono state sempre molte di più le tartarughe morte recuperate nel casertano.

Per quanto riguarda le nascite, dall’inizio dell’estate, sono stati accertati 4 nidi, tutti in Cilento. E di cui l’ultimo, deposto a Montecorice (Sa), è diventato un evento diventato virale sui social. La Caretta caretta – poi ribattezzata Acquamarina – era stata ripresa dai bagnanti mentre nelle ore mattutine provava a risalire in spiaggia e deporre, trovando davanti a sé lettini e materassini. Ma dopo tre tentativi andati a vuoto, al quarto tentativo ce l’ha fatta. Alle ore 22.15, infatti, biologi e volontari hanno notato nuove tracce e a pochi metri c’era proprio la Caretta caretta Acquamarina che deponeva. Era tornata. Conclusa la nidificazione, poi, i biologi hanno apposto un gps sulla tartaruga così da seguirne i movimenti nei prossimi mesi. E alle ore 05.30 si è proceduto allo scavo e si è accertata la presenza delle uova. Speriamo, che dopo questo primo episodio, anche Montecorice e i suoi cittadini si mobilitino per accogliere le tartarughe che potrebbero continuare a scegliere la cittadina come sito di nidificazione.

Intanto tutti i nidi accertati vengono seguiti e monitorati, in attesa della loro schiusa che avverà tra fino agosto e settembre. Con la speranza che anche ad agosto, altre tartarughe arrivino sui litorali campani per deporre le loro uova.

Cosa possiamo fare tutti

Nella gestione dei litorali, tra la provincia di Caserta e quella di Salerno, esistono purtroppo delle differenze. A Salerno, grazie agli accordi presi con gli operatori di Punta Campanella e rinnovati con i pescatori, gli animali in difficoltà vengono presi a bordo e consegnati alla Stazione Dohrn per il recupero. Mentre le spiagge, gestite in modo più “naturale”, abbondano di nidi. A Caserta, invece, la situazione è diversa. E questo si ripercuote sui recuperi degli esemplari vivi: la maggior parte delle tartarughe morte purtroppo di solito viene trovata proprio qui. E anche i nidi non sono tanti o restano non segnalati. Finora, infatti, è noto solo un caso nel 2016 e uno nel 2006.

Ma la parola chiave che può invertire la rotta e aiutare le tartarughe è “collaborazione”. E tutti nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. In particolare:

I pescatori

Se si trova una tartaruga marina impigliata nelle reti o nei palamiti, purtroppo, non è sufficiente “slamarla” e rimetterla in acqua. Anche con le migliori intenzioni, perché si rimetterebbe in mare un un animale debole. Sarebbe bene lasciar riposare qualche ora la tartaruga all’asciutto, possibilmente con la parte posteriore rialzata di circa 15-20 cm, in modo da lasciar fuoriuscire l’eventuale acqua nei polmoni. Inoltre, se la tartaruga dovesse restare impigliata nel palamito è importante non issarla bordo tirando il bracciolo: il peso del suo stesso corpo potrebbe lacerare ulteriormente i tessuti interni rimasti allamati.

In altre parti d’Italia sono state già avviate delle procedure per la sostituzione degli strumenti di pesca usati finora con nuovi strumenti di pesca che diminuiscono il numero di catture accidentali di tartarughe e cetacei. Come i TED, Turtle excluder device: una porta basculante da cucire sulle reti che permette alle tartarughe di uscire dalle reti stesse. Oppure gli ami circolari, più curvi di quelli normali, che impediscono alle tartarughe di restare allamate. Questi due semplici metodi – è stato dimostrato – garantiscono gli stessi rendimenti di pescato, salvaguardando contemporaneamente le specie a rischio.

I gestori degli stabilimenti balneari

Troppo spesso l’arenile in concessione viene lavorato per far trovare ai bagnanti un tappeto uniforme di sabbia. Nessun dosso, zero tracce di vegetazione dunale, zero Posidonia, conchiglie o egagropili sulla battigia.

Ma questa pulizia radicale ha effetti negativi sia sull’erosione costiera sia per il monitoraggio e la ricerca delle tracce lasciate dalle tartarughe marine. Le piante della duna, infatti, svolgono un’azione fondamentale contro l’erosione del litorale, così come anche sassolini e conchiglie portate dal mare danno il loro piccolo contributo. Se la spiaggia viene “pulita” e resa più bella, secondo canoni che di naturale hanno ben poco, l’erosione aumenta. E con il passaggio di mezzi meccanici, vengono cancellate anche le eventuali tracce di risalita delle tartarughe marine per la deposizione. Senza contare che si potrebbero anche distruggere i nidi di alcuni uccelli protetti che nidificano in spiaggia: il Fratino e i Corrieri.

Urge quindi un’inversione di rotta. Bisogna essere consapevoli che la spiaggia, così come il mare, non sono proprietà privata. Ma una multiproprietà in condivisione con altri abitanti. Abitanti che chiedono solo che la spiaggia venga disegnata dal vento e dal mare, e non da mezzi meccanici.

I bagnanti

Tutti siamo “bagnanti” a un certo punto dell’anno. Dovremmo abituarci all’idea che la posidonia o qualche alga non sono un qualcosa da cui la spiaggia dev’essere pulita. Ma piuttosto, i veri rifiuti in spiaggia sono solo quelli che lasciamo noi.

Plastica e mozziconi di sigaretta, soprattutto. Il nostro modo di vivere sta lentamente (ma nemmeno tanto) e irrimediabilmente stravolgendo il Pianeta. L’uso sempre più frequente di plastica e l’abbandono di quest’ultima lungo i corsi d’acqua o in spiaggia o anche al di fuori dei circuiti di regolare smaltimento, ce la fa poi ritrovare al mare. Fortunatamente sembra, che si sia preso atto di questo abuso di materie plastiche e che saranno messe al bando: prime tra tutte cannucce, posate e bicchieri di plastica. Il primo passo dunque è non inquinare la spiaggia.

I bagnanti, poi, sono un importante risorsa per l’individuazione di tracce, nidi e animali in difficoltà. Ma c’è bisogno di campagne di sensibilizzazione, che stiamo mettendo in atto. Quest’anno proprio un bagnante, il 24 giugno a Palinuro, ha individuato delle tracce di Caretta caretta, grazie a dei semplici manifesti che stiamo distribuendo da qualche anno agli stabilimenti balneari campani. In questi casi se si vedono tartarughe spiaggiate o loro tracce è bene chiamare la Capitaneria di Porto al numero 1530 e la Stazione “Anton Dohrn” ai numeri 0815833111 o 3346424670.

Sono azioni semplici, che non comportano alcun sacrificio. Tutti possiamo fare la nostra parte e abbiamo il dovere morale di farla, per le tartarughe, per l’ambiente, per gli animali, per le future generazioni. La nostra impronta non è fatta sulla sabbia, ma sul cemento. E il vento e le onde non possono cancellarla in poche ore.

Articolo a cura di Nicola Campomorto

ARDEA è composta da un gruppo di professionisti che operano nell’ambito della Conservazione, della gestione del patrimonio Naturale e Culturale e della Divulgazione Naturalistica, che hanno unito le loro singole competenze e professionalità per uno sforzo congiunto e sinergico teso a raggiungere l’obiettivo di conoscere e conservare il territorio e i suoi equilibri.

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