La tradizione della befana in Campania: antichi fasti e miti vivi ancora oggi nelle case e nella cultura di ogni famiglia.

Il mito, la tradizione della Befana (dal greco apparizione/manifestazione) come si sa è antichissimo, si rifà a culti pre-cristiani, da quelli orientali, agli egizi, poi ripresi appunto dai greci (la Festa della Luce, dove il sovrano si “manifestava” appunto ai sudditi) e successivamente dai romani, ma tutti sicuramente collegati ai riti propiziatori relativi al solstizio d’inverno ed alla rigenerazione della natura.

Il 6 gennaio infatti – nella tradizione cristiana – è il giorno dell’Epifania, il giorno in cui Gesù Bambino si manifestava ai tre re Magi che erano arrivati a Betlemme per vederlo, portando ciascuno di loro un dono.

Difatti anticamente il Natale non correva il 25 gennaio ma il 6 gennaio.

La dodicesima notte dopo il solstizio invernale, ovvero il 6 gennaio, si celebrava la morte e la rinascita della natura. I Romani credevano che in questa notte delle figure femminili volassero sui campi coltivati per propiziare la fertilità dei futuri raccolti: da qui deriverebbe quindi il mito della figura “volante” (culto della dea Diana da cui pure discende quello delle Janare di Benevento).

La Befana quindi vorrebbe richiamare il trapasso di Madre Natura da un ciclo oramai terminato a quello futuro di rigenerazione: i doni benaguranti che la Befana-Madre Natura oramai giunta alla fine dell’anno, rinsecchita (e quindi da ardere a nuova luce) offre come semi per il nuovo ciclo agricolo, mentre il carbone rappresenterebbe il vecchio che va appunto arso.

Non a caso in Campania si parla di Pasca ‘Pifania, riconduncendosi appunto al significato originario di Pasqua: “passaggio/trapasso” dal vecchio al nuovo ciclo della natura, appunto. La notte del 5 gennaio, oltre che la morte della vecchia Madre Natura, sanciva anche la fine del tempus tremendum degli antichi, una credenza popolare che si basava sul ritorno ciclico dei morti fra la notte fra l’1 e il 2 novembre.

Anche qui la tradizione in Campania voleva che si preparasse il c.d. pasto dei morti in cambio dei doni, sottoforma di dolciumi, come i “muortecielle”, torroncini che richiamavano la forma di una bara.

Inoltre ed è questa ancora una tradizione viva in alcune zone del salernitano, la notte del 5 gennaio,  davanti ad ogni casa c’era una candela accesa, per dare ai morti una lampada, con la quale andare definitivamente dinanzi a Dio.

In Campania, per l’Epifania è tradizione la preparazione della prima pastiera dell’anno poiché la prima Pasqua cade appunto nella ricorrenza della celebrazione del 6 gennaio.

A Napoli è fortissima la tradizionale spesa o “notte della Befana” (aggio ‘a jì a ffà ‘a Bbefana è un rito dovuto da di ogni madre, parente o fidanzato per un suo amato) nell’animatissima e storica Piazza Mercato dove si affollano bancarelle e negozi fino a tarda ora con ogni tipo di “cazetta”, dolciumi, “sfizi” e giocattoli.

Di grande tradizione e sapore ‘o broro ‘e purpo che la notte che precede l’Epifania si serve ai viandanti intenti alle compere dei balocchi, come ci racconta Matilde Serao nel Ventre di Napolibollito nell’acqua di mare, condito con peperone fortissimo”.

A ricordare l’esaurisi del vecchio anno in alcune realtà locali campane che conservano la tradizione contadina è ancora in uso accendere grandi falò propiziatori che, in base all’orientamento di fumo e scintille, offrono previsioni sul nuovo anno e sul prossimo raccolto. Il fuoco, la luce, infatti, rappresenta simbolicamente la fine del vecchio e il manifestarsi del nuovo anno che lascia il posto al passato che si è consumato, il carbone. 

Come si vede ancora una volta la Campania è terra di tradizioni che vengono da molto ma molto lontano.

Massimiliano Verde, napoletano, dottore magistrale in Scienze Politiche, ricercatore storico del patrimonio linguistico e culturale campano.

Consulente in progetti ed eventi culturali, artistici e d’incoming turistico in Italia ed all’estero.

Presidente dell’Accademia Napoletana, per la promozione, diffusione e salvaguardia della Cultura e della Lingua di Napoli.

Con l’Accademia, organismo di studio della sua associazione Notre Napule ‘a Visionaire, ha prodotto il primo corso e certificato di conoscenza di lingua napoletana ai sensi del QCER/CEFR europeo riconosciuto da un’istituzione pubblica (Comune di Napoli), la prima mappa info-turistica dalla doppia odo-toponomastica (III Municipalità di Napoli) e redatto il primo documento pubblico in lingua napoletana del XXI secolo, prodotto poi dall’Assessorato ai Giovani del Comune di Napoli ed ulteriori iniziative (collaborazione per il recupero della Chiesa di Santa Luciella ai Librai, realizzazione di mostre documentarie e fotografiche in lingua napoletana a Napoli, Scafati e Giugliano in Campania) sempre per la protezione del patrimonio linguistico-culturale di Napoli e campano.

Ha ricevuto per il suo progetto sulla lingua napoletana numerosi e prestigiosi apprezzamenti, tra i cui, (oltre al Comune di Napoli), da parte del dott.Mariano Rigillo, Direttore della Scuola di Teatro dello Stabile/Teatro Nazionale di Napoli, del Consiglio Regionale della Campania ed anche dall’estero (Università URCA del Brasile, Centre Culturel Italien di Parigi, Istituto di Studi Valenziani in Spagna, ecc.)

Collabora con enti culturali, artisti ed associazioni in Italia ed all’estero.

Commenta