Bologna e Napoli: un viaggio alla scoperta dei legami nascosti che uniscono la città felsinea e la partenopea

Bologna e Napoli: 570 km e un filo invisibile che lega queste due città complesse, estremamente diverse, eppure per alcuni aspetti vicine, così tanto da incontrarsi in alcuni punti. Un filo invisibile che parte dal XIII secolo, dall’epoca di Federico II e arriva fino ai nostri giorni, attraverso una rete fatta di arte, storia, cultura, musica e antiche tradizioni. Basta trascorrere un giorno a Bologna per rendersi conto di quanto la città abbia in comune con Napoli, pur nella sua diversità, anzi forse proprio in virtù di questa diversità, che permette di creare ponti tra le due culture: da un lato quella di una città marinara, un tempo capitale di un florido regno, dall’altro quella di una città dell’entroterra, uno dei primi comuni italiani, in posizione strategica tra il nord e il centro della Penisola. Un breve viaggio ideale ci aiuterà a riavvolgere il filo di Arianna con cui  siamo partiti da Napoli, e di ripercorrere idealmente le strade della storia, per scoprire le infinite diversità e le innumerevoli affinità che le uniscono.

Appena usciti dalla stazione di Bologna la prima cosa che si percepisce è la relativa tranquillità che sembra avvolgere le persone e le cose. Di sicuro un’atmosfera ben diversa da quella che regna nella nostra piazza Garibaldi. A Napoli, infatti, fin dai primi istanti si avverte una sorta di energia pulsante, un caos vitalistico che impregna non solo piazza Garibaldi, ma un po’ tutte le strade, e che forse costituisce una delle fibre portanti dell’anima partenopea. Sembra che le due città siano sintonizzate su frequenze diverse: una più lenta, l’altra più ritmata.

Dopo pochi passi, siamo già in una delle vie principali e più famose di Bologna: via dell’Indipedenza, parallela al cardo dell’antica città romana. La strada, che collega la stazione a Piazza Maggiore, si snoda attraverso una serie continua di portici, uno dei simboli per eccellenza della città, che si estendono, come un lungo abbraccio, per 40 km. Luogo di socialità e di incontro, simbolo di ospitalità, i portici rappresentano un po’ per Bologna quello che è il lungomare di Mergelllina per Napoli. Via dell’Indipendenza ha un carattere abbastanza simile al nostro Corso Umberto o a via Toledo, nel suo mix di elementi di modernità e tratti della tradizione. È la via dello shopping, ma ospita anche alcuni edifici storici, come il più grande teatro stabile bolognese, l’Arena del Sole, con la sua facciata neoclassica. I negozi dei grandi marchi d’abbigliamento si affiancano a numerosi bar e tavole calde che offrono gustose specialità locali, come tigelle e piadine. Un po’ come trovare in via Toledo, a pochi passi dalla vetrina di H&M, le vetrinette con pizze fritte e calzoni ripieni.

Studenti lavoratori, turisti, affollano la strada e in questo fiume di persone sembra di riconoscere alcuni volti familiari, come quello di Giovanni, che dal 1970, ogni autunno vende caldarroste sotto i portici di via dell’Indipendenza. Con il suo berretto in lana, le mani rugose e arrossate e gli occhi da ragazzino sembra uscito da una fotografia in bianco e nero e, se non fosse per il suo accento marcato, avreste giurato di averlo visto qualche giorno prima a Spaccanapoli. Proseguendo in via dell’Indipendenza, sulla sinistra troviamo la cattedrale di San Pietro, edificata nel X secolo ma ristrutturata poi nel 1605. Un luogo di culto e uno scrigno di preziose opere d’arte, situato in una delle vie più frequentate della città, esattamente come a Napoli la cattedrale dedicata a San Gennaro. Il duomo di Napoli rappresenta una delle più alte espressioni del sentimento religioso dei napoletani. Ogni angolo della cattedrale sembra parlarci e raccontare un frammento della sua storia, indissolubilmente legata alla storia dell’intera città. Nel corso dei secoli, infatti, re e principi, dopo aver vinto con le armi dovevano ricevere l’approvazione di San Gennaro. Il primo a dare avvio a questo rituale fu nel 1140 Ruggero II il Normanno, fondatore del Regno. Quattro secoli più tardi, Carlo V, nel 1535, dopo essere entrato a Napoli da Porta Capuana, presto giuramento nel duomo.

Proprio la figura di Carlo V ci riporta a Bologna, nella Basilica di San Petronio, dove nel 1530 era avvenuta l’incoronazione imperiale. Sia il duomo di Napoli che San Petronio, quindi, sono due edifici simbolo, non solo templi sacri e maestose opere d’arte, ma al contempo luoghi legati alla storia civile delle città. La Basilica di San Petronio domina piazza Maggiore, come a Napoli la Chiesa del Gesù si erge nella piazza omonima, come un gigante buono che veglia sulla città.

Camminando per le strade del centro storico di Napoli è impossibile non ripensare a Pino Daniele e alla sua Napul’è, che come un caleidoscopio riflette le infinite sfumature della città. Allo stesso modo, entrando in Piazza Maggiore, sembra quasi di sentire la voce di Lucio Dalla che riuscì a racchiudere in una sola canzone l’animo di una piazza che sa essere “casa” per chiunque vi metta piede. Piazza Grande è l’emblema musicale di una città, come Napul’è di Pino Daniele. Ma è anche espressione di un bisogno di tenerezza, di libertà e di una sete di sogni che accomunano tutti gli uomini. Le sensazioni che si provano in  Piazza Maggiore, in uno spazio così vasto, carico di echi del passato e voci della modernità, possono essere simili a quelle che si provano stando in Piazza del Plebiscito a Napoli. L’animo viene pervaso a un senso di leggerezza, di libertà, ma allo stesso tempo da un senso di piccolezza che si prova sempre al cospetto dei monumenti secolari che ci ricordano che siamo “nani sulle spalle dei giganti”. Una  sensazione che diventa ancora più netta se si sale sulla torre degli Asinelli, che insieme alla Garisenda rappresenta uno dei  simboli più noti della città. Nei giorni di tempo sereno la vista dall’alto dei 97 metri della torre si può spingere fino alle colline bolognesi. Ammirare la Bologna da questo punto privilegiato, ripensare alla storia millenaria di questa città è come contemplare Napoli dalla Certosa di San Martino.

Ma scendiamo dalla Torre e torniamo per un attimo in Piazza Maggiore, dove troviamo alcuni degli edifici storici più antichi della città, come il Palazzo del Podestà e il Palazzo del Capitano del Popolo. Come ci ricordano i nomi, sono simboli del potere delle istituzioni comunali. La storia di Napoli, ben diversa sotto questo punto di vista, è invece testimoniata dai suoi sette castelli, che segnano le diverse dominazioni e fasi storiche attraversate dalla città. Negli anni in cui a Bologna governava il podestà, nel Mezzogiorno Federico II dava vita a uno stato fortemente centralizzato, basato su una concezione laica del governo e della cultura: si circondò, infatti, di una schiera di funzionari dotati di una cultura di tipo giuridico e fondò importanti istituzioni culturali, come la scuola di medicina di Salerno e l’università di Napoli, che resta tuttora una delle più prestigiose a livello nazionale, insieme a quella di Bologna, sorta a partire dal 1088 come libera associazione di studenti. La straordinaria novità introdotta da Federico II consisteva nel fatto che l’università, istituita nel 1124, era la prima ad essere del tutto slegata dall’autorità papale e dal controllo della Chiesa. I funzionari di Federico II, che avevano dato vita alle prime espressioni poetiche in volgare (la Scuola Siciliana), si erano formati all’università di Bologna, dove avevano studiato anche i rappresentanti dei ceti amministrativi dei comuni. Fu così che l’esperienza poetica della Scuola Siciliana fu accolta e rielaborata a Bologna, dopo la fine tragica e improvvisa del regno di Federico II. Il figlio di Federico II, re Enzo, fu imprigionato durante la battaglia di Fossalta e rinchiuso a Bologna, nel palazzo che fu poi chiamato Palazzo re Enzo, cui si accede da Piazza del Nettuno. Dando le spalle alla fontana del Nettuno, ci si trova di fronte alla torre degli Scappi, chiamata così perché, secondo la leggenda una donna, accortasi della presenza di re Enzo, fuggito dalla prigionia, gridò: “Scappi, scappi”. La torre ospita il negozio più antico della città: la Coroncina, che nel tempo è divenuto un luogo- simbolo, tanto da entrare nel parlato comune: “Alla coroncina puoi trovare di tutto, da un elefante a uno spillo”. Insomma, la Coroncina a Bologna è un po’ come la pasticceria Scaturchio o la pizzeria Starita a Napoli: molto più di un semplice negozio, un pezzo di storia.

I nodi che uniscono Bologna e Napoli non i limitano all’epoca di Federico II e re Enzo, ma continuano nell’era contemporanea. Dalla poesia lirica alla musica, o meglio a quella particolare forma artistica a metà tra musica e poesia che è il cantautorato. Con un salto temporale di alcuni secoli giungiamo al 1966, anno in cui fu composta Caruso. Dalla raccontò di averla scritta quando fu costretto da un guasto alla sua imbarcazione ad un soggiorno prolungato presso l’hotel Excelsior, a Sorrento, dove il tenore napoletano aveva trascorso gli ultimi giorni di vita. La prima sera i proprietari dell’albergo raccontarono a Dalla della passione segreta di Caruso per una sua giovane allieva: fu questa l’ispirazione, che lo portò a comporre la canzone in pochissimi giorni. Ma Caruso non fu l’unico omaggio che Dalla volle rendere a Napoli. Per tutta la vita il cantautore coltivò un profondo amore per la città partenopea, che per lui rappresenta “il mistero della vita dove bene e male si confondono, ma comunque pulsano.”

Nel corso dei suoi soggiorni napoletani, si appassionò a ogni espressione artistica, dalla sceneggiata alla canzone classica napoletana, cimentandosi in canzoni come “Anema e core” e “Era de maggio”, un testo universale che secondo Dalla non aveva nessuna ambizione poetica e proprio per questo era poesia pura. L’ultima dichiarazione d’amore per Napoli fu Fiuto, un duetto satirico con Toni Servillo, contenuto nel cd Angoli nel cielo, del 2009.

Sono napoletano da cento generazioni ma il cuore è sudista equesto disco è un tributo ai napoletani.

La canzone è un inno a Napoli ma anche una denuncia, un canto di rabbia per la crisi dei rifiuti. Eppure, nel testo c’è molto più di una semplice denuncia: c’è un messaggio di speranza, la speranza di chi nutre una profonda ammirazione e fiducia nei confronti dei napoletani e della loro capacità di rinascere dalle macerie.

Sulle note di Fiuto, torniamo a Napoli, al termine di questo viaggio ideale nella storia di due città solo in apparenza agli antipodi. Si torna sempre arricchiti, diversi da come si è partiti, ma soprattutto si torna con la consapevolezza che la diversità non è un muro, bensì un ponte invisibile che unisce Nord e Sud.

Nata nel ’97 a Bologna, mi sono trasferita da bambina in un paesino dei Monti Lattari. Grazie alle persone che ho incontrato, ho iniziato ad amare questa terra meravigliosa, troppo spesso vista attraverso la lente del pregiudizio. Sono appassionata di letteratura, fotografia e arte, in tutte le sue manifestazioni. La lettura del libro “In viaggio con Erodoto”, di Ryzdard Kapuscinsky, mi ha insegnato il valore e la bellezza della diversità. Studio arabo e inglese presso la facoltà di mediazione linguistica e culturale.

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