15 aprile 2017, ricorre il cinquantesimo anniversario dalla morte di Totò, principe della risata, principe di Napoli.

Sono passati 50 anni. Non c’è bisogno di scrivere, ancora una volta, la storia, la vita, la biografia di Antonio De Curtis, in arte Totò. Non c’è bisogno di sprecare parole in questo senso, poiché anche i nati nel nuovo millennio, hanno sentito – fosse anche solo indirettamente – questo nome. Tutti, attraverso una frase, un film, uno sketch o il semplice ricordo nostalgico di un genitore o di un parente, hanno avuto a che fare con Totò. Fa parte dell’humus culturale campano ancor prima che italiano.

Sono passati 50 anni. Io non c’ero, e non posso immaginare il dolore che l’Italia, la Campania, Napoli, ha provato quando il principe della risata ha chiuso gli occhi, lasciando un eco allegro nelle menti di tutti e il vuoto nel cuore. Sono passati 50 anni e si sente ancora l’esigenza di parlare di lui. Dei suoi film, della sua forza comica ma soprattutto satirica, della sua invidiabile voglia di emergere, del suo caratteraccio a tratti, e della sua irrequietudine napoletana.

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Sono passati 50 anni e ancora ci si ricorda di quel ragazzo che si muoveva senza sosta, come pervaso da un desiderio irrefrenabile di dimostrare al mondo la propria pasta, della sua faccia asimmetrica. Fra l’altro, si narra che fu con un ceffone dato un precettore nel collegio dove studiava a deviargli il setto nasale. In seguito questo difetto determinerà l’atrofizzazione della parte sinistra del naso e quindi quella particolare asimmetria che caratterizza il volto del comico in maniera così inconfondibile.

Sono passati 50 anni e l’uomo si è fatto mito, il mito leggenda. Ma perché? Cosa ha lasciato di così importante Totò al suo popolo? Cosa ha colpito tanto in profondità gli uomini e le donne di Partenope, e non solo, che ancora oggi, pensando a lui, sentono una stretta al cuore e un affetto profondo?

Ho cercato la risposta a lungo. Ho creduto di averla trovata. Forse lo stesso cinema di Totò è la risposta.

In parte.

Roberto Escobar, critico del Sole 24Ore e autore di una ricca monografia su Antonio De Curtis ha giustamente detto: 

Insisto: come cinema in senso stretto quello fatto da Totò è stato un brutto cinema. E dirò di più. È un paradosso, ma i più bei film interpretati da Totò in realtà tradiscono Totò. Lui ha sofferto tantissimo il fatto che non gli offrissero film di alta qualità, ma quando li ha fatti è stato molto bravo perché ad esempio con Pasolini, che lo ha persino fatto diventare buono, non era più e solo una maschera, ma un grande attore. E comunque lo scrivo da sempre: per fortuna i film che ha interpretato sono brutti, perché Totò è più dei suoi film. Come diceva Goffredo Fofi: il film ideale di Totò è un’antologia, non un superfilm con montate le parti migliori delle sue decine di film, ma la persistenza nella memoria di un continuum di immagini e emozioni. Quando i miei colleghi critici di un tempo, come Guido Aristarco, lo stroncavano, potevano sì stroncare i film ma non si rendevano conto di avere di fronte agli occhi un diamante.

Ciò che Totò ci ha lasciato sono i suoi film e grazie a quelli possiamo apprezzarlo. In parte. Perché se diamo ragione – ed io condivido – ad Escobar, i film di Totò, cinematograficamente non sono film di qualità, non sono film immortali. Ciò che resta non sono i personaggi da lui interpretati o le situazioni, le scene, create e recitate. Ciò che resta è il personaggio stesso di Antonio De Curtis, attore, macchietta, sincero, originale. Ciò che resta è il pennello e la tavolozza che si mescolano in una sola figura, in quella di un pittore (attore) capace di dipingere se stesso (o recitare se stesso) mentre dipinge (recita) il resto del mondo, il suo popolo, la sua città, regalando al tempo futuro un testimone indelebile della personalità napoletana che si deve distinguere dai personaggi stereotipi che i più sono abituati a conoscere.

Totò ci lascia la rappresentazione dello spirito napoletano, che nasce dallo stereotipo ma cresce e vive nella realtà ricca di sfumature. Ci lascia una cartolina dell’anima dei napoletani che fa da memoria agli stessi, e da esempio per gli altri. 

Poco importa se manca la tecnica, nei suoi film, poco importa se la qualità non è sempre presente, pochi avrebbero saputo fare tanto, con semplicità, senza retorica.

Sono passati 50 anni, Totò. Grazie a te possiamo guardarci allo specchio e riconoscerci.

Sergio Mario Ottaiano, classe ’93, Dottore in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia Federico II di Napoli. Musicista, giornalista, scrittore, Social Media Manager, Digital PR e Copywriter. Presidente del giornale Terre di Campania. Collabora per Music Coast To Coast, Fumettologica, BeQuietNight e MusicRaiser. Ha pubblicato svariati racconti e poesie in diverse antologie; pubblica con Genesi Editrice il romanzo dal titolo “Un’Ucronìa” Il 1/4/2014; pubblica con Rudis Edizione il saggio dal titolo “Che lingua parla il comics?” il 23/1/17.

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