Al Laboratorio culturale di Campania Bellezza del Creato, il ritratto di un artista passionale e innovatore, capace di lasciare un segno indelebile nella Storia e diventare leggenda

Era il 1986 quando, a seguito di un guasto alla sua barca, Lucio Dalla si ritrovò ospite presso il Grand Hotel Excelsior Vittoria di Sorrento e, nella suite dove molti anni prima aveva soggiornato il grande Enrico Caruso, ispirato dai racconti dei proprietari della struttura e stregato dalla bellezza del golfo di Surriento, ammirabile in tutto il suo splendore dalla celebre vecchia terrazza, il cantautore bolognese regalò al mondo intero un gioiello di musica e poesia, un meraviglioso, sublime impasto di note, versi e struggente malinconia. “Caruso” di Lucio Dalla è un sincero, emozionante omaggio al tenore napoletano, una personalità di spicco nel panorama musicale internazionale del secolo scorso, una figura emblematica, meritevole di grande attenzione e valorizzazione, per il suo spirito di modernità e innovazione, per la sua capacità di segnare indelebilmente il corso della storia della musica, di influenzare stili, gusti, tendenze e abitudini musicali su scala globale.

Enrico Caruso è il perfetto esempio di homo faber: una leggenda di umilissime origini, fiorita dal popoloso quartiere di San Carlo all’Arena a Napoli, un uomo che con impegno, dedizione, difficoltà e sacrifici, determinazione, occasioni colte saggiamente e alcune persone lungimiranti incontrate lungo il cammino di vita, ha messo a frutto il proprio talento, rendendolo passione, professione redditizia, vita, patrimonio per la posterità.

Artista di grande spessore e ampie vedute, in grado di fondere qualità vocale e recitazione, col suo spiccato temperamento drammatico, Caruso ha saputo rendere “corposi” i personaggi portati sulla scena, finendo col fondersi con loro, abbattendo quella naturale barriera che si frappone all’attore e al personaggio rappresentato. Sotto la giubba, il dolore di Canio e di Enrico insieme: i tanti personaggi interpretati da Caruso, sono divenuti sue naturali estensioni, cassa di risonanza dei suoi personali drammi, delle sofferenze in cui egli coglieva un principio di musica e poesia:

La vita mi procura molte sofferenze. Quelli che non hanno mai provato niente, non possono cantare.”

Riprendendo il tema della modernità e innovazione carusiane con cui si è esordito, queste ultime sono davvero la cifra distintiva del tenore partenopeo: modernità e innovazione (a tratti scomode per i puristi suoi colleghi e critici musicali) ravvisabili anzitutto nel suo modo di cantare, distante dalla leggerezza del belcanto virtuosistico classico. Il canto di Caruso era un impasto dal colore bronzeo, a tratti quasi baritonale, di gioie e dolori autentici, capace di passare dalle arie d’opera alle canzoni popolari napoletane, ben presto nelle case del mondo intero, proprio grazie a lui.

Ma la modernità innovatrice di Caruso risiede anche nel suo saper cogliere le potenzialità del nascente cinema (ha recitato in due film) e dell’epocale scoperta del 78 giri e del giradischi, attraverso i quali il sogno di catturare la magia dei suoni, come colori stesi sulla tela, divenne realtà. È proprio attraverso le traversate oceaniche alla conquista dei palcoscenici d’Europa, Americhe ed Estremo Oriente, e i dischi venduti (oltre un milione di copie!), che Caruso poté travalicare le barriere spazio-temporali, conquistandosi l’eternità e consegnando ai posteri la sua grandiosa eredità, incisa sulla gommalacca: un corpus assai variegato, che racconta, al contempo, l’evoluzione della sua voce e della tecnologia che l’ha consegnata all’immortalità.

Prima vera star mondiale dell’opera, nonché prima icona pop della storia del disco, il tenore dei due mondi è stato capace di andare oltre lo snobismo tradizionale dell’opera classica, contribuendo ad avviare il processo di trasformazione dello spettatore d’opera lirica in potenziale acquirente della discografia di un cantante: insomma, nel pieno della “carusomania”, s’inaugura la stagione della musica commerciale.

Amante degli Stati Uniti, terra promessa che entusiasticamente l’ha accolto, garantendogli lauti guadagni e l’ebbrezza glorificante dei maggiori palcoscenici, l’uomo che cantava gratuitamente per gli emigrati italiani non si dimenticò mai delle sue origini partenopee, della Napoli di luci e ombre dove ebbe occasioni preziose e conobbe persone fondamentali per la propria formazione ed il successo futuro. Si ricongiunse ad essa ormai in fin di vita, logorato da una pleurite contro cui neppure il Moscati poté fare qualcosa, e trascorse a Sorrento la convalescenza a seguito dell’operazione al polmone sinistro, affacciato alla vecchia terrazza con cui si è esordito, prima della morte al Grand Hotel Vesuvio, nel centro di Napoli.

Nell’ottica della promozione e della valorizzazione di Enrico Caruso, in quanto pezzo d’arte, cultura, storia, patrimonio dell’umanità, è da intendere l’impegno della Fondazione CIVES/MAV di Ercolano, che a cento anni dalla sua morte, nonché in vista del 150° anniversario della sua nascita (febbraio 2023), lo ricorda col docufilm “La mia Napoli” e il corto “L’eterno”, per la regia di Giovanni Pelliccia, e col tenore Gianluca Terranova nel ruolo del mito partenopeo: una riflessione intorno alla figura di un uomo dall’esistenza di dolore, amore e poesia, indissolubilmente legato alla città di Napoli, che ha superato i pregiudizi e le barriere dello spazio e del tempo, alla conquista della gloria eterna.

Oggi  24 marzo, alle ore 18:00, presso il Laboratorio culturale di Campania Bellezza del Creato, si ricorderà e celebrerà l’artista attraverso la proiezione del corto e del docufilm, ed una serie di interventi curati da Dinko Fabris, direttore della Comunicazione del Teatro San Carlo, e da Daniela Monaco, docente di canto presso il Conservatorio San Pietro a Majella.

Siamo tutti benvoluti ospiti al Laboratorio culturale per accogliere un ritratto inedito di un uomo divenuto leggenda.

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