Visibile in ogni bancarella napoletana, il corno portafortuna, ‘o curnaciello, è l’oggetto scaramantico per eccellenza dei napoletani.

Napoli è scaramantica, è un dato di fatto. Non che alla città serva davvero la fortuna, che i napoletani lo vogliano o meno siamo ricchi di fortuna – spesso sottovalutata, spesso non percepita -, ma la scaramanzia è una tradizione radicata fin nelle ossa delle persone e non la si può “estirpare”.

Come si dice? Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male.

L’oggetto di culto per eccellenza dei napoletani, considerato il feticcio scaramantico per eccellenza è il corno portafortuna, ” ‘o curnaciello”, adoperato per scacciare il malocchio, per ottenere fortuna nel gioco o successo negli affari.

 

Ci sono alcune regole, però, che vanno osservate per poter attivare i “poteri” del corno portafortuna, altrimenti non diviene altro che un inutile oggetto senz’anima.

Per prima cosa deve essere fatto rigorosamente a mano e di colore rosso. I motivi sono semplici: il rosso sprigiona una potenza inedita per via della propria vivacità e per il legame con il colore del sangue;  fatto a mano poiché  il fabbricante rilascia le sue influenze positive sul simbolo che va a creare. Inoltre si pensa che il corno deve avere una serie di specifiche caratteristiche: “Tuosto, stuorto e cu ‘a ponta”, rigido, storto e con la punta.

Più importante di tutto il resto, il cornicello deve essere stato ricevuto in dono. Per riceverne gli effetti benefici quindi, l’oggetto scaramantico non va comprato. Mai.  Ancora, volendo seguire alla lettera la tradizione, il corno portafortuna deve essere fatto di corallo, una pietra preziosa che ha il potere di scongiurare il malaugurio e proteggere le donne incinte.

La storia del corno portafortuna affonda le radici nell’antichità. La sua simbologia è diffusa in tutte le civiltà e culture, da quella ebraica e cristiana a quella sumera, da quella indù e cinese a quella degli sciamani siberiani. La convinzione che il cornetto rosso porti fortuna risale all’epoca preistorica, infatti, nel 3500 a.C., gli uomini delle caverne appendevano sull’entrata del loro rifugio delle corna di animali uccisi, simbolo di prosperità e potenza, ma anche di fertilità. Per secoli, grandi condottieri si fecero raffigurare con questi ornamenti sul capo, poiché le corna erano ritenute sia emblema di potere sia di appartenenza e discendenza divina. Il popolo ammaliato dal carisma di tali guerrieri investiti di potenza pseudo-divina, iniziò a costruirsi piccoli amuleti a forma di corna o di unico corno, fabbricandoli con materiali poveri quali il legno o la terracotta. 

Considerato un simbolo fallico in Italia, – più precisamente, la forma del corno napoletano rappresenta il fallo di Priapo, il dio della prosperità, che i greci pensavano proteggesse proprio dalla cattiva sorte – al tempo dei romani, avere una statuina con un elemento del genere, lungo e affusolato, si pensava che portasse fortuna e benessere a tutta la famiglia e per le generazione future. Per esempio, vari simboli di questo tipo, detti “curnicielli” sono stati rivenuti sia negli Scavi di Pompei che di Ercolano. Nel medioevo, poi, il corno assume proprietà magiche, diventando ufficialmente amuleto capace di dell’influenza maligna; il talismano doveva essere rosso e fatto artigianalmente.

Matilde Serao diceva che la scaramanzia nacque a Napoli, mischiando credenze e superstizioni delle altre popolazioni, e portandole all’eccesso.

 

 

Sergio Mario Ottaiano, classe '93, Dottore in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia Federico II di Napoli. Musicista, giornalista, scrittore, Social Media Manager, Digital PR e Copywriter. Presidente del giornale Terre di Campania. Collabora per Music Coast To Coast, Fumettologica, BeQuietNight e MusicRaiser. Ha pubblicato svariati racconti e poesie in diverse antologie; pubblica con Genesi Editrice il romanzo dal titolo "Un'Ucronìa" Il 1/4/2014; pubblica con Rudis Edizione il saggio dal titolo "Che lingua parla il comics?" il 23/1/17.

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