Il 19 marzo del 1994 veniva ucciso don Giuseppe Diana parroco di Casal di Principe

Don Giuseppe Diana era un sacerdote ed è stato ammazzato il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, alle 7 e 20 nella sacrestia  della chiesa di San Nicola di Bari di Casal di Principe. Don Giuseppe era un ragazzo di 35 anni che amava la sua terra, amava i suoi odori, i suoi colori, la sua aria e la sua gente. L’amava a tal punto da difenderla fino alla morte.

Casal di Principe è un comune della provincia di Caserta, situato tra il bacino inferiore del Volturno e l’agro aversano, vicino ai Regi Lagni. C’è il verde; il sole, quando è alto, picchia forte: è il sud in tutta la sua bellezza. Racchiude energia, e l’energia di questa terra non la si può fermare: è travolgente, irrefrenabile. Don Giuseppe così ha fatto. Si è lasciato trascinare dalla sua terra. Don Giuseppe era uno scout, prima capo reparto dell’Aversa 1, poi assistente del gruppo, impegnato in zona e in regione, assistente nazionale dei Foulards Blancs, assistente generale dell’Opera pellegrinaggi Foulards Blancs. Essere prete e scout significava per lui, la perfetta fusione di ideali e di servizio. Servizio che non svolgeva solo dinnanzi all’altare ma per strada, in jeans e non in tonaca. Stonava, ma faceva piacere vedere un giovane prete che passeggia in jeans per le vie della città per chiamare e accogliere la sua comunità.

Don Giuseppe Diana , come don Pino Puglisi e l’arcivescovo Romero, aveva deciso di stare con gli umili e di contrastare ogni forma di umiliazione, sfruttamento e prepotenza. Don Diana è stato ammazzato perché non si era arreso, non poteva permettere che lo stato e la legalità tramontassero, don Giuseppe voleva la legalità rifiutando la convivenza e la connivenza con la camorra. È stato questo suo senso civico, è stato il suo essere cittadino a costargli la vita. Fu ucciso in un momento caotico per Casale, in un momento in cui l’espressione “l’importante è che si ammazzino tra di loro”  non valeva niente. Francesco Schiavone (Sandokan) era latitante , i grandi gruppi casalesi erano in guerra, il cemento e i rifiuti diventavano i nuovi commerci dell’impero criminale. A condannarlo fu quello che diceva la domenica sull’altare, in piazza, tra gli scout e soprattutto sul documento “Per amore del mio popolo non tacerò” che venne distribuito il giorno di natale del 1991. Era un seme gettato in un campo in cui stava nascendo la malerba.

È stato De Falco ad ordinare l’esecuzione di don Giuseppe Diana. De Falco è definito dal Corriere di Caserta “Boss playboy”, ecco chi è stato ad ammazzare don Diana: un camorrista definito sciupafemmine da un giornale che in seguito diffamerà il sacerdote. Don Diana il giorno del suo omicidio venne chiamato per nome poiché non era in abiti talari e i killer non riuscivano a riconoscerlo. Don Giuseppe era stato ucciso perché il clan De Falco  voleva dare un segnale fortissimo alla città di Casale e al clan rivale che stava dominando, gli Schiavone. De Falco voleva dimostrare di non temere nessuno, nemmeno un prete che continuamente diceva che non si può essere sacerdoti se non si denuncia.

Per anni il nome di don Giuseppe Diana è caduto nell’oblio. Non ci sono stati libri, film o documentari, ma silenzio. Silenzio dettato sia dall’atteggiamento camorristico sia da una certa stampa che ha preferito infangare il suo nome affinché non se ne parlasse più: “Don Diana era un camorrista” titolo del Corriere di Caserta. Così è avvenuto il silenzio: con la diffamazione. Noi di Terre di Campania crediamo che c’è ancora bisogno di amare la nostra terra ed il nostro popolo. C’è ancora bisogno di non dimenticare il messaggio, l’impegno e il sacrificio di don Giuseppe Diana.

 

Laureato in Storia con una tesi in antropologia culturale. Ama la sua città e tutte le sue tradizioni credendo fortemente nella forza civica di ogni tipo di particolarità, la scrittura è il suo modo migliore per esprimersi. Attualmente laureando in scienze storiche.

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