Anima inquieta, fantasma buono, demone dispettoso: il Munaciello ha assunto nella tradizione molte facce, senza per questo perdere l’amore del popolo, a cui ancora si mostra con una certa frequenza.

Anima inquieta, fantasma buono, demone dispettoso: il Munaciello ha assunto nella tradizione molte facce, senza per questo perdere l’amore del popolo, a cui ancora si mostra con una certa frequenza. E se il suo ruolo è tanto variegato, il suo aspetto è sempre quello di un ometto fasciato in un saio, la cui deformità si rivela a chi lo incontra assieme a rabbia o pietà, maledizioni o grandissime fortune.
Le sue apparizioni si contano tanto nelle case partenopee, come riportato anche da Matilde Serao, quanto fuori dal capoluogo; famoso è il Munaciello di Castellammare di Stabia, a cui è stata addirittura dedicata una via, ovvero quella in cui si diceva lo spirito si divertisse a malmenare i coloro che si trovavano a percorrerla di notte.
Malgrado questi episodi di violenza, il Munaciello è una presenza tragica, l’interprete di una sofferenza in cui è facile specchiarsi; ed è su questo aspetto che la storia che segue si focalizza, una piccola re-immaginazione contemporanea di qualcosa che è sempre rimasto con noi.

Il racconto

Mio padre era commesso viaggiatore, mia madre operaia. Lavoravano a orari impossibili, e spesso trascorrevo intere giornate senza vederli, o vederli solo per pochi attimi, ridotti a una sagoma stanca, un’ombra barcollante venuta a rimboccarmi le coperte. Sono stato praticamente cresciuto dai miei nonni paterni.
Non che avessi di che lamentarmi, li adoravo: erano così gentili con me, e casa loro era viva, confortevole, l’esatto opposto dall’appartamento grigio e vuoto a cui crescendo facevo ritorno sempre meno volentieri.
E come poteva essere altrimenti? C’era un giardino lì, con alberi di arancio e un orticello in cui sprecare le eccedenze energetiche di un ragazzino annoiato. Profumo di bucato, fiori e cera per pavimenti, di sugo e caffè. Un chiassosissimo televisore a tubo catodico a riempirmi i pomeriggi, il fischiare delle auto a tenermi compagnia mentre mi appolaiavo sul balcone a leggere, e l’eco di passi e fruscii a conciliarmi il sonno, le notti in cui mi fermavo lì perché nessuno sarebbe passato a prendermi.
Capitava spesso, tanto spesso che io e mio nonno avevamo un rituale tutto nostro: dopo aver visto la partita, o uno dei polizieschi che gli piacevano tanto, mi conduceva al letto che era stato di mio padre, mi versava un bicchiere di latte e mi raccontava una favola o qualche storia di quando era giovane, finché le mie palpebre non cominciavano a cedere sotto il loro stesso peso. Allora mi schioccava un bacio sulla fronte, mi strappava la promessa di non uscire dalla stanza se non strettamente necessario, perché la nonna aveva il sonno leggero e poi toccava a lui sentirla mugugnare tutta la notte, e chiudeva con farsesca solennità la porta alle sue spalle.
Mi sentivo protetto, in quel lettino, protetto come non mi sarei più sentito in vita mia: e se per caso mi svegliavo dopo un incubo, o per la sete, o perché dovevo andare in bagno, mi bastava tendere l’orecchio per sentire un respiro, un colpo di tosse, un qualsiasi suono che mi ricordasse che non ero solo al mondo, che c’era altra vita intorno a me. E quella piccola tradizione era talmente dolce e rassicurante che lasciai proseguisse anche quando iniziai a sentirmi troppo grande per le favole, e le finestre che mio nonno apriva sulla sua vita mostravano tutte un panorama già noto.
Nonostante la mia buona volontà, però, alla fine quel momento si infranse, e lo fece nei modi peggiori possibili. Colombo fumava un sigaro alla televisione quando a mio nonno venne un infarto, e mia nonna saltò con lui sull’ambulanza, disperata, promettendomi che sarebbe tornata al più presto. Per la prima volta dormivo solo, senza uno scudo di latte, promesse e maniglie. Guardavo le tremule luci della città affacciarsi dalla persiana, gli occhi gonfi di lacrime, schiacciato dalla paura che mio nonno non sarebbe più tornato, mentre il buio che si spalancava dal corridoio acuiva il senso di abbandono. Ero solo e solo sarei rimasto, o almeno così credevo.
Dapprima pensai fosse mia nonna, ma la figura ferma sulla soglia della mia cameretta era troppo bassa per essere lei, troppo esile per essere un adulto. Come attirata dal mio sguardo, si avvicinò con passi cauti, malfermi, dandomi modo di osservarla un po’ meglio: non era un ragazzino, come mi era sembrato, ma un uomo poco più alto di me, curvo e avvolto in una logora vestaglia marrone; la sua testa era troppo piccola, schiacciata, e i lineamenti che si intravedevano nella penombra erano una strana serie di tagli e bitorzoli disposti alla bell’e meglio.
Malgrado le sue fattezze mostruose, nulla in lui mi appariva minaccioso, anzi, ebbi la sensazione che perfino io, dal basso dei miei nove anni e mezzo, sarei stato in grado di sopraffarlo in qualsiasi istante. Mi allungò un cartone del latte, fresco di frigorifero. Lo accettai. Poi si chinò a darmi un bacio sulla fronte, farfugliò qualcosa e si precipitò in corridoio, sbattendo la porta.
Quando mi svegliai, la mattina dopo, il latte era al suo posto, in frigorifero, e mia nonna già armeggiava in cucina. Mio nonno era fasciato a letto, esausto ma vivo. Era stato solo un falso allarme, mi disse, ma mi accorsi subito che non era del tutto vero, perché d’improvviso i miei genitori si convinsero della necessità di sollevare quei due poveri vecchi dal gravoso compito di crescermi.
A nulla valsero le mie rassicurazioni, anzi, i miei vaneggiamenti sulla creatura che mi aveva rassicurato quella notte, e che in cuor mio ritenevo responsabile di una sorta di miracolo, non fecero che destare orrore e preoccupazione, tanto in loro che nei miei nonni. Non mi lasciarono più dormire lì, mio padre trovò un altro impiego e mia madre si licenziò, rassegnandosi a dare ripetizioni a una manica di sbarbatelli puzzolenti di tabacco e pubertà.
Fu un grosso sacrificio per entrambi, e sarò loro per sempre grato, eppure mi accorsi presto che qualcosa non tornava. I contatti con i miei nonni divennero assai più sporadici, riducendosi alle feste comandate e una telefonata per il mio compleanno, o i loro.
Ho sempre creduto che i miei genitori li ritenessero in qualche modo responsabili, magari per avermi lasciato solo, quella notte, o per averli costretti a trasformare tanto radicalmente le loro vite. Solo poche settimane fa ho capito la verità, quando mia nonna, vedova già da diversi anni, è venuta a mancare a causa di una fuga di gas. Forse si è trattato di una dimenticanza dovuta all’età avanzata, ma io non credo. In ogni caso l’esplosione ha raso al suolo la casa in cui ho trascorso gran parte della mia infanzia, e un feretro ha potuto finalmente prendere posto accanto alla tomba di mio nonno.
Quel giorno al cimitero le sepolture sono state due. Sull’altra lapide, nessun nome.

Antonio Vangone (1995) studia per diventare odontoiatra, legge e scrive quanto può. Finalista al Premio Raduga 2017, suoi racconti sono apparsi su Pastrengo, Firmamento, Storie Bizzarre e altre riviste letterarie.

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