Una storia di ferro e ossa. Un racconto immaginario alla ricerca del segreto e delle motivazioni dietro la leggenda di Raimondo di Sangro

Una terra antica come la nostra è la casa ideale per mostri, fantasmi e tutte quelle fiabe e superstizioni che impregnano in modi a volte inaspettato il nostro quotidiano. Un enorme patrimonio immateriale nato da una storia ricca quanto complessa, e che tende naturalmente a gravitare intorno a quei suoi frammenti tanto meravigliosi dallo sfiorare il soprannaturale.
Ne sono un esempio le Macchine anatomiche, create dal medico palermitano Giuseppe Salerno nel XVIII secolo e conservate oggi nella Cappella Sansevero, delle incredibili riproduzioni del sistema circolatorio umano costruite sulla base di due scheletri, uno maschile e uno femminile. Realizzate con cera d’api, fili di ferro e seta, offrono uno spettacolo talmente convincente da aver alimentato nei secoli la già oscura fama del loro proprietario, il principe Raimondo di Sangro: una leggenda riportata dal Croce narra infatti che egli avrebbe fatto uccidere due suoi servi per imbalsamarli e tramutarne il sangue in metallo, ottenendo così i modelli. Pare inoltre che in aggiunta ai due studi superstiti ne fosse presente un terzo: un feto con tanto di placenta, purtroppo trafugato qualche decennio fa.
L’installazione, per quanto pensata come strumento didattico, doveva certo apparire piuttosto macabra; del resto Raimondo di Sangro, i cui interessi spaziavano dalla medicina all’arte, dall’alchimia all’ingegneria, pare provasse un certo gusto nello stupire i suoi concittadini, come dimostra la carrozza marittima di sua invenzione: una barca con tanto di cocchiere e cavalli (di sughero), mossa da un sistema di pale a forma di ruote, con cui si lanciava in bizzarre passeggiate domenicali. La speranza è dunque di non procurargli un dispiacere costringendolo a presenziare tra le righe di questo breve racconto, volto a far rivivere il mito del Faust napoletano, un genio la cui ombra continua ancora a sorprendere e affascinare.  

Ex Homo Machina

Ansimi, urla, gorgoglii. Poi silenzio. La porta cigola, ancora silenzio. Solo due teste sollevate all’unisono, quattro occhi angosciati che lo seguono fino alla poltrona su cui si lascia cadere, cercando, lui lo sa, le risposte incrostate tra le sue rughe, un sorriso nascosto sotto i suoi baffi, un oracolo nelle macchie di sangue che gli insozzano il camice. Ma le risposte non sono buone, sorrisi non ce ne sono, e il sangue è tanto, troppo. Così accavalla le gambe, raccoglie le mani e aspetta che il silenzio finisca.
A romperlo è il vecchio, com’è ovvio. Parla con la calma del comando e il suo volto è quello di un bambino intelligente, liscio e integro. Nessuno indovinerebbe mai il suo dolore.
«Giuseppe, parla. Ci sono speranze?»
«No. Per nessuno dei due.»
Il giovane crolla, com’è ovvio. C’è sua moglie stesa su un letto a morire, ed è suo il figlio nato cianotico, piccolo, troppo debole. E a vedere quell’ometto contorcersi tutto, tirarsi i capelli, strapparsi i vestiti e piangere e graffiarsi il petto con le unghie, è difficile pensare che potesse essere altrimenti.
L’altro sospira, un sospiro profondo e stanco e disgustato. «Allora procedi, Giuseppe. Come ci eravamo detti.» Borbotta, e il medico annuisce, scatta in piedi e va a prendere la sua grossa borsa di morbida pelle marrone. Il suo passo tradisce una certa eccitazione, poche parole e l’aria è cambiata.
«Potete… Potete ancora fare qualcosa?» Chiede dal pavimento una voce speranzosa. Nessuna risposta, solo dita che rovistano, afferrano boccette, riempiono siringhe. «E lui?» Chiede una lingua.
«Anche lui.» Risponde l’altra. «Prima lui.»


Le braccia del vecchio sono ancora forti. Aiutano il giovane a risollevarsi, lo cingono per la vita e le spalle. Una scena patetica, pensa il medico, e patetiche sono pure le parole del suo anziano padrone, di quel principe tanto geniale quanto sciocco: «La amavo. Avrei potuto prenderla per me in qualsiasi momento, ma volevo che fosse felice. Perché la amavo. Ma ora è mia.»
«No… Cosa… Ma è solo una serva… Sta morendo…»
La mente protesta, eppure il corpo non oppone alcuna resistenza. La siringa va dritta al cuore, e il mercurio e il ferro e tutti gli altri elementi sono liberi di scorrere di vena in vena, arteria in arteria. Restarci. Inturgidirle, farle eterne.
«Volevo che fosse felice, quindi ti ho permesso di starle accanto. Sto per concedertelo ancora. Non ringraziarmi. Va bene così.»
Ansimi, urla, gorgoglii. Poi silenzio. La porta cigola, ancora silenzio. La nera presenza di Raimondo di Sangro riempie la penombra, sorvola il dolore. «Al bambino pensaci tu. Lei è mia.»
L’ago trova altri cuori. Un’eternità inorganica su posa su un letto di piume e sangue.

Antonio Vangone (1995) studia per diventare odontoiatra, legge e scrive quanto può. Finalista al Premio Raduga 2017, suoi racconti sono apparsi su Pastrengo, Firmamento, Storie Bizzarre e altre riviste letterarie.

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