L’antica tradizione delle voci votive e dei falò dell’Immacolata a Castellammare di Stabia: Fratiell e Surell, un momento di comunione.

Esiste, a Castellammare, una tradizione unica, antichissima, che ogni anno coinvolge centinaia di stabiesi. È la tradizione di “Fratiell e surell”, una grande testimonianza di fede che si ripete da più di due secoli.

Nel periodo che precede la festività dell’Immacolata Concezione, dal 26 novembre all’8 dicembre, ogni mattina, nelle strade della città si sente echeggiare il canto di “Fratiell e surell”. Ciascun quartiere (Scanzano, Moscarella, Capo Rivo…) ha la sua voce, un uomo che cammina per le strade, insieme ad altri fedeli, invitando l’intera città alla preghiera. Un richiamo alla preghiera, dunque, una voce che squarcia il buio della notte, verso le 4 del mattino, annunciando la prima stella della Madonna. I giorni che precedono l’Immacolata, infatti, vengono chiamati “stelle” e sono dodici, proprio come le stelle che adornano il capo di Maria. Ogni mattina, l’uomo che “dà la voce”, come si suol dire a Castellammare, annuncia nel canto a che stella si trova, ripetendo una sorta di frase idiomatica: “Fratiell e surell o rusario a’ Madonna, oggi è a’ primma stella d’a Madonna” (Fratelli e sorelle, il rosario alla Madonna, oggi è la prima stella della Madonna). Questo percorso votivo, dalle origini antichissime, si conclude poi nelle parrocchie, dove i fedeli si riuniscono per recitare il rosario.

Fratiell e surell non è soltanto una tradizione tramandata di generazione in generazione, non è soltanto un atto di fede, ma molto di più. Rappresenta la voce di un popolo che conosce il valore della gratitudine, un canto di gioia e di speranza, di quella speranza instancabile, propria di una città che, nonostante le sue mille ferite, non smette di avere fede in un futuro migliore. E di ringraziare per i doni ricevuti. Fratiell esurell, infatti, nacque proprio come un atto di ringraziamento, più di due secoli fa, quando un marinaio, Luigi, soprannominato “Chiavone”, unico sopravvissuto ad un naufragio, giunse stremato, sulle coste di Castellammare. Si narra che, durante una bufera, il marinaio avesse invocato la Vergine Maria, ricevendo una sua apparizione. Giunto all’alba sulla spiaggia di Castellammare, Luigi esortò le persone accorse per aiutarlo, a recitare il rosario attorno ad un falò, per ringraziare la Madonna.

 

Da quel giorno, ogni anno, il 7 dicembre, negli spazi antistanti le chiese, ma anche agli angoli delle strade, vengono accesi degli enormi falò, chiamati in dialetto “fucaracchi”, preparati con cura settimane prima dai ragazzi dei rioni, che raccolgono la legna per il falò del proprio quartiere, non senza una certa rivalità. Nella notte tra il 7 e l’8, un vento di gioia pervade le strade di Castellammare, in particolare il centro storico, dove nascono momenti di condivisione attorno ai falò, con musica e balli tipici e, naturalmente, i dolci della tradizione napoletana, come zeppole e struffoli. Ma la notte non si conclude con i festeggiamenti nelle strade, bensì nelle case degli stabiesi, dove le famiglie si riuniscono per la tradizionale tombolata, oppure nei locali, dove si attende insieme l’alba prima di seguire il percorso dell’ultimo giorno, tredicesimo giorno, quando, finite le “stelle”, si ripete l’ultima invocazione alla Madonna.

La storia del marinaio Lugi, seppur lontanissima nel tempo, risulta ancora attuale e può offrire un prezioso insegnamento a noi, che viviamo nell’epoca delle grandi migrazioni. I falò dell’Immacolata ci rimandano con la memoria a quella lontana notte, quando un naufrago, scampato ad una tragedia, fu accolto sulle sponde stabiesi da una popolazione in festa, sì in festa e gioiosa perché quell’uomo si era salvato. E poco importava che Francesco fosse napoletano, italiano o di un altro paese, ciò che contava era la sua salvezza, la salvezza di una vita umana che aveva sfiorato gli abissi della morte ed era ritornata alla luce. Ciò che contava, in quel momento, era lì, in mezzo a quelle persone: il fuoco, simbolo del calore umano, acceso per scaldare non solo il corpo, ma l’anima del naufrago.

Nel festeggiare l’Immacolata Concezione, gli Stabiesi rievocano ancora oggi la storia meravigliosa di Francesco, una storia capace di insegnarci l’immenso valore della solidarietà e dell’accoglienza incondizionata. “Fratiell e surell” non è, dunque, una tradizione che riguarda soltanto gli Stabiesi cattolici, ma un canto di pace, un messaggio d’amore rivolto ad ogni essere umano.

Nata nel ’97 a Bologna, mi sono trasferita da bambina in un paesino dei Monti Lattari. Grazie alle persone che ho incontrato, ho iniziato ad amare questa terra meravigliosa, troppo spesso vista attraverso la lente del pregiudizio. Sono appassionata di letteratura, fotografia e arte, in tutte le sue manifestazioni. La lettura del libro “In viaggio con Erodoto”, di Ryzdard Kapuscinsky, mi ha insegnato il valore e la bellezza della diversità. Studio arabo e inglese presso la facoltà di mediazione linguistica e culturale.

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