A Napoli la morte non è la fine, nella tradizione campana e partenopea il rapporto con i propri cari continua anche dopo l’ultimo respiro.

Quando si dice che Napoli non è una città comune effettivamente si sta affermando il vero. Qui, nella città che ha affascinato scrittori, artisti, musicisti e personalità importante, qui, tra le strade che hanno dato i natali ad illustri personaggi, la normalità viene ribaltata costantemente.

Come una “festa dei folli” di Victor Hugo, spesso regna una confusione serena: il buono diventa cattivo, il signore si veste da servo, la superstizione si confonde con la religione; le urla diventano sussurri, la musica si trasforma in parole. Ogni cosa mostra, nel suo ribaltamento, l’essenza di sé.

Anche la morte, qui, nella città del mare, del sole ma soprattutto dei misteri e delle tradizioni antiche, assume un nuovo significato. In Campania, a Napoli, i morti non muoiono mai, anzi, assumono una nuova identità, una nuova forma, più profonda, più potente a cui affidarsi.
A Napoli, la morte non è la fine, non è tristezza. I morti qui aleggiano nell’aria, nella mente dei cari, nei sogni di chi li ha amati in vita, nei simboli, nei feticci, e non si tratta solo di un pensiero passeggero, ma di una conversazione a più voci, reale, vera, continua.

Nell’immaginario napoletano la morte non porta sofferenza, se non una tristezza temporanea. Il rapporto con i defunti continua anche dopo l’ultimo respiro, “il morto che parla” della tombola è uno spirito vicino che mette in guardia i vivi aprendo loro gli occhi, portando loro fortuna, lenendo le tristezze. Il defunto diviene una figura da rispettare, da ingraziarsi, da onorare, con cui potersi confidare e a cui poter chiedere protezione.

Basti pensare alla tradizione delle capuzzelle nel cimitero delle fontanelle, dove ogni famiglia adotta “il suo teschio personale” affidandogli le proprie preghiere.

Guarda la Gallery sul Cimitero delle Fontanelle

 

Nel giorno dei morti, il due novembre, come recita la famosa Livella di Totò, c’è l’usanza di rendere omaggio ai propri morti per stringere, più saldamente, rapporto con chi ha già lasciato questo mondo. Sono numerose le tradizioni che permettono ai napoletani di mettersi in connessione con i morti: dalla risaputa visita al cimitero, fino all’obolo della moneta sulle capuzzelle, passando per la gastronomia con la preparazione del Torrone dei morti.

Che cos’è il torrone dei morti?

La tradizione vuole che durante il pranzo del due novembre, giorno dei morti, si lasci un posto vuoto a tavola riservato ai defunti, e che per l’occasione si prepari il Torrone, dolce composto da un guscio di cioccolato duro e da una parte morbida. Il duro simboleggia l’amarezza che abbiamo nel cuore quando siamo costretti ad affrontare la morte di una persona cara, la parte morbida, invece, l’amore che abbiamo provato per questi e i ricordi felici che conserviamo.

È questo il giorno che più di tutti simboleggia il diverso modo dei napoletani di vedere la morte: accettandola, comprendendola, rispettandola e invitandola addirittura a pranzo.
Un punto di vista fuori dal comune, tipico di una città che riesce a sorprendere ad ogni occasione, capace di rovesciare la normalità, le regole, il comune costume, per far spazio alla propria interpretazione della realtà. Una città unica: Napoli.

 

Sergio Mario Ottaiano, classe '93, Dottore in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia Federico II di Napoli. Musicista, giornalista, scrittore, Social Media Manager, Digital PR e Copywriter. Presidente del giornale Terre di Campania. Collabora per Music Coast To Coast, Fumettologica, BeQuietNight e MusicRaiser. Ha pubblicato svariati racconti e poesie in diverse antologie; pubblica con Genesi Editrice il romanzo dal titolo "Un'Ucronìa" Il 1/4/2014; pubblica con Rudis Edizione il saggio dal titolo "Che lingua parla il comics?" il 23/1/17.

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