Gli antichi mestieri del folklore napoletano, una tradizione che sta sparendo

Mettendo a paragone la Napoli di oggi con quella di una volta, quella delle cartoline in bianco e nero, delle incisioni e delle stampe, che spesso si trovano su qualche precaria bancarella, si nota che qualcosa è cambiato. Certo, i palazzi hanno mutato le loro forme, le strade si sono allargate e gli autobus sono diventati un tantino più moderni (forse!).

Le strade però, perennemente gremite di persone, pullulano di ambulanti, che con i loro “canti” e le loro urla, cercano di attirare qualche cliente. La situazione è sempre la stessa, oggi come cent’anni fa, ma qualche insolita figura è sparita: la gente è cambiata e, con essa, anche gli usi, i costumi e i mestieri della città più folkloristiche al mondo.

Con un po’ di nostalgia, vediamo quali erano i mestieri più diffusi della Napoli di un tempo.

L’acquaiuolo: in genere, si trattava di una donna procace e spigliata, che, a suon di canzoni dal dubbio significato, versava in un bicchiere l’acqua di “mummara”, raccolta nei pressi del Chiatamone, con un pizzico di bicarbonato; una vera goduria nelle stagioni più calde!

Il capillò: una figura quanto mai insolita, che si aggirava per le strade della città con un sacco e un paio di forbici, alla ricerca di capelli da vendere ai fabbricanti di parrucche.

‘O latrenare: volgarmente chiamato anche “spuzzacesse” o “spuzzalatrine”, era una figura indispensabile per la città, quando essa ancora non disponeva di reti fognarie. Ammassava tutto il materiale raccolto all’interno di tini e lo rivendeva ai contadini come concime.

Mastuggiorgio: si trattava di un infermiere, addetto a sorvegliare i pazienti nei manicomi. Secondo alcuni, l’etimologia del termine sarebbe da ricondurre al greco “mastigophòros” (”portatore di frusta”), mentre, secondo altri, a Mastro Giorgio Cattaneo. Costui, nel ‘600, intendeva curare le malattie mentali a suon di percosse ed è ricordato anche in una poesia di Titta Valentino:

“Nzerrateme, nzerrateme addò stanno
tant’ate, comm’a me, guardate e nchiuse,
addò passano ’a vita, sbarianno,
pazze cuiete e pazze furiuse.
Nchiuditeme pe sempe ‘int’ a sti mmura,
e ’o mastugiorgio mettiteme allato:
p’ ’o mmale ca tengo io ce vo’ cchiù cura:
io so’ stato traduto e abbandunato”.

Pazzariello: Indossando un abito dai mille colori, il pazzariello girava per la città, annunciando la morte di qualcuno, l’apertura di nuove botteghe ed eventi di grande interesse. Recava con sé un bastone ed un fiasco di vino ed aveva, al proprio seguito, suonatori di tamburo, piatti e cassa e di ocarina.

Sapunaro: questa figura, ormai scomparsa, si aggirava tra i vicoli e, in cambio di stracci e di abiti vecchi, offriva sapone giallo per il bucato, riposto in un contenitore di terracotta dalla forma di cono, detto “scafarea”.

Michele De Rosa è un giovane studente napoletano, attualmente iscritto al secondo anno della facoltà di lettere classiche, presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Nel tempo libero, ama dedicarsi alla lettura di libri inerenti la storia, la cultura e le leggende della città di Napoli, per la quale nutre un amore senza confini

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