La città prima del Risanamento: una passeggiata nella Napoli di Boccaccio, attraverso vicoli, luoghi affascinanti e storie passate

“Bisogna sventrare Napoli!”, tuonava Agostino Depretis nel 1884.

La frase ebbe una risonanza tale, che politici e assessori subito si adoperarono a dare inizio a quell’opera di risanamento, che avrebbe mutato per sempre il volto della città. Napoli si lasciava finalmente alle spalle l’epidemia di colera che l’aveva messa in ginocchio e si preparava a cambiare il proprio assetto urbanistico; le strade di San Tommaso, di Boccaccio e poi di Caravaggio stavano per essere sommerse dagli enormi palazzoni allineati, che tutt’oggi fiancheggiano “’O Rettifilo”.

È proprio addentrandosi in una traversa del Corso Umberto, subito dopo il civico 78, che si può dare inizio ad un viaggio nel tempo, nella Napoli di settecento anni fa. Il viaggio inizia proprio dalla famosa Rua Catalana, dove finì per perdersi Andreuccio da Perugia, che, venuto a Napoli per comprare cavalli, se ne tornò a casa con un anello di rubino, dopo non poche rocambolesche avventure. Il nome non deve trarre in inganno: a differenza di quanto molti pensino, la Rua Catalana non fu realizzata dagli Spagnoli, ma deve il suo nome a coloro che la popolarono. La Regina Giovanna I, salita sul trono di Napoli nel 1343, chiamò in città commercianti e artigiani di diversa provenienza e li collocò in quartieri differenti: i Provenzali alloggiavano nell’area circostante il Palazzo Reale, i Toscani abitavano l’antica Selleria, mentre i Catalani furono collocati proprio nella Rua Catalana, dove svolgevano l’attività di sugherai, lattonieri e rigattieri. Proseguendo per qualche metro, nel vicolo più stretto della città (“Gradini della Piazzetta”), sorge sin dal ‘300 la “locanda del Cerriglio”, luogo di ritrovo di artisti, intellettuali, ma anche di imbroglioni e malfattori. Una sera del 1609, il Caravaggio venne sfregiato al volto in una rissa scoppiata a causa di una partita di carte; oggi la trattoria rappresenta un vero monumento e a distanza di secoli, ancora sembra di respirarvi l’atmosfera di una volta.

Ritornando sul Corso Umberto I e proseguendo sino a Piazza Nicola Amore (popolarmente conosciuta come “I Quattro Palazzi”), se si gira a destra in Via Duomo e poi in Via San Giovanni a Mare, ci si imbatte nell’omonima chiesa. Come attestano alcuni documenti, l’edificio, che ora è inglobato in un palazzo, esisteva già nel 1186. Nell’atrio si nota subito la presenza di un busto femminile: è Marianna, “’a capa ‘e Napule”; sebbene l’originale sia custodito a Palazzo San Giacomo, la testa ha un grande valore affettivo, perché rappresenta la sirena Partenope, simbolo della storia cittadina. La statua, allora collocata a Piazza Mercato, stava per essere distrutta durante la Repubblica del 1799, quando venne scambiata per la “Marianna”, simbolo della Repubblica di Francia.

Il ritratto di Napoli che il Boccaccio traccia nelle proprie opere non si limita soltanto ad una nitida descrizione delle strade, ma anche della quotidianità e dei vivaci personaggi che vi si potevano incontrare; l’autore si sofferma a riportare le urla e le discussioni, i dialoghi e le atmosfere di una Napoli misteriosa e talvolta tetra, ma già da allora capace di affascinare i propri visitatori.

Michele De Rosa è un giovane studente napoletano, attualmente iscritto al secondo anno della facoltà di lettere classiche, presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Nel tempo libero, ama dedicarsi alla lettura di libri inerenti la storia, la cultura e le leggende della città di Napoli, per la quale nutre un amore senza confini

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