Dalla fattura alla iettatura, dal malocchio alla ‘sciorta’: tutte la facce della religione superstiziosa napoletana

«Nel mio paese vige la iettatura», queste le parole del napoletano Giuseppe Marotta nel suo L’Oro di Napoli. Era il 1956, e da allora tale espressione non ha perso di fondatezza; quella credenza assieme alla sua relativa mimica fanno evidentemente parte tutt’oggi, in maniera imprescindibile, del cliché in cui si inserisce la stereotipizzazione del napoletano.

Il termine non può dirsi altrettanto antico del fenomeno che con esso si indica. La fortuna del lemma iettatura è del secolo XVIII, di cui è testimone un’ampia trattatistica: Capaccio (che, già nel 1634, gli dedica una larga sezione nel suo Forastiero), Cataldo Carducci, Nicola Valletta, Giovan Leonardo Marugi, Antonio Schioppa.

Non suon altro jettatura – che malia, fulmin, contagio, un malanno, una sciagura – tal si noma or per adagio … Si conobbe al tempo antico – […] – Or diverso si denomina. Cataldo Carducci

La testimonianza di Capaccio, tra i migliori e più autorevoli conoscitori della vita e delle tradizioni napoletane, può essere un buon viatico per entrare nella concretezza dei fatti. Il Capaccio mette in evidenza essenzialmente due tipi di «magherie», da un lato quelle astrologiche, e dall’altro quelle definibili con il termine iettatura, di forte impronta napoletana, definibili a loro volta della «fattura».

Uno dei punti nodali dell’esoterismo napoletano è, fuor di dubbio, quel rituale di amore/morte celebre da secoli con il termine di fattura. La fattura, quella per così dire buona, solitamente viene operata per destare o obbligare l’interesse di una persona amata che non vuole o non può ricambiare questo sentimento. Erede dei filtri d’amore medievali, la fattura d’amore napoletana si avvale di connotazioni puntuali che l’operatrice (donna, di Napoli, custode delle formule e del segreto rituale) riceve dal richiedente (spesso una donna). Elementi fondamentali sono: la ciocca di capelli, l’immagine simbolica, un brandello di abito usato di recente che ne conservi ancora l’odore, l’essenza olfattiva della vittima, il sangue mestruale della richiedente. Fatta ingerire in maniera inconsapevole alla vittima della brama amorosa la disgustosa mistura, usando le più astute accortenze con la complicità di una donna di casa, il malcapitato accusava un diffuso malessere di origine ignota. Impallidiva, digiunava, fino a quando, spinto da forze oscure ed invisibili, alle quali non poteva e non voleva sottrarsi, «scopriva» l’amore per una giovane sino a quel momento non considerata, riconoscendo in quel «vero» amore la sua vita e il suo destino.

La fattura, per così dire cattiva, spazia dal malocchio alla funesta «fattura a morte». Il malocchio è solo un caso della casistica iettatoria: per l’esattezza è il caso dell’influsso malefico portato volontariamente tramite gli occhi.

Ponno cchiù l’uocchie ch’ ‘e scuppettate, ovvero sono più potenti gli occhi che le schioppettate.

Stadi medi del malocchio erano: la rottura degli arti, l’invasione di vermi nelle viscere, ferite laceranti alla testa, consunzione, difficoltà di parola, paralisi del corpo. In questi orrendi rituali, alla ciocca di capelli e all’abbigliamento si aggiungeva sangue sacrificale di diversa provenienza, e un cosiddetto «trasformatore cosmico» come il cuore di gallo o agnello o un limone «segnato».

Nella terribili fattura «a morte» il limone o il cuore di gallo erano sostituiti da un’immagine di antropomorfa di cera, sulla quale erano attaccati i capelli e i pezzi d’indumento, in modo tale da simulare il più possibile l’immagine della vittima. Operando poi le penetrazioni di sottili spilloni nella cera si scaturivano atroci dolori, mentre la definitiva liquefazione nel fuoco ne provocava la morte. Soltanto la fattucchiera che aveva preparato la formula mortale poteva annullare l’operazione e sempre a costo di inauditi dolori.

Giungiamo dunque alla iettatura vera e propria, parola napoletana che deriva dal latino iactare “gettare”. Questo fenomeno va riportato all’ambito delle superstizioni, anche se non propriamente quelle magiche. La iettatura ha di suo l’essere l’effetto di una condizione oggettiva che è ben distante dal comprendere solo gli occhi e in cui la volontà del soggetto iettatore è meramente accidentale. La iettatura, nel gergo comune, è quella presunta capacità di alcuni individui (e talvolta animali) di nuocere altrui, senza volerlo. Stando al pregiudizio popolare, lo iettatore è distinguibile dal viso magro, dal colorito cupo, olivigno, dal naso adunco, e specialmente dagli occhi biechi e loschi, rossi o blu (cioè percorsi da una vena), piccoli, porcigni, ingrottati.

La menomazione o malformazione fisica occupa un luogo privilegiato come segnale, presagio o indicazione di sciagura, tranne che qualche eccezione non proponga significati diversi. Ad esempio il gobbo è ritenuto uno dei massimi segnali annunciatori e portatori di buona fortuna, mentre la donna gobba rientra in pieno nella simbologia negativa della menomazione e della malformazione. Del gobbo si cerca di toccare la parte deforme, mentre la gobba va evitata facendo in modo che la persona non abbia a risentirsene.

Esistono, a vantaggio di che se ne senta minacciato, degli antidoti. Questi devono essere immediatamente praticati dalle persone che vogliano giovarsene. Il gesto anti-iettatorio concerne nell’innalzare una barriera fisica che determina, intorno alla presunta vittima, una cinta di protezione, una sorta di schermo al di la del quale l’influsso malefico non possa passare. Gli antidoti alla iettatura che sono effettivamente propri della tradizione napoletana, e che fanno riferimento alla sfera del sesso e della potenza, consistono nel fare le corna e nel grattarsi i genitali. Virilità, potenza, forza, protezione: questo l’itinerario di significati racchiuso nei due, ormai così folcloristici, gesti.

Vorrei con concludere questo mio excursus sulla religione superstiziosa napoletana spendendo ancora due parole. Va detto che, purtroppo, in tempi non troppo passati alla iettatura le fu affibbiata la funzione di arma, più o meno seriamente, fatta valere sia nei rapporti pubblici che in quelli privati.

La iettatura, oltre che un mito, superstizione e ignoranza, è stata un’arma malefica della maldicenza, e, in una certa misura, lo è tuttavia. Creare a una persona la fama di iettatore poteva significare pregiudicarne radicalmente l’intera proiezione sociale per quanto poteva riguardare simpatie, relazioni umane e immagine pubblica in tutta la vita quotidiana.

Nel XX secolo, tuttavia, a livello popolare, il grande deus ex machina delle esperienze umane e sociali diviene la sorte, o meglio «‘a sciorta»: nulla sfugge al destino, espressione di un fatalismo tanto ostentato quanto indiscutibile. Un fatalismo dalle due facce, da un lato in stretta relazione con la fede nel miracolo, nella grazia da ottenersi attraverso un protettore o mediatore influente, dall’altro connesso alla casualità imprevedibile dell’intera realtà, dispensando di che ci si arrangi, ci si ingegni a determinare o a cogliere l’attimi, il caso, quella finestra aperta tramite cui fa bella mostra di sé l’impensabile, l’inatteso.

Lo iettatore è chi ride delle disgrazie altrui.

Totò

 

 

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo 'Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento'. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all'anima candida di questa terra.

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