Un viaggio alla scoperta delle Pompei del XXI secolo tra irpinia, beneventano e salerninato chiedendosi: ci vorrebbe un restauro?

Roma, città eterna, custode del passato e dell’architettura classica: Giovanni Battista Piranesi congela nelle sue incisioni una città in cui il nuovo divora l’antico, in cui dalla terra emergono testimonianze di un tempo che fu. Nei primi decenni del Settecento la moda del Gran Tour catalizza l’attenzione degli artisti sul tema delle rovine: già nel Cinquecento artisti olandesi e fiamminghi avevano impresso nelle loro vedute la quiete delle rovine nelle campagne romane e ancora, tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento Gaspard van Wittel, padre del più noto Vanvitelli, si concentrerà a ritrarre le sponde cittadine del Tevere, conservando l’impostazione stilistica dei vedutisti nordici. La fine del Settecento vede l’Inghilterra madre del nuovo movimento artistico definito Pittoresco: diversità, dispersione, assenza di simmetria, natura selvaggia sono alcuni dei temi predominanti, ma soprattutto il desiderio di attribuire all’architettura potenzialità narrative ed evocative: ecco quindi architetti come Sir John Soane acquerellano i loro edifici immaginandoli ridotti in rovina e avvolti dal degrado, che però non porta con sé accezioni negative, quanto romantiche e suggestive. In Italia il simbolo del Pittoresco inglese è la Reggia di Caserta: il Criptoportico, i ruderi del Tempio Dorico, il Bagno di Venere altro non sono che il frutto dell’amore per le rovine derivato della recente scoperta di Pompei.

Il cosiddetto Restauro è la peggiore delle distruzioni, porta con sé tutto il pensiero del più grande esponente del restauro definito “romantico”: John Ruskin. Siamo nel pieno della Rivoluzione Industriale inglese mentre Ruskin è tra i fondatori dell’Arts and Crafts, reazione di artisti e intellettuali all’industrializzazione e manifesto dell’artigianato come valore durevole nel tempo. Un monumento ha il diritto di morire: è necessario curarlo e coccolarlo durante tutto l’arco della sua esistenza ma alla fine anch’esso dovrà vivere il suo giorno estremo; ma lasciamo che quel giorno venga apertamente e senza inganni, e non consentiamo che alcun sostituto falso e disonorevole lo privi degli uffici funebri della memoria.

Campania, 2017: Romagnano al Monte, Roscigno Vecchia, Castelpoto, Apice Vecchia, Melito Irpino, Senerchia, Cairano, Conza della Campania. Cosa hanno in comune tutte queste località? Un evento catastrofico ha costretto gli abitanti a scappare, fermando il tempo istantaneamente.

Il fascino delle rovine 2.0: non più pennelli e acquerelli ma smartphone e reflex, non più terme e archi trionfali ma portoni semichiusi e intonaco cadente, dettagli di un’epoca recente ma lontana dalle generazioni più giovani.

Apice Vecchia, nel beneventano, è rimasta ferma al 21 agosto 1962: un terremoto che colpì duramente la cittadina, ma che non la distrusse, costrinse circa 6500 persone a lasciare per sempre la propria casa, immediatamente. Fu il Ministero dei Lavori Pubblici a ordinare l’evacuazione e a destinare il centro storico alla completa cristallizzazione. Dopo 50 anni è tutto fermo lì: l’impianto stradale è rimasto lo stesso, case di uno, massimo due piani generalmente, scale di pietra, architettura rurale. Tutto è congelato, dalla macelleria con ancora i ganci appesi, al furgone fermo nel garage, alle tende ingiallite nella vetrina di una merceria.

Ancora il 1962, stesso sisma, Irpinia: siamo a Melito Vecchia. Il borgo antico venne raso al suolo per apparenti cause di sicurezza, di esso non esiste più neanche l’impianto stradale, ma si decise di salvare il Castello e la Chiesa di Sant’Egidio: rovine, nonché uniche testimonianze della memoria di una paese. La chiesa oggi è un vero e proprio rudere e la natura se ne sta via via appropriando: conserva la facciata in pietra, il soffitto in corrispondenza dell’abside è crollato mentre l’interno è parzialmente ricoperto di sterpaglie ma, tuttavia, è un luogo ricco di un fascino romantico difficile da trovare altrove.

Ancora Roscigno Vecchia, comune salernitano: il borgo inizia a svuotarsi nel 1912 quando, a causa di eventi franosi, due ordinanze del Genio Civile obbligano la popolazione a spostarsi in quella che sarebbe diventata Roscigno Nuova. Stesso set, architettura rurale, vicolo, case basse e poi: Piazza Nicotera e la chiesa madre. Sono forti le suggestioni che questa piazza è in grado di trasmettere, soprattutto al tramonto, quando le case si colorano di toni caldi e il silenzio rende tutto surreale. A Roscigno tuttavia c’è ancora un abitante, Giuseppe Spagnuolo, custode della memoria e guida più unica che rara del piccolo Museo delle Civiltà Contadina, ospitato nei locali dell’ex casa canonica e del Municipio, ovviamente restaurati. I visitatori amano Roscigno e amano Giuseppe, a dimostralo sono i messaggi che riceve da tutto il mondo, tutti i giorni.

Tanti i visitatori quindi che oggi ridanno vita a questi “borghi fantasma”: entrare in una Polaroid dai colori sbiaditi, catapultarsi in una dimensione lontana decenni e aggirarsi tra case diroccate e tapparelle sgangherate quasi come su un set cinematografico, solo che finzione non è. Cosa fare allora? Restaurare? Rifunzionalizzare? Generare servizi per il turismo? Sì, ma con attenzione. È giusto offrire un servizio a chi arriva e magari dare la possibilità di godersi l’inquietudine di Piazza Nicotera seduto ad un tavolo sorseggiando una Peroni fresca, ma non si deve dimenticare che l’oggetto di interesse non è la Peroni, ma la piazza e il silenzio della stessa. Arrestare il decadimento quindi, un po’ come fece Stern sul Colosseo: elasticizzare il collasso.

Il passato affascina e ha sempre affascinato l’uomo, la curiosità di indagare in cose lontane, di conoscere abitudini perse: visitate questi “musei a cielo aperto”, viveteli e innamoratevene!

Ilaria Limongiello nasce ad Avellino nel 1988, ma trascorre i primi anni della sua vita in Friuli-Venezia Giulia, nella città di Trieste. Tornata nella sua terra, l’Irpinia, intraprende la sua carriera scolastica, diplomandosi, con ottimi risultati. Attualmente sta per concludere il suo percorso universitario, presso la facoltà di Ingegneria Edile-Architettura dell’Università degli Studi di Salerno. Da tre è volontaria FAI (Fondo Ambiente Italiano) e con la sua Delegazione ha collaborato in prima persona alla realizzazione di svariati eventi.
La fotografia è la sua più grande passione, nata in giovane età e trasmessale dalla madre. E’ una passione che coltiva ormai da tempo, da autodidatta, partecipando a concorsi e sfruttando ogni occasione per indagare il mondo con il suo obiettivo. Ha avuto la possibilità di calcare grandi palchi della musica nazionale ed internazionale, come Umbria Jazz, il Pozzuoli Jazz Festival o il Festival dei Due Mondi di Spoleto, come fotografa di alcuni gruppi musicali campani.
Obiettivi per il futuro? Lavorare NELLA sua terra, PER la sua terra.

Commenta