La critica d’arte aggredisce e libera le forme artistiche.

Da sempre l’uomo ha cercato di definire il concetto di “arte”. Non solo non è possibile raggiungere una definizione totalizzante ed unanime, ma soprattutto non ne abbiamo veramente bisogno. Volendo escludere dal discorso passaggi secondari e talvolta opinabili, possiamo affermare che prima di tutto l’arte è espressione. La necessità di comunicare è insita nell’uomo, così come l’urgenza di esprimere in qualche modo il legame che inevitabilmente sentiamo con la vita e con il mondo. Essendo vincolati da un patto, il patto di condivisione, abbiamo sempre avuto il desiderio di consolidarlo e fortificarlo: l’arte ci dà la possibilità di non mollare, di non mollarci. Evitando di guardare l’espressione artistica dal basso verso l’alto, è opportuno discostarsi dall’elogio all’arte e porsi da una prospettiva diversa: l’arte è un ricordo che fuoriesce. Riciclando le parole di Elsa Morante:

Il segreto dell’arte sta nel Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Forse tutto l’inventare è ricordare.

Se l’idea di arte desta non pochi problemi di interpretazione, un accordo sulla critica d’arte, in particolare sulla possibilità o impossibilità di giudizio artistico, sembra essere lontano dalle nostre capacità. Che cos’è, oggi, la critica d’arte? Può essere considerato un vero e proprio ponte, è la forza mediatrice tra l’artista e il fruitore dei valori artistici. Sin dall’antichità si è sviluppata una vasta letteratura interpretativa, talvolta basata su testi biblici, avente lo scopo di ricercare per poi trasmettere il significato (soprattutto letterale) di un’opera, attraverso l’osservazione e la valutazione dei pezzi che la compongono.

Con la rivoluzione industriale, l’arte ha cambiato forma: è diventata riproducibile, ma soprattutto mercificata. La nuova arte ha perso “l’aurea” di cui ha parlato il filosofo e critico letterario tedesco Walter Benjamin nel saggio di critica culturale intitolato “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Benjamin, riutilizzando la metafora baudelairiana dell’aurea sacrale artistica, parla di un punto di non ritorno, di un cambiamento irreversibile di cui aveva già raccontato nel 1928 il poeta francese Paul Valery in La conquête de l’ubiquité:

La materia, lo spazio e il tempo non sono più da vent’anni a questa parte ciò che sono sempre stati. C’è da aspettarsi che novità così grandi trasformino tutta la tecnica delle arti, agiscano in questo modo sull’invenzione stessa, giungano persino a modificare in modo sorprendente la nozione stessa di arte.

La critica d’arte oggi si impegna per una causa alquanto bizzarra: quella di smascherare le false opere d’arte. Perché nasce l’esigenza di fare una netta divisione tra il vero e il falso? Perché oggi esiste una lotta tra un tipo di ricordo interiore che vale la pena di essere ascoltato dal pubblico e un altro considerato inganno ed illusione e per questo privo di spessore? Si può parlare di crisi artistica contemporanea, o faremmo meglio a parlare semplicemente di progresso?

Il cambiamento del giudizio come conseguenza della nascita di nuove forme artistiche richiama alla memoria la distinzione che Benjamin ha fatto tra commento e critica: “la critica cerca il contenuto di verità di un’opera d’arte, il commentario il suo contenuto reale”. Le due figure non si escludono a vicenda, e Benjamin utilizza a questo proposito la metafora della fiamma e della cenere:

Se si vuol concepire, con una metafora, l’opera in sviluppo nella storia come un rogo, il commentatore gli sta davanti come il chimico, il critico come l’alchimista. Se per il primo legno e cenere sono i soli oggetti della sua analisi, per l’altro solo la fiamma custodisce un segreto, quello della vita. Così il critico cerca la verità la cui fiamma vivente continua ad ardere sui ceppi pesanti del passato e sulla cenere lieve del vissuto.

Se oggi fantastichiamo sulla possibilità dell’eliminazione della critica d’arte forse è perché i critici sono solo commentatori e si fa poca attenzione alla fiamma.

Come sarebbe, invece, il mondo artistico immune alla critica? è possibile separare le due cose? Ipotizziamo di si. Diventerebbe vera espressione, priva di ragionamenti artificiali ed esterni, ma allo stesso tempo saremmo tutti privati della possibilità di zoomare su alcune forme artistiche che senza la critica, che fa da ponte, resterebbero sbiadite perché troppo lontane. Ma il fatto che senza la critica siamo impossibilitati noi a raggiungere l’arte e quest’ultima di conseguenza ad affermarsi (o ad essere distrutta), non legittima la supposizione di incompiutezza artistica? Potremmo rispondere che no, la critica si pone, tra le altre cose, l’obiettivo di rendere accessibile l’arte a tutti, in maniera democratica. La critica ci introduce alla funzione pedagogica dell’arte, all’educazione, e alla riflessione.

Si possono elencare mille motivi per i quali varrebbe la pena mettere da parte la critica e il giudizio esterno su un prodotto interno, allo stesso tempo possiamo pensare a quello che perderemmo se questo succedesse. Vale la pena ricercare un ulteriore spunto sul territorio campano. In particolare, ricordiamo Achille Bonito Oliva, di origini salernitane.  La sua iniziale vocazione era la poesia, solo successivamente si avvicina alla critica d’arte. Oggi occupa un posto decisamente importante sullo scenario artistico italiano: onorato con vari premi e riconoscimenti, nel 1980 fonda la “Transavanguardia”, movimento artistico che sostiene il ritorno alla pratica tradizionale dell’arte, scartando la credibilità delle avanguardie e dell’arte concettuale. Alcuni sostenitori di questo gruppo sono Enzo Cucchi, Sandro Chia, Francesco Clemente, Mimmo Paladino e Francesco De Maria. Interessante è la sua visione della critica artistica. Dimentichiamo tutto quello che abbiamo detto fino ad ora, per A. Bonito Oliva la critica d’arte non è un ponte, il critico non fa soltanto da mediatore tra l’artista e il pubblico, ma agisce come “cacciatore”. Così, alla domanda suddetta, sulla possibilità di separare l’arte dalla critica, il critico salernitano che, tra le altre cose, nel 1990 ha diretto la 45esima edizione della Biennale di Venezia, risponderebbe che non si può separare l’artista dal critico, poiché il critico è dotato di creatività e consapevolezza culturale, ingredienti fondamentali per liberare una forma d’arte e consegnarla completa al pubblico.

Nuova visione, nuova definizione: il critico e l’artista come Dr Jekyll e Mr Hyde.

Miriam Topo, nata nel 1993 a Napoli, è “un pezzo di legno non lavorato”. Laureata in Lingue, letterature e culture dell’Europa e delle Americhe, attualmente studentessa in Lingue e comunicazione interculturale in area Euromediterranea. Buona ascoltatrice ed attenta osservatrice. Appassionata di letteratura, ricerca e rincorre mondi “altri”, il suo scrittore del cuore, non a caso, è Murakami Haruki. Scrive per comprendere. Fotografa per catturare pensieri ed emozioni. Curiosità: scrive su fogli volanti che lascia in giro per la sua città, perché crede nella non-casualità del destinatario.

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