Non c’è più la vendemmia di una volta!

Passeggiando tra le vigne ci si ritrova sempre un po’ a fare i critici: ma perché questa sta fatta così, e quest’altra, perché hanno deciso di lasciarla così? Oppure, perché il bianco si coglie prima e perché è diverso dal rosso?

Dovremmo fare tutti un corso di degustazione. Almeno per cominciare a capirci qualcosa. Poi, da sommelier, se questa degustazione si è compresa.

Tra le vigne incontriamo Giuseppe, un viticoltore sannita che ci aiuta a capire l’andamento di questo sistema, dalla piantagione dei vitigni alla macinatura dei chicchi.

Il procedimento porta via perlomeno tre anni. Dall’analisi del terreno, capire quindi se è predisposto ad accogliere la vite, a coccolare le piante, a cibarle, a proteggerle, alle condizioni climatiche, che sono determinanti: la pianta dell’uva vuole un clima mite, meglio se asciutto, altrimenti finisce per creare l’habitat giusto per i parassiti, letali per il frutto.

Dopo i tre anni la pianta è in grado di produrre frutti e di farlo anche discretamente. E, poi, avanti così. Ci sono però, purtroppo, delle contingenze che in un certo modo rallentano il processo evolutivo della pianta, del frutto quindi; ad esempio le calamità naturali. Non escludendo i parassiti.

I secondi, spesso, succedono alle prime ma si presentano anche da soli, in favorevoli condizioni ecoclimatiche.

La Campania, nella specificità il Sannio, proprio lo scorso anno ha subito una violenta alluvione. Per giorni la devastazione dell’acqua è arrivata in ogni dove, arrecando disastri inestimabili ai terreni, e così alle piantagioni. Questo ha causato una perdita del raccolto nell’anno in corso, e di rimando in quelli successivi. Sono stati rari i casi in cui i vitigni si sono salvati o riusciti a recuperare in qualche maniera geniale.

Quali le conseguenze? Un abbattimento della piantagione distrutta, una bonifica alla buona del terreno alluvionato – in cui sono inclusi anche i terreni lungo i fiumi – e un piano di ricostruzione da zero. Un mancato raccolto per i successivi tre anni, almeno. Un disastro finanziario per le aziende agricole che già faticano a sostenersi.

Poi, i terreni alluvionati sono più fertili – dovrebbe essere una cosa buona – quindi, corrono il rischio di creare tutte le condizioni adatte ai parassiti della vite, che nonostante i trattamenti periodici naturali o, peggio, chimici, risulterebbe attaccabile, se non già attaccata.

Insomma, come si fa si sbaglia.

la Viandante

Commenta