Riti pagani, misteri e altre leggende nella notte del 24 giugno. Un racconto dei principali misteri della Campania in una notte magica.

La notte del 24 giugno cela misteri, riti pagani e cristiani che ancora oggi incantano. Ad essere più nota è senza dubbio la leggenda della miracolosa rugiada che, raccolta durante tale notte, può curare malattie conferendo benessere. Ma a Benevento e nell’intero Sannio, il 24 giugno è tutta un’altra storia più cupa e buia.

Streghe provenienti da tutta Europa si riunivano intorno al Noce di Benevento per il sabba che avrebbe rinnovato i loro poteri tra danze lussuriose e riti demoniaci. Intorno al noce, infatti, si ballava insieme ad un essere mostruoso simbolicamente rappresentato da un caprone o un toro. In questo momento le streghe avevano l’obbligo di raccontare i loro malefici commessi durante l’anno e alla luce di fiaccole e falò, il diavolo premiava le streghe meritevoli e puniva quelle indegne.

Ma la notte di San Giovanni rappresentava anche l’occasione per l’ingresso di neofite, le quali abiurando la fede cristiana e promettendo di diffondere odio e maledizioni, ottenevano godimenti di ogni sorta nonché la protezione di un piccolo demonio personale, detto Martinello o Martinetto. Vezzeggiativi questi che indicano l’amorevolezza che intercorreva tra la strega e il piccolo diavolo personale.

Unguento, unguento portami al noce di Benevento, fammi volare sopra la pioggia e sopra il vento e sopra ogni mal tempo.

Con questa formula magica e cospargendo il corpo di olio prodigioso, la donna si dirigeva in groppa ad una scopa alla diabolica riunione ricordata ancora oggi in questa terra di “santi e incantesimi”.

Oltre alle danze infernali caratterizzate da metamorfosi e riti orgiastici, anche il banchetto aveva un posto di primo piano. Ad essere bandito dalla tavole delle streghe era il sale ed i cibi dovevano risultare insipidi e poco gustosi.

Ma oggi cosa rimane di questo mondo magico?

Sicuramente a prevalere è la magia bianca che contrasta quella delle streghe vere e proprie.

Nel Sannio, come nell’intera Campania, si ricorre ancora alle occhiarole, donne che liberano dal malocchio seguendo un preciso rituale. L’ambiente viene illuminato da una luce fioca e le imposte chiuse.

La janàra si accosta a colui che chiede aiuto perché vittima di una sofferenza mantenendo con la mano sinistra un piatto contenente acqua, il quale viene passato sul suo capo per ben tre volte. La donna bagna l’indice e il medio della mano destra nell’olio facendo cadere alcune gocce nell’acqua.

Se le gocce restano al centro del piatto, vorrà dire che nessun maleficio ha colpito la vittima; al contrario, se esse si allontanano dal centro, il vaticinio sarà sfavorevole. E come un cerchio senza fine, la janara consiglierà altri rimedi magici, amuleti e pronuncerà opportune formule spesso contenenti simboli cristiani testimoniando come nella cultura popolare la religione spesso convive con manifestazioni superstiziose.

Un tempo erano innumerevoli i problemi di natura sia fisica sia psicologica che potevano essere curati con erbe e ricorso alla magia. Oggi solo in qualche circostanza essi si utilizzano, tra cui decotti e infusi di foglie e radici per alleviare stati febbrili, tosse e piccoli disturbi respiratori.

Le occhiarole tramandano il segreto formulario “terapeutico” soltanto durante la notte di Natale per formare le future apprendiste, le quali insieme agli inciarmatori, si occuperanno di eliminare il male causato dalle streghe.

Nella primordiale lotta tra il bene e il male, anche le janàre si fronteggiano dividendosi in coloro che legano e coloro che sciolgono le fatture.

Ma durante la notte di San Giovanni non esisteva benevolenza alcuna intorno al Noce beneventano dinanzi al quale le donne potevano volontariamente diventare streghe pronunciando il Credo cristiano alla rovescia, promettendo di commettere per quaranta giorni consecutivi peccati e giungendo, solo in tal modo, a siglare un vero patto col demonio.

 

 

 

 

 

 

Nasce a Benevento nel 1984. Dopo aver frequentato il liceo scientifico a Guardia Sanframondi, paese di

residenza, frequenta l’Università degli Studi di Salerno laureandosi in Lettere e Filologia Moderna. Vive

l’esperienza dell’insegnamento a Reggio Emilia e Benevento e s’innamora di lavagne, banchi e temi scritti

da studenti pieni di idee e confusione. Nel 2010 il suo sguardo incrocia quello del giornalismo. Scatta la

curiosità e iniziano le prime collaborazioni con “Il Sannio Quotidiano” e “Il Mattino”. Giornalista pubblicista con il desiderio di raccontare storie di personaggi, popoli, paesaggi, monumenti e tradizioni.

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