Alla riscoperta dei più rappresentativi Mestieri napoletani

Il rumore, la folla, le instancabili grida e le folcloriche incitazioni: i Mercati e i Mestieri napoletani si sono sempre distinti per tutto questo, essi sono sempre stati, e lo sono ancora, tra i luoghi, le professioni più colorite e affascinanti di tutta Napoli. Giovan Battista Del Tufo così narrava …

Ivi, ad ognor del dì: «Vetri e pìatte!»,

e inanzi giorno:«Latte, latte e natte!».

Di più, certi, gridando come a grilli:

«Chi vò vroccole ianche e minotilli?».

Ed altri pur, come cornacchie o ciàvole,

dall’alba al mezzogiorno:«Fràole, fràole!».

E, d’ognimonte e colle:

«Cicoree, vorracce e foglie molle!».

Come anco, altri figliuoli:

«Fenucchi salvaggiuoli!».

Così: «Cìceri, favi, agli e cepolle!».

Poi, certi ancor che il suo mangiar non spiace:

«Pastinache e spinace!».

Come, cert’altre:«Chi accatta ceuzolle

e celsi bianchi e rossi

più che in chiesa non son tabuti e fossi?».

Questi i fruttivendoli partenopei del XVI secolo degni avi di coloro che ancor oggi popolano, agitano e ravvivano le nostre strade, nonostante l’inevitabile trasformazione della città, l’avvento dei grandi centri commerciali, il tentato omicidio di un momento very social come quello ‘ra spes’.

Il chiasso per le strade di Napoli è insopportabile … Migliaia di cianfrusaglie sono offerte con voci stridule, salsicce e fiammiferi, verdura, pettini, calendari. I noleggiatori di carrozze gridano dalla mattina alla sera come corvi rochi: carrozza carrozza

Nel 1884 questa l’esperienza napoletana di Victor Hehn.

Non che nell’antichità le cose andassero diversamente, Orazio lo sapeva bene: ai margini della «otiosa» Neapolis prosperavano architetti, marmisti, fabbri, tessili, profumieri, orefici. Una bella e tumultuosa città, che intorno al suo Foro (nei pressi dell’attuale chiesa di S. Lorenzo) vedeva gremita una moltitudine di persone, commercianti, acquirenti, usurai fare spese e affari nelle più raffinate, eleganti e fornite botteghe partenopee: venditori di carni cotte, fruttivendoli, fiorai, mercanti di stoffe, ambulanti di ogni sorta.

Allora quali le professioni esercitate dai veri partenopei? In cosa si dilettavano e si dilettano maggiormente? Ecco a voi una ricognizione sugli antichi, ma spesso immortali, mestieri napoletani, i quali hanno reso Napoli, e la rendono tutt’oggi, tra le città più caotiche e più vive al mondo.

Acquaiuolo
Una specie di baldacchino, con banco di marmo simile ad un altare, sovrastato di immagini sacre. Tra limoni e arance pronti per la spremuta, si stagliavano bottiglie di anice e una vaschetta con i pesciolini ancor oggi presente in alcune banche ’e ll’ acqua. Così si mostrava una «bottega acquaiola», ovvero un chiosco, nei pressi di Santa Lucia circa un secolo e mezzo fa.

Aulivaro/Lupinaro
Venditore di olive. Sulla sua testa era poggiato, con equilibrio precario, il mastello con le olive bianche, le più dolci. La sua figura si aggiorna col tempo, diviene lupinaro: munito di carretto, all’alba del XXI secolo, vi esponeva, in capienti tinozze, lupini, olive, capperi, peperoni sott’aceto e un lume a petrolio che illuminava i suoi passi nella notte.

Baccalajuolo
Venditore di baccalà (merluzzo salato e seccato al vento) e di stocco (stoccafisso, di minor pregio).

Cafettiere
Quando chiudevano i bar, verso le otto della sera, arrivava il suo momento: serviva nottambuli e operai fino all’alba.
Su un vassoio portava un grande bricco con il manico; nell’incavo del braccio una cesta con i bicchieri, lo zucchero, le bottiglie di rum e anice e alcune tazze sospese agli uncini.

Capera
La capera era una mobile parrucchiera che lavorando a domicilio, raccoglieva numerosi sfoghi, indiscrezioni, come dire scoop, gossip di quartiere. La sua promessa solenne di non riferirli ad anima viva era spesso disattesa.

Chianchiere
Macellaio: il nome, ancora in uso, deriva da chianca, che prima indicò il macello poi la macelleria.

Franfelliccaro
Venditore ambulante di dolciumi.

Furnaro
L’artigiano del pane, il più specializzato, il vero mastro … prima dell’avvento dei forni elettrici.

Latrenare
Spuzzacesse, Spuzzalatrine: in assenza di reti fognarie, il suo lavoro era fondamentale, indispensabile. Raccoglieva quel maleodorante materiale casa per casa, ammucchiandolo in enormi tini.

Lutammaro, Merdaro
Svolgeva l’arduo compito di raccogliere nelle strade e nelle masserie gli escrementi di cavalli, asini, vacche e capre.

Mastuggiorgio
Infermiere di manicomio. La concreta derivazione potrebbe essere questa: Mastro Giorgio Cattaneo, un castigamatti che nel XVII secolo pretese di curare i mali nervosi con le percosse.

Mbrellaro
Venditore e riparatore di ombrelli

Mellunaro
Venditore di angurie e meloni: rossi mellune ’e acqua e di gialli mellune ’e pane. Vende anche le capuanèlle, dalla scorza verdognola e raggrinzita, meloni principalmente consumati durante i cenoni di Natale.

Pasturaro
L’artigiano nomade con la cesta piena di figurine per il presepio

Pisciavinolo
Pescivendolo, ambulante e di banco.
La visione di una carretta con la mappata di reti e ceste, di gerle piene di sardine, spigole, triglie, orate, ai nostri giorni non è una rarità. Ed è quotidiano lo spettacolo antico, biblico, dei pescatori che tirano le reti a via Caracciolo e subito mettono in vendita il pescato.

Pizzaiuolo
Un vero e proprio mito napoletano, una cartolina vivente.
L’ambulante scendeva e risaliva i vicoli portando sulla testa uno scudo di stagno sul quale fumavano pizze all’aglio origano e pomodoro, alla mozzarella, alle alici salate. Questi i suoi slogan: «Uh, ca io me cocio! Vullente»; «’A lav e ll’ uoglie»; «Nu sordo a mamma e figlia», prezzo per il gentil sesso; «Ccà se magna e nun se pava», la prima pizza gratis, si pagava dalla seconda.

Pulezzastivale
Il Lustrascarpe, ovvero il pulimmo. Se ne trova ancora qualcuno passeggiando per Via Toledo. Gli ambulanti avevano una cassetta a tracolla, con il coperchio contrassegnato da due sagome di legno su cui poggiare i piedi in alternanza; e vernici, spazzole e strofinacci all’interno.

Riggiularo
Artigiano produttore di mattonelle. La tradizionale riggiola del Mezzogiorno è in cotto, dai toni caldi e rossicci.

Sapunaro
Curioso commerciante che si aggirava tra i rioni napoletani prelevando (per rivenderli a sua volta) abiti smessi, cianfrusaglie da soffitta, roba vecchia. In cambio offriva sapone di piazza, quello giallo e molle, racchiuso in un contenitore di terracotta a forma di cono tronco detto scafarea.

Scupatore
Il nostro operatore ecologico, il netturbino.

Stagnaro
Stagnaio, idraulico, fontaniere: artigiano ambulante che riparava padelle saldandole. Svolgeva attività di prevenzione: con un lieve strato di stagno liquido sul fondo e nei bordi interni delle caldaie e di ruoti di rame evitava il pericolo di avvelenamento da monossido di rame.

Vaccaro
Addetto alla cura e alla mungitura delle vacche. Mungeva latte schiumoso a domicilio, il suo arrivo era dal suono delle mucche scampanellanti.

Zampugnari
Giungevano in coppia fissa dall’Abruzzo e dalla Calabria per le feste del Natale: l’uno munito di zampogna, l’altro di ciaramella, strumento a fiato fatto di canne. Indossavano un giubbotto senza maniche di montone, calzavano un appuntito cappello guarnito di nastri.

Zeppularo
Venditore di zeppole e di altra frittura. Già nella Napoli di Del Tufo, alla fine del XVI secolo, vi si poteva trovare un ambulante che offriva zeppole co le mele.

Zuccularo
Colui che fabbricava gli zoccoli, indispensabile e nuda calzatura di contadine e lavoratrici urbane.

Questi solo alcuni dei più noti antichi mestieri napoletani, ma, come già disse per i modi di dire, chi più ne ha più ne metta! Ma lasciatemi concludere ancora una volta con Del Tufo, perché ridere non fa mai male, soprattutto dei propri difetti, e a Napoli anche quelli sono inimitabili! Eccolo il mestiere per eccellenza, l’arte furbesca a Napoli non ha rivali:

[…] starme attenti a sentire

quel che vi voglio dire

de l’arte de’ ladron, detta furbesca,

che qui pure, a Milano,

esercitan con l’una e l’altra mano.

Quei ladri, furbi o mariol chiamati,

da voi barri appellati,

son così destri e rari

che tra gli altri ladron non trovan pari.

Fonti:
C. Caravaglios, Voci e gridi dei venditori Napoletani, Catania, Libreria Tirelli 1931.
G.B. Del Tufo, Ritratto o modello delle grandezze, delizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli, a cura di O. S. Casale, M. T. Colotti, Salerno Editrice Roma, 2007
P. Gargano, I Mestieri di Napoli, Roma, Newton Compton Editori, 1995.
A. Ghirelli, Storia di Napoli, Torino, Einaudi, 1992.

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