Esclamazioni, imprecazioni, espressioni e comportamenti – modi di dire, insomma – napoletani divenuti leggenda.

Alcuni modi di dire di noi napoletani, probabilmente, non passeranno mai di moda. Gira e rigira, a casa o in piazza, in un “basso” o in pizzeria, da un giovane o da un anziano, da una gentil signora o da una vecchia zitella, non smetterai mai di ascoltarle: esclamazioni, imprecazioni, espressioni e taluni comportamenti che sono entrati a far parte del patrimonio genetico partenopeo.

C’è chi li definisce «napoletanismi», locuzioni appartenenti al napoletano, una vera e propria lingua più che un dialetto. A dimostrazione di ciò sarebbero le sue peculiarità grammatiche e sintattiche, oltre alle svariate e molteplici radici linguistiche. Il greco, il latino, poi il francese e lo spagnolo: un ricco vocabolario, Eduardo de Filippo diceva “dicimm a llengua nosta …”.

Ecco alcuni tra i modi di dire napoletani ritenuti intramontabili:

Figlio’e ‘n trocchia
Usato dai napoletani per definire un personaggio furbo, scaltro, un tipo buono nel gergo giovanile.

Mappina
Uomini e donne sudici, sporchi che amano comunque mettersi in mostra.

A casa del buon Gesù
«Chi ‘nce vène nun se ne va cchiù». Un luogo, spesso un’abitazione, dove ognuno corre a trovar rifugio per la ‘gioia’ del padrone di casa.

Addò sperdetteno a Gesù Cristo
Un luogo che si raggiunge con difficoltà.

Na vutat’ è mente
È quell’attimo in cui qualcuno cambia improvvisamente idea, opinione, situazione.

O cippo a Forcella
Un’oggetto la cui antichità, o un avvenimento accaduto anni addietro, tale da richiamare il 1647: si fa risalire quella cosa o quella situazione al monumento che, una volta, posto sulla Piazza della Sellaria, a ridosso del quartiere Forcella, accolse tanti capi spiccati dai corpi durante i moti di Masaniello.

‘A lantern ‘mman ê cecat/’O pan a chi nun ten e rient
Usato quando si vuole indicare un oggetto del quale il possessore non sappia che fare o non ne faccia buon uso. Cosa ci faccia un non vedente con una lanterna o una persona senza denti con un pezzo di pane si può ben intuire.

Mazzat a cecat
Quando ci si prende a botte senza badare troppo alle tecniche di combattimento.

Perder Felippo e’ o panar
Situazioni, progetti che sono inevitabilmente falliti.

Pe’ vvintinov’ e ttrenta
Conseguire un risultato sul fil di lana

Sta’ ntrìdece
Il 13 nella «Smorfia» napoletana simboleggia il fare da esibizionista. Si deve pensare “all’incontro di tre strade… trìvice… e immaginare il soggetto esibizionista al centro di esso”. Trìvice, trìdece, ci siamo.

O muorzo d’a crianz
L’ultimo boccone del pasto, l’ultimo rimasto nel piatto, quello mangiato con maggiore soddisfazione ed orgoglio.

È rrecchie ‘e pulicano
Il Pellicano è quel volatile noto per il suo sviluppato e fine udito. Quindi l’attribuzione di tale locuzione equivale a dire che chi ci sta di fronte ha un ottimo udito, sfruttato decisamente bene.

Cu’o core’ ‘mmano
Dire una cosa in tutta sincerità.

‘O cocc ammunnato e buono
Quando si desidera un qualcosa senza volersi scomodare.

Pigliarse’ o dito cu tutt’ ‘a man
Prendersi troppa confidenza, e si sa «la confidenza è patrona d’ ‘a mala crianza».

Facimm’ ammuina
Fare confusione, divertirsi, festeggiare.

Hadda venì baffone
Esclamazione dei critici di sinistra del governo durante il secondo dopoguerra che incitavano la venuta di Stalin.
Ovviamente la cerchia è allargabile, si accettano consigli ed opinioni a seconda delle proprie personali esperienze. Chi più ne ha più ne metta! Datte da fa’ ‘a jurnat è ‘nu muòrzo!

Fonti:
S. Zazzera, Modi di dire napoletani, Roma, Newton & Compton editori, 1996.

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