Matilde Serao aveva scritto un galateo napoletano. Terza lezione: le vacanze.

Matilde Serao anche oggi c’insegna a saper vivere. L’argomento del giorno sul suo galateo? In accordo coi tempi…

…l’estate! Con tutte le sue piccole, grandi gioie: il sole sempre alto nel cielo, il tempo libero, la spensieratezza, quell’aria di divertimento sempre in atto e il profumo dei fiori anche di notte.

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Su un fatto non ci sono dubbi: il più bel dono che l’estate porta con sé è quell’entità simbolica e quel concreto, frenetico appuntamento annuale che raccogliamo dietro le sette lettere e tre sillabe della parola vacanza.
Il più bel dono… ne siamo sicuri? La Serao, tutto sommato, non ne è così convinta: prendiamo tra le mani il suo piccolo vademecum di buone maniere e scopriamo cosa vuol dire far villeggiatura nella Napoli di primo ‘900.

La villeggiatura:

perché ci si va, quanto si spende e perché ci si deve andare

In fondo, questo affare della villeggiatura, come tante altre cose nella vita è tutta una questione d’imitazione.

A catena, con un effetto domino innescato da una prima pedina che decide, intorno alla metà di luglio, di partire, mezza città fa le valigie. La rete di amici e parenti, fittissima e più estesa di quanto si possa immaginare, tende ad allineare i comportamenti: se «tal dei tali» decide di partire, si può stare ben certi anche tutti i suoi conoscenti in breve tempo decideranno di fare la stessa cosa. Soltanto una piccola – e, secondo la Serao, profondamente saggia – parte della cittadinanza decide di rimanere in città, e godersi Napoli nel periodo estivo.

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Oltre ad essere un impulso d’imitazione, la villeggiatura è un dispendio economico notevole. E non importa se ci si è prefissati, durante l’inverno o all’inizio dell’estate, di spendere pochi soldi: è una «illusione! illusione! errore! grave errore!». Per quanto la meta sia scelta con cura, e la cinghia tirata con durezza, voi mettete in bilancio mille lire e ne spendete duemila: voi volevate restare due mesi e restate quindici giorni, tornando in città, nella pienezza dell’estate, senza quattrini. Voi volevate spendere millecinquecento lire, per la villeggiatura di tutta la famiglia: ne spendete tremila e tornate a casa col figlio malato, con la cameriera impazzita, col borsellino vuoto e con qualche debito sulla coscienza.

Per non parlare, poi, di quello che noi contemporanei chiameremmo stress organizzativo: conciliare i nervi fragili della signora moglie, le pretese della figlia maggiore in cerca di marito, le inquietudini del primogenito, le lamentele della servitù; e in effetti, senza AirBnB al quale fare affidamento, senza prenotazioni online e tripadvisor, non dev’essere stato facile arrivare il giorno della partenza senza trovarsi sull’orlo di una crisi di nervi.

Ma allora, perché diamine sottoporsi a questa tortura? Perché si tratta di una tortura inevitabile, in quanto la villeggiatura è un male sociale necessario.

La valigia della Serao

Fedele al suo proposito di consigliare e preparare dame e gentiluomini ad ogni evenienza, la Serao non risparmia un dettagliatissimo elenco di accessori e capi da portare in valigia, per lui e per lei. Tra gli accessori maschili, i più nostalgici scorgeranno con affetto i vecchi pennelli e le schiume da barba che forse hanno intravisto qualche volta tra gli oggetti dei propri nonni; e, inoltre, una divertentissima sfilza di abiti sportivi di ogni genere (da scherma, da equitazione, da tennis, da polo, da canottaggio e così via…).

Nella valigia della signora l’elenco di oggetti raddoppia: ogni tipo di bottiglietta di creme e cremine, essenze e profumi si accompagna a un piccolo emporio portatile (matite, penne, quaderni, francobolli) a una piccola merceria (ago, filo, ditale, bottoni di ricambio) per giungere alla necessaria farmacia (garze, cerotti e camomilla).

Compagni di viaggio serao

Stabilite le date, scelta la partenza, sistemati gli affari, preparate le valigie, la compagnia di viaggio s’è formata, e qui la Serao non risparmia osservazioni.

Ora, in viaggio, bisogna decidersi a uno dei due partiti estremi: essere una persona male educata o una persona bene educata. Soggiungo, anche, che tre quarti della umanità viaggiante si è decisa fermamente a essere male educata […].

Cavalieri ben poco cavallereschi che non cedono il passo alle dame, che non offrono il braccio alle signore, che si lamentano, che sbadigliano, che si alzano continuamente dal proprio posto in treno, che non rispettano la fila, che si comportano in maniera arrogante; dame ben poco aggraziate che civettano, strepitano, improvvisano salotti di inciuci nei vagoni delle carrozze e che non si vestono adeguatamente ai tempi, che si lamentano continuamente del caldo e del luogo di villeggiatura: la maggior parte dell’umanità in viaggio è, stando alla Serao, di questo fastidioso tipo.

Superato, bistrattato, umiliato da questo tipo di personaggi, l’uomo bene educato in viaggio è, fondamentalmente, una vittima: quale vantaggio riceve da questo suo atteggiamento paziente e garbato? Ebbene, uno c’è: talvolta egli incontra una compagna di viaggio che, stupita di trovarsi con un uomo bene educato, dopo aver incontrato tutti uomini male educati, s’innamora perdutamente di lui. 

Siamo sicuri che ci penserete, quest’estate a Mykonos o a Gallipoli, quando state per comportarvi da «male educati». 

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