Superstizioni e miti in Campania: la tradizione e la cultura che passano anche attraverso le credenze.

La Campania è una terra ricca di storia e cultura attraversata nei secoli dalle più disparate dominazioni, dai greci ai romani, dai normanni ai saraceni, popolazioni che hanno lasciato ognuna la loro impronta indelebile su un territorio che ancora oggi incuriosisce studiosi e visitatori. Dalle città più grandi ai piccoli paesini di provincia, ogni zona della regione conserva gelosamente il proprio patrimonio di culture e tradizioni, talvolta anche molto particolari, cui i forestieri guardano con un misto di incredulità e fascino. A destare l’attenzione delle persone che arrivano da fuori, spesso sono le leggende e le superstizioni che animano la regione intera, comportamenti per qualcuno incomprensibili o vere e proprie storie tramandate di generazione in generazione, che ancora influenzano la vita quotidiana dei suoi abitanti.

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di “malocchio“, per esempio, ossia della convinzione che gli “occhi” di un’altra persona possano gettare su di sé negatività e sfortuna. Sembra una follia, eppure in gran parte della Campania tanti associano la propria malasorte all’invidia e all’odio ricevuti. A questa credenza sono legati anche tutti quei riti legati all’eliminazione del malocchio stesso, “cerimoniali” che le nostre nonne ancora ricordano a memoria, come la misteriosa preghiera recitata proprio per allontanare la iattura e chiusa da tre segni della croce o la lavata dei pavimenti con acqua e sale per ricacciare fuori dalla propria abitazione le energie negative.
Tra le credenze più diffuse vi è anche quella per cui non bisogna mai regalare una spilla e, se proprio ciò accade, è necessario pungere lievemente la persona che riceve il regalo per evitare che questo possa arrecare in futuro sfortuna e dolore.

Siete in visita in Campania e avete un ombrello tra le mani? Bene, ricordatevi di non aprirlo mai in casa! Questa superstizione affonda le sue radici addirittura nel paganesimo, che vedeva questo gesto come un’offesa al dio Sole, mentre nel Medioevo si associava l’apertura dell’ombrello all’azione del prete che, per dare l’estrema unzione al malato ne apriva uno nero sulla sua testa, creando così un collegamento tra il semplice oggetto e un momento di tristezza e lutto. Motivo simile sembra essere alla base della credenza secondo cui non bisogna mai poggiare il cappello sul letto, proprio perché la prima azione compiuta dal sacerdote era quella di riporre il proprio sul letto in cui giaceva il moribondo.

Un ruolo fondamentale nella cultura partenopea, così come in quella campana in generale, è poi l’importanza associata al significato dei numeri, che ancora oggi vengono abbinati a particolari figure e storie umane, come la tombola insegna, o considerati fortunati o sfortunati  in virtù di arcaiche credenze.
Basti pensare al numero 17, a Napoli tradizionalmente associato alla “disgrazia” solo perché l’anagramma della formula romana per esprimerlo, XVII, forma la parola VIXI, ossia “vissi”, dunque “sono morto”. Se poi il 17 è associato al Venerdì, la combinazione è letale, tanto da poter spingere qualcuno a non uscire di casa per evitare di incappare in episodi sfortunati.

I campani, però, da sempre hanno mille risorse e anche contro la malasorte non mancano i più originali rimedi: un ferro di cavallo appeso al muro, rigorosamente con le punte verso l’alto, o un bel cornicello napoletano dal caratteristico colore rosso in tasca, saranno amuleti potentissimi contro il malocchio e la iettatura. Non è vero ma ci credo, direbbe qualcuno: dunque meglio non rischiare!

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