“Quel mostro di suocera”:  come ha preso piede questo cliché? Come è giunto intatto fino a noi? Sfogliando pagine di storia scopriremo l’autorità più temuta del palcoscenico familiare, mostruosa e bisbetica, sempre in procinto di muover guerra alla nuora.

Ancora oggi possiamo considerare la suocera come l’autorità più temuta del palcoscenico familiare, mostruosa e bisbetica, sempre in procinto di muover guerra alla nuora. Un vero e proprio mito che vanta lontane radici.

‘O serpe ca muzzecaje a sòcrema murette ‘e tuòsseco
Il serpente che morse mia suocera morì avvelenato

Per Terenzio, commediografo latino, non vi era alcuna speranza, del resto era lui a sentenziare, nella commedia La suocera (II sec. a. C.), che tutte le suocere in pieno accordo odiano le nuore. Ancor più schietto, quattro secoli più tardi, l’appello di Giovenale (Satire, VI 231-235): rinuncia alla pace familiare finché tua suocera è viva. Giovanni Verga, nei suoi Malavoglia, rincara la dose lamentandosi che tra suocera e nuora si sta in malora. Fiumi di inchiostro sono stati riservati a uno degli stereotipi occidentali con maggiore appeal, la suocera, arpia e intrighessa. In costante lotta con le vittime prescelte delle sue tirannie, nuora e genero, così si presenta agli occhi dei più. Un’immagine che va ripetendosi in romanzi, commedie, fumetti, persino barzellette

“Mia suocera è un angelo.” “Beato te, la mia è ancora viva.”

e proverbi

Una suocera è buona e lodata quando è morta e sotterrata.

Le parentele, è noto, possono essere equiparate alle sciarpe, poiché, più sono strette più fanno male. Discorso analogo vale per le affinità, eccezion fatta per la maternità, è chiaro, un senso profondamente radicato nel sud Italia, la sua carnale sacralità regge con fermezza ad onta del mutare dei tempi (Renato De Falco).

Meno cordiale, naturalmente, la valutazione di figlie, sorelle, zie, cognate, ma innanzitutto quella delle suocere.

A questo proposito occorre prendere in considerazione che nel dialetto napoletano si consta nei loro riguardi una particolare diversificazione semantica, a seconda che s’intenda la madre di lei o della madre di lui: alla prima è riservato un appellativo più rispettoso, ovvero gnora, quasi signora suocera, la seconda vien chiamata invece sic et simpliciter socra.

‘A socra è comm ‘o pesce: doppo tre ghiuorne fète.
La suocera è come il pesce: dopo tre giorni puzza.

La suocera incarna la logica premessa del proseguimento della specie: a lei l’onere – a volte espressamente normato nei capitoli matrimoniali di un tempo – di convivere con i coniugi (non è detto con quanto entusiasmo dei due), restando a loro carico ma prodigandosi per il buon governo della casa e donandosi ai nipotini garantendogli vigile e amorevole assistenza. A tal proposito segnaliamo l’unico adagio suocerofilo

Viato a chi se ‘nzora e piglia gnora
Beato l’uomo che, sposando, porta in casa la suocera.

Ma, come ha preso piede questo cliché? Come è giunto intatto fino a noi? Sfogliando pagine di storia e leggendo alla voce origini della civiltà si può scorgere tra le righe la prima attribuzione del ruolo di boss nella gerarchia familiare. A dimostrarlo l’etimologia del termine suocero, dalla radice indoeuropea: swe, colui che appartiene al medesimo gruppo sociale, krow, colui che detiene l’autorità.

Due sono i riti di sottomissione millenari. Nelle società primitive matriarcali, ove vigeva il matrimonio servile, così chiamato per la condizione d’inferiorità  a cui era sottoposto lo sposo convivente, questo era chiamato a prestare speciali servizi e a inginocchiarsi di fronte alla suocera senza mostrare i piedi. Un altro rituale, il cosiddetto evitamento, imponeva a suocera e genero di evitarsi, non potevano guardarsi né tantomeno rivolgersi la parola, potendo disporre solo di relazioni per interposta persona, un mood che andava simbolicamente a segnalare la relazione tra elementi diversi della struttura familiare, tenendo a freno esiti potenzialmente conflittuali di quel rapporto di parentela.
Il mito della suocera arpia e petulante nasce con l’avvento del modello familiare esteso e patriarcale, che impegnava gli sposi a vivere assieme ai parenti di lui: zii, nonni, generi, nipoti, tutti sotto lo stesso tetto. Ancor più frizzanti erano i siparietti che andavano in scena nelle famiglie numerose dell’Italia contadina mezzadrile. Le nuore muovevano direttamente dall’autorità dei padri a quella dei suoceri, ai quali si rivolgevano con il voi e da cui dipendevano sia sul lavoro sia per le esigenze più importanti. Una sottomissione che aveva inizio il giorno delle stesse nozze.

In alcune zone del Centro Italia il corteo nuziale trovava la porta di casa sbarrata e la sposa doveva bussare per tre volte, finché appariva sull’uscio la suocera con un mestolo alla cintura. E lo passava alla nuora solo dopo le formule di rito (“Che cosa volete?”, chiedeva la suocera. “Entrare in casa vostra e obbedirvi in quanto vi piaccia comandarmi”, rispondeva la nuora”). In altri casi la suocera portava una scopa, scodella piena d’acqua e la nuora doveva lavare la soglia. (Marzio Barbagli)

Tensioni latenti potevano essere così profonde da sfociare in quelle che lo storico Domenico Spadoni definisce terribili guerre femminili, fronte le quali i pur troppo pacati mariti non intervenivano mai. Motivo ricorrente di guerriglia familiare e dei consequenziali strepiti era tuttavia la rivalità tra nuore. La gerarchia familiare contadina prediligeva la nuora che era entrata per prima in famiglia, disposizione, però, che poteva essere sovvertita o capovolta dalle simpatie dei suoceri, dando avvio a irate rivalità.

Fa ‘ chello ca vére gnòreta.
Rassetta la casa per quel tanto che può rilevare tua suocera.

Molti riti di sottomissione tramontarono all’alba del XX secolo, allorché le trasformazioni sociali, figlie della rivoluzione industriale, misero in crisi l’autorità patriarcale, imponendo un nuovo modello familiare, quello coniugale intimo. In tutti i ceti sociali il matrimonio era l’esito della libera scelta degli sposi, fondato sull’amore e sull’attrazione fisica. Sebbene i coniugi vivessero per conto proprio, distanti dalle intromissioni dei suoceri, il mito, il tabù, il luogo comune della suocera-arpia rimase intatto.

Le ostilità trascendono gli status sociali familiari, come dimostrano i numerosi esempi di personaggi celebri e leader mondiali a cui la suocera troppo possessiva ha dato filo da torcere.

Dietro un uomo di successo, c’è una moglie fiera e una suocera sorpresa. (Harry Truman)

Non c’è bisogno di inasprire le pene per la bigamia. Un bigamo ha due suocere:come punizione mi pare che basti. (Winston Churchill)

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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