“Colei che salva gli uomini”, dal sorriso venerando e l’aspetto maestoso, si può oggi ritenere patrimonio napoletano

Nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, nella sezione di Baia, è possibile ammirare la miglior copia dell’Afrodite Sosandra di Kalamis, antica scultura greca, ormai perduta, che sorvegliava con il suo severo splendore l’Acropoli di Atene. Completamente avvolta da un pesante mantello di Stile Severo, l’Afrodite di Napoli è un capolavoro degli inizi del III secolo d.C. protagonista di una storia affascinante a partire dal suo ritrovamento fino alla scoperta della sua formazione.

Cosa vediamo oggi e cos’era un tempo? Nell’antico 465 a.C. il celeberrimo scultore Kalamis dedicò questa magnifica scultura a Callia e la pose all’ingresso dei Propilei sull’Acropoli di Atene. L’epiteto “Sosandra – Colei che salva gli uomini” è tipico di divinità funerarie ed infatti grazie alle attente descrizioni di Pausania riusciamo a ricostruire l’antico luogo che non doveva essere dedicato ad Atena, come si è soliti pensare, ma inizialmente costituiva un luogo di culto a scopo ctonio probabilmente dedicato agli eroi caduti in guerra devoti alla nostra Afrodite.

La scultura ebbe così tanto successo che fu nominata e descritta dai più grandi autori greci, e cosa forse più importante fu ricopiata un numero di volte così ampio che per lungo tempo è stato difficile trovare la copia più fedele. Secondo gli studi più recenti oggi conserviamo ben Afrodite Sosandra29 copie dell’Afrodite Sosandra, alcune delle quali funsero da modello per realizzare le sculture delle matrone romane. Si aprì un vero e proprio mercato d’arte che rese sempre più difficile il lavoro degli archeologi sulla ricostruzione del modello originale, finché nel 1953 non fu ritrovata la prima Afrodite integra nelle terme romane di un Palatium di Baia.

Protagonista di questa importante scoperta fu Mario Napoli. Egli si rese conto che tale copia non era completa poiché il lavoro di raspa si ferma intenzionalmente nei punti più sporgenti della statua quali fronte, capelli, piedi; il resto della scultura è stato lasciato ruvido probabilmente perché l’imperfezione del marmo ha indotto lo sculture a non completare l’opera per paura di un’eventuale rottura. I ritrovamenti precedenti a quelli di Baia sono di poco conto: troppo piccoli rispetto all’originale, presentano tratti atipici come le labbra troppo carnose della dea, i panneggi del mantello talvolta sono troppo morbidi e la posizione delle gambe è differente. La ponderazione dell’Afrodite Sosandra di Baia, invece, è ravvisabile proprio dall’esagerato panneggio sulla spalla destra dovuto all’inclinazione della testa che rende la struttura chiusa ed unitaria nella sua magnificenza.

Ma perché la copia di Baia è migliore rispetto alle altre? Con ogni probabilità questa è un calco diretto dell’originale. In una massa di detriti vicino alle terme di Baia, Gisela Richter ritrovò centinaia di frammenti di gesso di parti del corpo, ella intuì che si trattava di calchi degli originali in bronzo e tale ipotesi è stata poi confermata da Franciscis che provò l’esistenza di un’antica officina di uno scultore sulla Ripa Puteolana di Pozzuoli. Probabilmente da questo atelier proveniva l’Afrodite Sosandra ritrovata poi nel complesso del ninfeo delle terme di Baia.

Dall’Acropoli, all’officina di Pozzuoli, alle terme di Baia fino al Museo Archeologico di Napoli, l’Afrodite Sosandra non smette di destare stupore e meraviglia, una gioia per gli occhi, un tuffo nel passato in un mondo in cui il bello doveva essere adorato. Oggi la scultura non perde la sua importanza, tanto che si trova in mostra a Pompei per renderla accessibile ai numerosi visitatori, ma anche quando tornerà nelle sale del Museo sarà pronta ad accogliere turisti ed intenditori curiosi di ammirare un antico capolavoro.

Giovanissima studentessa di Lettere Classiche dell’Università Federico II di Napoli, è appassionata di scrittura e danza classica. Diciannovenne, vive a Marigliano e crede nelle potenzialità che la sua terra ha da offrire.

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