Giuseppe Santabarbara, nel suo ultimo romanzo Al di là del vuoto, oscilla tra desolazione e speranza.

Il vuoto di valori della nostra società, quando reagisce con il rimosso, con gli abissi inconfessabili che ognuno  di noi cela, genera mostri. Per capire, o almeno per tentare di farlo, bisogna andare al di là del vuoto.

Al di là del vuoto in cui precipita Roberto Nitti, famoso e apprezzato professore di filosofia, sporgendosi dal terrazzo dell’attico della sua ex compagna, Andreina. La vivace routine di Via dei Condotti, nel centro di Roma, sconvolta da una morte tanto eclatante. Incidente, suicidio o diabolico omicidio?

Le indagini, sullo sfondo metropolitano di Roma e Milano, scavano negli abissi umani e sociali, disegnando un mondo sempre più torbido, freddo e violento. Escono allo scoperto gli scheletri nell’armadio di una ricca famiglia di industriali, dove genitori anaffettivi, competitività malata e adolescenza rubata costituiscono l’esempio prototipico di quell’alta borghesia da sempre protagonista di gialli, noir e, ovviamente, cronaca nera.

Il professor Nitti è legato sentimentalmente a Valentina, una sua allieva, con la quale stabilisce un intenso sodalizio intellettuale. Nel deserto sociale della metropoli, infatti, non manca un costante riferimento alla vocazione civile del professore, asse delle sua filosofia.  Raccoglierne l’eredità culturale, per Valentina, sembra forse l’unico modo per superare il trauma e buttarsi nella vita con l’energia della sua gioventù. L’afflato umanitario e politico è un baluardo contro la violenza e la depressione, contro il “vuoto” sociale e individuale.

In Al di là del vuoto Giuseppe Santabarbara dà molto spazio alla psicologia femminile. Tante le donne protagoniste, di diverse età ed estrazione sociale. Ognuna con una definita individualità, proprie ambizioni e, soprattutto, un proprio modo di intendere e vivere l’amore e le relazioni.

Individualità e psicologie che si formano in ambienti familiari affettuosi ma realisticamente sofferti, dove la figura paterna, volente o nolente, è meno presente. Individualità e psicologie che si cementano con esperienze dolorose e si riversano nelle scelte affettive, costantemente  minacciate dal vuoto.

In particolare, l’attenzione si concentra sulle donne giovani e adulte, ancora in bilico tra idealismo e rassegnazione, studio e lavoro, passioni e divorzi.

Mentre la prosa scorre gradevole e lineare, nascono storie di solidarietà femminile, ora sincera, ora materna, ora straordinariamente falsa. Presenti anche diversi accenni allo scontro generazionale, che può assumere toni grotteschi o disincantati.

È proprio nell’intreccio tra psicologia femminile, rapporti familiari e società brutale che andranno cercati eventuali carnefici.

In Al di là del vuoto (edito da Brignoli Edizioni), però, “carnefice” è una parola ambigua, spesso non distinguibile da “vittima”. Non potrebbe essere diversamente.

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