Atacama, il nuovo disco di Alessio Arena: vistose influenze latineggianti, che donano colori dalle mille tonalità a produzioni poliedriche

Nelle parole che leggerete, lungo questo articolo, sarà racchiusa la mia più completa sincerità, a partire da ora: non sapevo cosa dire.

Non sapevo neanche cosa fare, in realtà, quando mi fu proposto di parlare di quest’album, Atacama!, che mi lasciò con ben poche parole.

Ho ascoltato l’ultimo lavoro di Alessio Arena innumerevoli volte, nella sua interezza, nelle più disparate situazioni; tutto, pur di trovare le parole giuste per qualcosa che non sapevo esprimere.

Ho preso coscienza di ciò che avrei dovuto dire solo pochi giorni fa, durante un viaggio in macchina, solitario e senza meta: l’occasione perfetta per un ultimo confronto con la musica di Arena, e con tutte quelle sensazioni che non volevano far capolino né dalla mia testa, né dal mio cuore.

Quest’articolo, debbo specificarlo, non vuole essere inteso come una recensione, quanto più come un approfondito avvertimento a ciò a cui andrete incontro ascoltando Atacama!, un album ben riuscito, sia musicalmente – caratterizzato da vistose influenze latineggianti, che donano colori dalle mille tonalità a produzioni poliedriche –  sia sul livello del concept, che scaturisce dall’idea di un ritorno verso casa, reso possibile attraverso un abbraccio alla terra, una riscoperta di territori vari, sia ricchi che aridi, talvolta ostili.

Atacama!, che si avvale anche di una schiera di musicisti di pregevole talento (Marta Gómez e Manuel García come validi esempi), non manca certo di strizzare elegantemente l’occhio a suoni e stili più cari alla tradizione. Dunque, esattamente come chi conosce Arena si aspetterebbe, anche in quest’ultima sua produzione c’è un sano, perfetto equilibrio tra la capacità autoriale squisitamente partenopea e l’ampiezza di vedute che solo un artista internazionale (e che trae in questo aggettivo motivo di ricchezza e cultura) può avere.

Atacama!, però, fa del suo punto di forza una curiosa capacità attrattiva, che pone l’ascoltatore a tu per tu con ognuno dei brani che scorrono in questo piacevole album. Come se avvenisse un incrociarsi di sguardi, l’ascoltatore guarda alla musica così come a se stesso: intimamente; crolla, poi, in un religioso silenzio, che lascia spazio solo ai paesaggi che le note vogliono farci vedere, come se il viaggio di ritorno verso casa avesse noi per protagonisti, con la nostra esperienza, la nostra cultura, le nostre emozioni.

L’ascolto che va riservato ad Atacama! – sarà sicuramente ormai chiaro – dev’essere un’esperienza solitaria, non adatta a menti offuscate dai vari momenti di vita quotidiana. Questa è musica che va ascoltata con gran rispetto e altrettanta attenzione, al fine ultimo di cogliere ogni passo, ogni variazione, ogni sensazione che ha da offrire.

Sarà lecita una lacrima per la fragilità di Parlo di noi, o un groppo in gola per La canzone di pietra, così come sarà lecito voler chiudere gli occhi e riposare al suono di Camanchaca, lasciando spazio alla briosità di Amor Circular.

E dunque, come riassumere questo mio lungo monologo? Sottolineando quanto il lavoro di Alessio Arena meriti riconoscimento, e consigliando un ascolto approfondito, magari scandito dal momento (e soprattutto, dallo stato d’animo) giusto. Lascio a voi il piacere di scoprire la valenza di testi ricchi, interpretati da una voce, quella di Arena, intensa ed espressiva.

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