Un intreccio di generi cinematografici, relazioni sociali e Paesi targato Manetti Bros: Ammore e malavita, l’ultimo film premiato come miglior film nella 62esima edizione dei Premi David di Donatello

Ammore e malavita diretto da Marco Manetti, Antonio Manetti e con Marco Buccirosso e Claudia Gerini è una dichiarazione d’amore per Napoli, ma di un amore inusuale per molti e troppo usuale per i napoletani che amano e odiano allo stesso tempo questa città.

Uscito nei cinema italiani il 5 ottobre 2017, si fa fatica ad appuntare a quest’opera cinematografica l’etichetta di “commedia” o di “film d’azione” o ancora “musical”. I Manetti Bros sono riusciti qui a far incontrare la commedia con l’azione e con il romanticismo, il tutto sorretto da una colonna sonora di Pivio & Aldo Scalzi, divertente e leggera ma anche teatrale e tragica. È proprio con la musica che il film inizia a parlarci, mentre le immagini presentano le Vele di Scampia, come “the dark side of Naples”, e la scena di uno scippo come “the ultimate touristic experience”. Parole e accostamenti che farebbero storcere il naso a qualche napoletano. Ma siamo ancora troppo lontani dal messaggio finale, e così come è sbagliato giudicare un libro dalla sua copertina, allo stesso modo è vietato storcere il naso al superficiale accostamento Napoli-malavita che i Manetti bros hanno proposto come introduzione del film. È questo, infatti, un film che sorprende fino all’ultimo minuto.

Don Vincenzo Strozzalone, detto ‘o rè d’ò pesc’ è un boss della camorra stanco di fuggire e di essere rincorso. Innervosito dal suo stile di vita fin troppo dinamico, decide, insieme a sua moglie Donna Maria di trovare una soluzione. Con una dinamica che ricorda molto il suicida Mattia Pascal, che risorge in una nuova vita con il nome di Adrian Meis, il boss si lascia guidare dalla sua malafemmena, la quale pianificherà dettagliatamente la morte fittizia di suo marito, facendo uccidere da uno dei suoi scagnozzi un conoscente della donna molto simile a Don Vincenzo.

Donna Maria è una donna che difficilmente definiamo amorevole, dopo che arriviamo a comprendere il motivo per il quale la donna si è impegnata così tanto per dare una nuova vita a Don Vincenzo. Diamanti, soldi, potere: queste sono le parole-chiave che tengono in piedi la relazione tra i due. Diverso è il discorso invece che riguarda la relazione tra Fatima e Ciro Langella. Fatima è un’infermiera che, per sua sfortuna, si è trovata nel posto sbagliato e nel momento sbagliato: infermiera dell’ospedale dove Don Vincenzo è stato sottoposto a un’operazione di routine (infatti il boss decide di rifarsi una vita successivamente a una sparatoria che l’ha visto protagonista), scopre che Don Vincenzo non è realmente morto, e tanto basta per mettere fine alla sua vita. Ciro, fedele scagnozzo della famiglia Strozzalone, quando scopre che l’infermiera “colpevole” è in realtà il suo primo grande amore, istintivamente e a dimostrazione del fatto che anni di riflessione fredda e razionale non erano fino a quel momento serviti a distoglierlo da quel tipo di vita, tradisce Don Vincenzo, tradisce il suo amico Rosario, tradisce l’onore, la prima regola infrangibile. La relazione tra Fatima e Ciro è l’unica che durerà fino alla fine: dal momento in cui decidono di scappare fino a quando pianificano, sul finale, la morte di Ciro, richiamando così lo starting point. In queste scene il tragico e il romantico confluiscono, così come confluisce il sangue finto che i due si riescono a procurare per mettere in scena la morte di Ciro nelle onde del mare, dove Ciro verrà fingerà di accasciarsi morente. Un amore genuino e antico, che contrasta  totalmente con la relazione artificiale e di convenienza di Strozzalone con la sua Donna Maria.

L’obiettivo, che una volta era Fatima, ora è Ciro. Gli Strozzolone si adoperano nella ricerca snervante di Ciro, il traditore, il “figlio perso”. Ma Ciro, ex ammiratore e adepto di Don Vincenzo, è stato offuscato (o salvato) dall’amore, e ora è un dissidente pronto a voltare le spalle a ciò che più gli era vicino in cambio della liberazione, della vita vera. Da vero combattente e giustiziere riesce a vincere gli uomini di Strozzalone, e questi dovranno chiedere aiuto al nipote di Vincenzo, un ragazzo americano onesto, che convive con il peso di un cognome troppo scomodo. In un intreccio di parentele, amicizie, amori, la guerra di camorra raggiunge l’America. Sarà soltanto quando i Langella riusciranno a inscenare la morte e la scomparsa di Ciro, personaggio ormai troppo scomodo per tutti, che la guerra sarà finita.

La volontà e il desiderio di allontanarsi da una Napoli pericolosa, il seme della libertà insito in Ciro sin dall’inizio del film, non è però destinato a tutti: quando Ciro pregherà il suo amico e collega Rosario di abbandonare il posto e fuggire, quest’ultimo non comprenderà, nonostante gli sforzi di Ciro, che la libertà vale più dell’onore, e che l’onore va rivolto alle persone che amiamo e che ci amano. Rosario verrà ucciso, così, dal suo più caro amico, Ciro, che fingerà di morire di lì a poco, sparato in lontananza da suo zio, complice della messainscena.

La morte sembra essere l’unica via di uscita per fuggire ai mali di Napoli, ma non si può morire davvero, soprattutto dopo aver conosciuto una città tanto viva. Nemmeno l’amore, che all’inizio aveva vinto contro la guerra di camorra e aveva evitato lo spargimento del sangue dell’innocente Fatima, ha avuto la meglio. Questa volta morire, anche se in maniera fittizia e teatrale, è necessario per far trionfare l’amore, poichè “la gloria la dà solo l’esilio”, e soltanto lontani da Napoli Fatima e Ciro riusciranno a cominciare una nuova vita, quella che avevano sognato sin da bambini.

Ma che sapore avrà la vita lontano da Napoli? questo è punto su cui i fratelli Manetti ci portano a riflettere, e in parte una risposta temporanea ce la suggeriscono anche, e ancora una volta attraverso la musica: “a volte qualcuno ti offre anche il caffè, ma non è Napoli!”

I Manetti Bros ci ricordano che da Napoli si può, e a volte si deve, scappare, ma non è possibile dimenticare la sua inconfondibile e ineguagliabile essenza.

Miriam Topo, nata nel 1993 a Napoli, è “un pezzo di legno non lavorato”. Affascinata dalle culture diverse e dalle differenze, attualmente si sta specializzando in Lingue e comunicazione. Amante delle parole, scrive per rendersi conto.

Commenta