Un album dalla forza catartica, racconto in musica di una rinascita dalle ceneri: Araba fenice, il secondo disco di Katres

Che suono ha la rinascita, l’attimo in cui le ferite più profonde iniziano ad acquisire un senso e si ritrova il coraggio di volare su ali nuove e più luminose? Ce lo racconta Katres (Teresa Capuano), con il suo secondo album, Araba Fenice, pubblicato il 23 febbraio per Giungla Dischi e prodotto da Daniele Sinigallia, artista la cui sensibilità incontra, attraverso l’uso dei synth, del basso e delle chitarre elettriche, l’anima elegante e passionale della cantautrice, in nove tracce ben strutturate, che rappresentano un connubio equilibrato tra naturalezza, immediatezza espressiva e ricercatezza stilistica.


Il disco, registrato presso Gli Artigiani Studio di Formello (Roma), è stato anticipato dall’uscita, nel 2017, di due singoli: “Ormai ho deciso”, con il quale Katres ha vinto il Premio Stil Novo nell’ambito del premio Lunezia, e “Bla bla bla”.
La voce versatile di Katres, talvolta calda, talvolta leggermente graffiante, riesce ad esplorare spazi sommersi nelle profondità del cuore, giungendo con delicatezza, come un balsamo, ad accarezzare ferite aperte, riscaldando e donando luce a quei piccoli spazi vuoti che ognuno porta dentro di sé. Una voce emozionante e avvolgente, che si muove con sicurezza su ricchi e articolati tappeti ritmici, che variano notevolmente da brano a brano. Protagonista costante di tutte le tracce è la chitarra acustica, che accompagna testi di straordinaria sensibilità e spessore. Varie sono le collaborazioni di cui si è avvalsa la cantautrice per la realizzazione dell’ep: dai violini di Andrea Ruggiero, alla batteria di Ivo Parlati, all’harmonium di Marjorie Biondo passando per il banjo di Michelangelo Bencivenga e il pianoforte di Andrea D’Apolito.
Ciascuna delle nove tracce che compongono l’album mostra una personalità ben definita e una propria identità, diversa e al contempo simile a quella delle altre.
Il cuore pulsante del disco, il fil rouge che lega i brani, è tutto racchiuso nel titolo, che evoca lo splendido uccello infuocato che, secondo il mito, giunto alla fine della propria esistenza, si costruiva un nido di piante aromatiche, su cui moriva ardendo, per poi rinascere dalle proprie ceneri e ricominciare una nuova vita. Una creatura sacra, secondo la tradizione egizia, che fu poi adottata dal mondo greco, in cui l’uccello veniva rappresentato con piume color rosso porpora (phoinix, infatti, in greco significa purpureo).


Queste piume infuocate nel disco rappresentano le paure, le debolezze, le insicurezze che nascono nell’animo di ogni persona dopo un periodo difficile e sembrano lasciarci quasi paralizzati, in una condizione di lacerante staticità, impedendoci di seguire i nostri sogni e di ricercare la serenità. “Araba fenice” nasce dall’esigenza di raccontare un percorso di rinascita vissuto in prima persona dalla cantautrice, e vuole essere una dichiarazione di guerra alla staticità, un grido di libertà e un invito a riscoprire in se stessi la forza di ricominciare a vivere dopo un periodo di “morte” metaforica, proprio come una fenice.

Splendono lungo la mia schiena le paure che mi hanno impedito di volare, le guardo bruciare per poi risorgere dalla cenere e credere che sia possibile evolversi, evolversi partendo dalla distruzione.

Araba fenice, brano centrale nel concept album, è stato composto alla fine delle registrazioni; rappresenta quindi una riflessione a posteriori sul processo di rinascita vissuto da Teresa Capuano. La voce duttile di Katres, accompagnata dalle chitarre, dai synth e dal basso di Daniele Senigallia, incontra, in questo brano, la voce calda di Andrea D’Apolito e scorre lieve su un equilibrato pattern sonoro, in cui strumenti diversi tra loro, come pianoforte e batteria, dialogano in maniera armoniosa, concorrendo a trasmettere all’ascoltatore una sensazione di estrema leggerezza e di libertà, come se si venisse sfiorati dal vento leggero di marzo che preannuncia l’inizio una nuova stagione.

Ogni tappa del cammino di rinascita, fatto di alti e bassi, di cadute e risalite, viene fotografata in musica e raccontata in maniera elegante e sublime da Katres. Come ogni rinascita che si rispetti, anche questa inizia con un taglio netto con il passato, una presa di posizione necessaria che impone di rinunciare ad alcune persone e cose che ci impediscono  di volare, calpestando i nostri sentimenti. Questa voglia di riprendere in mano le redini della propria vita, di non lasciarsi guidare da altri, è al centro del primo brano dell’EP, intitolato Ormai ho deciso. Il brano, infatti, esprime la consapevolezza di chi ha imparato a guardare al passato con occhi diversi, trasformando il dolore in un’energia positiva, una nuova linfa vitale che non fa dimenticare le esperienze dolorose ma aiuta a comprenderle.

Ma intanto incasso ed ho le mani vuote, e il cuore calpestato da te. Mai più ti lascerò guidare i miei passi, a due passi da te, lontano da me.

Si apre con un attacco deciso, in cui protagonista è la batteria, la seconda traccia del disco, “Sei”,  in cui pian piano il tappeto sonoro si arricchisce di nuove sfumature che sembrano delineare un ordinato “caos cosmico”, in cui ci si muove con leggerezza, lasciandosi trasportare dalla musica e dalla delicatezza della voce di Katres, che racconta il momento in cui, ripreso il contatto con se stessa, riscopre la capacità di fidarsi e affidarsi, lasciando spazio a nuovi incontri e ricominciando a sognare. Una dolcissima canzone d’amore, che parla di un amore sincero, autentico, sano potremmo dire, che non tarpa le ali, ma al contrario sostiene nel volo la persona amata.

Tu sei di un altro pianeta, tu sei come me, come se fosse inscindibile una parte di te da me. Non ho mai i piedi per terra e tu invece di tirarmi giù mi porti su, un po’ più su.

Il ritmo si fa decisamente più incalzante in “Bla bla bla“, canzone che sembra riprodurre in musica il rincorrersi frenetico dei pensieri che in alcuni momenti affollano la mente creando una confusione interiore difficile da esprimere a parole.

Pensieri muti balzano su e giù per la mia testa, poi nella bocca cadono, la  lingua li calpesta e perdono il vero senso, impasto di saliva e suoni.

“Non chiamarmi amore”, quinta traccia dell’album, rappresenta un momento di raggiunta consapevolezza, in cui si impara ad ascoltare i propri bisogni e si riscopre la bellezza e l’importanza dei piccoli gesti.

Chiedimi come sto, che non lo fai da tempo, guardami dentro e dammi un bacio adesso.

In un processo di rinascita che sia un cammino di crescita, un continuo costruire e ri-costruire parti di se e della propria storia, non possono mancare attimi di sana e nostalgica riflessione del passato, che s’intreccia sempre con il presente e continua a vivere in esso, come le onde del mare si sovrappongono e si confondono. “Come un’onda” è una canzone che parla di distanze, di ricordi per sempre fissi in una fotografia e di attese per ricominciare nuovi percorsi, nel flusso mai fermo del tempo della vita.

Mi fermo e pronta aspetto il vento che mi solleverà come un’onda.

Dicembre lieve, settimo brano di Araba Fenice, è il malinconico dipinto in musica di un inverno del cuore, che descrive la lenta morte di una passione, la fine dolorosa ma inevitabile di un amore. In un susseguirsi di immagini che evocano l’idea di un lento abbandono, si giunge, infine, a una catartica liberazione.

Lieve giace tra le mie dita l’odore dell’ultima sigaretta che ho fumato guardandoti.

Il ritmo cambia nettamente in La risalita, brano in cui le pulsazioni elettroniche sembrano riprodurre i battiti di un cuore ferito, calpestato, che tuttavia non smette mai di camminare verso la rinascita, con la consapevolezza che ogni caduta, ogni taglio, ogni momento buio ha contribuito a renderlo ciò che è.

Ogni caduta è un passo debole verso la risalita. Il tempo cura, consuma e medica, distrugge e genera.

A conclusione del disco, una cover di un brano in siciliano, Mokarta, omaggio della cantautrice alla cultura della sua terra natia. La canzone, quinta traccia dell’album Shams della band siciliana Kunsertu, composta nel 1985, è una serenata reinterpretata con profonda sensibilità e intensità da Katres.

Araba fenice è ascoltabile per intero su Spotify.

Nata nel ’97 a Bologna, mi sono trasferita da bambina in un paesino dei Monti Lattari. Grazie alle persone che ho incontrato, ho iniziato ad amare questa terra meravigliosa, troppo spesso vista attraverso la lente del pregiudizio. Sono appassionata di letteratura, fotografia e arte, in tutte le sue manifestazioni. La lettura del libro “In viaggio con Erodoto”, di Ryzdard Kapuscinsky, mi ha insegnato il valore e la bellezza della diversità. Studio arabo e inglese presso la facoltà di mediazione linguistica e culturale.

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