Un film capace di coinvolgere lo spettatore con una disarmante semplicità e intensità: arriva a Napoli “Per un figlio”

Dopo una menzione alla  cinquantaduesima mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e l’uscita nelle sale il 30 marzo, approda anche in Campania “Per un figlio”, primo film del regista srilankese Suranga Deshapryia Katugampala. La prima sarà a Napoli, domani, martedì 4 aprile, presso il Cinema Delle Palme, la seconda proiezione, invece, a Salerno, al cinema Fatima.

“Per un figlio” racconta una storia tormentata e allo stesso tempo semplice, fata di gesti iterati, silenzi e drammi soffocati. Il processo creativo ne fa una grande opera di composizione, un lavoro di squadra in cui tutti, dagli attori ai tecnici, hanno unito le forze e affrontato mille problemi perché, come ha spiegato lo stesso Katugampala.

L’unica cosa certa era l’urgenza di raccontare, di dire che le nostre storie sono anche le vostre storie, le storie di un  mondo comune.

Da quest’urgenza di raccontare nasce “Per un figlio”, che non è un film autobiografico, precisa Katugampala, sebbene il regista, emigrato da bambino in Italia, abbia raccolto nella trama molte storie ed esperienze condivise nella sua vita. Un film capace di coinvolgere e commuovere lo spettatore, affrontando tematiche complesse, quali il conflitto generazionale e quello culturale  in maniera semplice e delicata. Ma, soprattutto, in maniera straordinariamente sincera, vera, tanto da annullare quasi le distanze tra interpreti, personaggi e pubblico. Il regista, infatti, non ha voluto scrivere dialoghi precisi, applicando al cinema quel principio pirandelliano secondo cui il copione è dentro di noi.

Tutto è stato improvvisato durante le riprese, adattato a quello che gli interpreti sentivano.

La scelta di una troupe composta da un direttore di fotografia e assistenti tecnici srilankesi è stata dettata dal bisogno di valorizzare competenze e modi di fare arte diversi da quelli italiani, che purtroppo spesso non trovano un riconoscimento ufficiale. Il cast, nella sua composizione italiana e cingalese, mostra quell’ibridazione e quell’incontro di culture diverse che sono al centro della storia.

In un’anonima provincia del nord Italia, Sunitra (Kayshalya Fernando), una donna srilankese di mezza età divide le sue giornate tra il lavoro di badante e il figlio adolescente (interpretato da Julian Wijesekara). Fra loro regna un silenzio carico di tensioni, che riesce a esprimere meglio di qualsiasi parola il rapporto conflittuale che li lega. L’incomunicabilità,  infatti, è un filo conduttore che percorre tutto il film.

In Sunitra l’amore materno si unisce al senso di colpa per aver abbandonato il figlio ancora in fasce, nella speranza di garantirgli un futuro migliore. Il suo è un amore segnato dai sacrifici e dalla fatica, che giunge quasi all’abnegazione, come quando sceglie di dormire sulla sedia per lasciargli l’unico letto della casa. Esiste un muro invisibile che la separa dal figlio, una sorta di velo che le impedisce di guardare la realtà con i suoi occhi. Madre e figlio rappresentano due universi paralleli ma antitetici. Il ragazzo, infatti, cresciuto in Italia, fa esperienza di un’ibridazione culturale che la madre non vuole accettare, restando ad ogni costo abbarbicata alle sue origini, anche dal punto di vista linguistico, al punto tale da rifiutare di parlare italiano. Sunitra non sente di appartenere al mondo in cui suo figlio è cresciuto e non ricerca quell’integrazione che il ragazzo invece cerca di ottenere, adottando gli stessi comportamenti dei suoi coetanei.

I personaggi appaiono avvolti da un’aura di solitudine, ciascuno è chiuso nel proprio microcosmo, fatto di drammi diversi eppure, in fondo,  così simili a quelli degli altri.

Tutto il film è basato su antitesi tra situazioni e personaggi che, pur nella loro diversità, mostrano di avere sempre qualcosa in comune. Sunitra cerca disperatamente di non perdere la propria identità culturale, vivendo l’attaccamento alle proprie origini come un sogno ad occhi aperti, un’ostinata illusione che la porta a rifiutare la lingua e la cultura del paese in cui vive da anni e la confina in un isolamento voluto. L’unica persona con cui si confida è l’anziana signora di cui si prende cura, alla quale rivela di non aver potuto allattare il figlio e di essere emigrata quando era ancora in fasce. Lei, invece che di figli ne ha allattati cinque, in vecchiaia, nel momento in cui avrebbe maggior bisogno del loro aiuto, si ritrova ad essere quasi dimenticata, e sperimenta la stessa solitudine di Sunitra. Infine, c’è la solitudine di un adolescente, un ragazzo di 18 anni, che trascorre le sue giornate tra bravate e bevute, alla costante ricerca di un’integrazione che non avviene mai fino in fondo. Resta la consapevolezza di essere altro rispetto al mondo in cui vive, ma continua la sua lotta per l’integrazione, la stessa lotta, ma di segno opposto, che porta avanti anche la madre. È la battaglia eterna di ogni essere umano per l’affermazione della propria identità, è qualcosa di ancestrale, atavico: il bisogno di poter essere liberamente se stessi e di ricercare la felicità. Sunitra e suo figlio rappresentano due generazioni a confronto, due modi diversi di affrontare lo sradicamento culturale che vive ogni immigrato.

Il valore del film risiede forse proprio nella sua capacità di mostrare contemporaneamente, da due punti di vista diversi, come avviene il processo di integrazione (e anche quello di non-integrazione).  Vengono presentate diverse prospettive e aspettative rispetto all’inserimento in società, offrendo agli spettatori uno spaccato sulla quotidianità ma anche sull’interiorità e le dinamiche psicologiche che vivono migliaia di immigrati. Si rende così possibile una delle più belle magie del cinema: crollano le barriere tra noi e loro, e abbiamo l’opportunità di osservare con occhi diversi un mondo molto vicino al nostro, che troppo spesso ignoriamo.

“Per un figlio” è un film che tutti dovrebbero guardare, perché non è soltanto la storia di un conflitto culturale e generazionale, ma è la storia di ognuno di noi, della solitudine che ogni essere umano porta dentro di sé, del dolore che accomuna tutti e che non dovrebbe diventare un muro di silenzi, ma aiutarci a costruire legami.

 

 

Nata nel '97 a Bologna, mi sono trasferita da bambina in un paesino dei Monti Lattari. Grazie alle persone che ho incontrato, ho iniziato ad amare questa terra meravigliosa, troppo spesso vista attraverso la lente del pregiudizio. Sono appassionata di letteratura, fotografia e arte, in tutte le sue manifestazioni. La lettura del libro "In viaggio con Erodoto", di Ryzdard Kapuscinsky, mi ha insegnato il valore e la bellezza della diversità. Studio arabo e inglese presso la facoltà di mediazione linguistica e culturale.

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