Le sonorità popolari della musica di strada nelle note di Chi fatica se more e famme album di esordio degli Ars Nova, gruppo composto da Carlo Guarino (chitarra e voce), Marcello Squillante (fisarmonica e voce), Michelangelo Nusco (violino), Vincenzo Racioppi (charango e mandolino), Bruno Belardi (contrabasso) e Antonino Anastasia (percussioni).

 

Chi fatica se more e famme raccoglie interpretazioni intime e originali di molti brani chiave della tradizione popolare del sud Italia, sintesi delle esperienze raccolte dalla band in oltre sette anni di attività. Ad ogni traccia corrisponde una storia, una ricerca, un piccolo frammento di esistenza che ha permesso agli Ars Nova Napoli di costruire un repertorio personale che dà voce ai richiami della strada e custodisce, rielaborandolo, l’immenso patrimonio sonoro che ha reso Napoli la capitale della canzone attraverso le epoche: tra i brani, l’antica O Cardillo, la favola dell’Auciello Grifone, l’immancabile Tammurriata, la mitica Tarantella del Gargano.

Un album che restituisce il passato alla contemporaneità attraverso il talento dinamico e travolgente di sei ragazzi con la musica nel sangue e nelle mani che riassumono così la prima avventura discografica.

 

Li abbiamo intervistati per sapere qualcosa in più sul suo lavoro.

– Ars Nova, il nome è indice di una forte volontà d’innovazione, eppure la vostra musica canta e riprende brani della tradizione folkloristica napoletana e campana. Il nome del gruppo quindi, è un contrasto o uno sprono?

La risposta potrebbe essere un po’ deludente perché il nome in realtà è nato per caso! Eravamo al nostro esordio, ancora non avevamo un nome per cui ci fu dato dalla persona che ci aveva ingaggiato. Ma come si dice? Niente è a caso! Infatti il nome rispecchia fedelmente quello che facciamo: la musica popolare è così antica e lontana dalla musica moderna da sembrare nuova. Noi siamo riusciti a racchiuderla in uno spettacolo di musica di strada e a dargli sonorità che hanno un’anima più urbana, tessute lentamente anche attraverso lunghi viaggi ed incontri con persone e culture.

– Chi fatica se more e famme: un album di tutto rispetto, di ben 15 tracce, che si ascolta con piacere, avete pensato d’inserivi anche qualche inedito?

Abbiamo voluto che questo album fosse il frutto di un lungo percorso che si è basato sulla ricerca della musica tradizionale e sulla nostra forma di reinterpretazione. Ci dedicheremo ai brani inediti nel prossimo lavoro discografico.

– Dovete avete sviluppato l’amore per questo genere musicale? Solo in quel di Napoli o anche girando per altri paesi della Campania e più in generale del Sud? Quali storie potere raccontarci?

Tutto è cominciato tra le strade del centro storico di Napoli, dove talvolta accadeva che qualche amico più grande ci faceva ascoltare dei canti antichi a noi sconosciuti o ci incantava col suono ipnotico della tammorra. Da lì poi si è aperta la necessità di approfondire e, fortunatamente, la Campania offre ancora molte possibilità per apprendere questo genere musicale direttamente durante le feste tradizionali e, magari, stare al cospetto di qualche “anziano” della tradizione per ascoltare, oltre ai canti, anche il contesto culturale in cui hanno preso vita. La musica poi ci ha permesso di viaggiare e quindi di fare ricerca sul campo in altre aree del sud Italia ed anche oltre.

– Sapete anche ballare i brani che suonate?

In genere chi è preso dal suonare ha meno possibilità di cimentarsi nel ballo tuttavia parte del gruppo balla la tammurriata e un po’ la tarantella del Gargano.

– Qual è il vostro rapporto con il pubblico? Il vostro spettacolo è paragonabile ad una festa tradizionale?

Sentiamo la necessità di generare un contatto con il pubblico ed interagire con esso. Il palco tende a stabilire una barriera con l’ascoltatore poiché si sta su due diversi livelli che suggeriscono due ruoli ben definiti: quello dell’attore e quello dello spettatore. Questo è uno dei motivi per cui amiamo le condizioni in cui possiamo guardare la gente direttamente negli occhi. Quando ci esibiamo in strada ad esempio tutti i presenti stanno su un unico palco e tutti sono parte integrante ed in parte autori dello spettacolo. Questa caratteristica è una componente fondamentale delle feste tradizionali che sono rimaste nella loro veste più autentica. La festa però è un rituale mentre il nostro è uno spettacolo e quindi non può esserci alcuna analogia tra essi.

– Siete mai stati attratti dalla musica folkloristica di altre nazioni? Ad esempio, il folk Americano o la musica Irlandese?

Sì, c’è molto interesse verso la musica di altre culture ma più che dal folk americano o dalla musica irlandese siamo ispirati dal sud del mondo, abbiamo un’attenzione particolare verso la musica dell’est europeo e soprattutto verso il rebetiko.

– Come mai avete scelto il nome Chi fatica se more e famme per il vostro disco? Che condizione umana e sociale volete rappresentare?

“Chi fatica se more ‘e famme” è un verso di una delle canzoni presente nell’album che ha il nome di Trapanarella. La canzone fu scritta nel lontano 1957 come canto di denuncia verso l’ipocrisia della società e la non curanza nei confronti dei ceti sociali più bassi. Oggi a distanza di 60 anni questa frase torna più che mai attuale. Ci ritroviamo in un’epoca in cui le spese pubbliche schiacciano ancora una volta il popolo ed è veramente disarmante che si lavori per essere poveri.

– Parlateci, in ultimo, della vostra terra: la Campania. Quali sono le vostre opinioni in merito alla situazione culturale e sociale della nostra regione?

La Campania è una terra ricca in modo ambivalente. La nostra cultura è al tempo stesso croce e delizia di questa terra ed ha un ruolo determinante riguardo la nostra situazione sociale. Ci sono aspetti culturali ancora presenti che non ci permettono di migliorare i disagi umani e sociali che ci opprimono, quali la presenza in molti ambiti della corruzione o della criminalità organizzata e poi ci sono aspetti positivi che invece andrebbero preservati e che corrono il rischio di sparire. Oggi la situazione non è delle migliori ma si stanno seminando un po’ di semi buoni quindi cerchiamo di essere fiduciosi che questi ci portino verso un futuro migliore.

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