Jusepe de Ribera, il pittore spagnolo che da Napoli conquistò il mondo. Descrizione di “Lo storpio”, opera di Ribera oggi conservata al Louvre.

Ho deciso di terminare questa serie di articoli sul caravaggismo campano parlandovi di Jusepe de Ribera, non perché  su quel grande fenomeno pittorico non possa esser detto altro (ed anzi vi è così tanto da dire che qualsiasi termine sarà sempre arbitrario), ma perché ritengo che l’arte di Ribera sia un approdo dell’intuizione caravaggesca, un’opera così perfetta e in linea con lo spirito del proprio tempo da affermarsi immediatamente e di procurare al suo autore una fortuna critica maggiore, nel corso dei secoli, di quella toccata  allo stesso  Caravaggio.
Jusepe de Ribera nacque a Xativa, vicino Valencia, nel 1591 e si formò pittoricamente presso Francisco Ribalta, ma ben presto sentì il richiamo della patria dell’arte e partì per l’Italia. Attraversò la penisola da Nord a Sud, stabilendosi specialmente a Roma e Gallipoli, per poi approdare nel 1616 all’ombra del Vesuvio. Visse nei quartieri spagnoli presso il pittore “guappo” Giovanni Bernardino Azzolino, del quale sposò la figlia. Iniziato all’arte caravaggesca , raggiunse immediatamente la fama a livello europeo, aiutato dalle frequenti e fruttuose spedizioni in terra spagnola, e si impose come uno dei maggiori interpreti del tenebrismo.
Il catalogo delle sue opere è molto vasto e vario; vi troviamo santi e filosofi ritratti come vecchi solitari, indeboliti nella carne e rapiti dalle loro meditazioni, scene mitiche(“il sileno ebbro”) e sacre (“il martirio di San Filippo”) che nella diversità dei soggetti sono accomunate da estenuanti fisicità, raffigurazioni del grottesco (“Maddalena Ventura con marito e figlio”) e del quotidiano, allegorie, episodi storici, ed anche opere debitrici dello stile più sereno ed arioso di Guido Reni.
Negli ultimi anni, il presentimento della morte e i tormenti della malattia incupirono la sua arte, facendolo ritornale alle caustiche atmosfere del primo periodo napoetano. Morì nel 1652, sempre a Napoli, e fu sepolto in Santa Maria del Parto a Mergellina, ma dei suoi resti non vi è traccia oggi.

RiberaL’opera con cui mi piace ricordare Ribera è “Lo storpio” , del 1642, conservata al Louvre.
Ribera rappresenta un fanciullo con il piede deforme, uno “scugnizzo” lazzarone e girovago, che mantiene la sua stampella ed un foglio con il quale richiede l’elemosina, ma non lo ritrae accasciato al lato della strada, supplicante adombrato, ma lo erge, per tutta l’altezza della tela, a cielo aperto in un caldo paesaggio collinare,  facendolo sorridere con sincerità, come alla prima attenzione mai ricevuta. L’occhio di Ribera sembra l’occhio dei Vangeli, per cui gli ultimi saranno i primi, quindi già ora degni di essere ritratti, seppur con panni poveri, i denti rovinati e i capelli scompigliati, nella loro grazia.
E’ questo forse lo sguardo del caravaggismo tutto, capace di abbracciare l’esistenza nella sua interezza, di rappresentare anche la più infima oscurità, ma sempre nel presagio, nella fede, nella flebile presenza della Luce. Uno sguardo fin troppo reale, scomposto,  in fin dei conti innocente, come lo storpio.
A seguito dell’opera di quegli eccellenti pittori che operarono in Campania, il caravaggismo fu pronto per diffondersi in tutta Europa, stregando Velasquez e Zurbaran, Veermer e Rembrandt, riecheggiando nelle opere degli artisti di ogni specie, fino alle porte del ‘900, e riemergendo oggi, in mezzo a noi, tra gli artisti che si rifanno ad un rinnovato ordine.
Non mi rimane che ringraziarvi per aver seguito questa rubrica.

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