L’arte caravaggesca e la denuncia dello stupro: Artemisia Gentileschi donna in un mondo di uomini

C’è uno spettacolo teatrale campano che parla di Artemisia Gentileschi. Il nome è Artemisia, gli attori in scena sono due (bravissimi), ed è stato preparato per il Forum dei giovani di Napoli di due anni fa. In questa rappresentazione, per la prima volta, ho rivisto in toto la tragedia/vicenda umana di Artemisia, pittrice straordinaria ma oscurata dal suo sesso, dall’ombra di suo padre e da una vicenda umana e giudiziaria tortuosa ma, col senno di poi, necessaria e fondamentale.

Se s’ignorasse la sua vita, Artemisia sarebbe “una superba pittrice”. Le sue opere sarebbero “evocazioni di atmosfere nuove su soggetti mitologici già dipinti e ridipinti”, e forse nulla di più. In un XXI secolo che insiste sull’accantonare la storia dell’arte nelle scuole, al massimo avrebbe spazio sopra i libri del liceo. Però, Artemisia non ha soltanto dipinto. Ha combattuto. La prima a poterlo fare, è stata. E, sotto la luce di ciò che le è successo, tutti i suoi quadri assumono un altro senso. Sembra che esistano per raccontare quell’avvenimento. Lo stupro.

Primogenita di Orazio Gentileschi, Artemisia crebbe a Roma. Gentileschi era un cognome che s’era inventato il padre, per non essere confuso col suo fratellastro Aurelio: il suo cognome vero era Lomi. Più talentuosa dei suoi fratelli, dal padre apprese l’arte del disegno e della pittura. La Roma di Artemisia era in pieno fermento, Caravaggio lavorava a Santa Maria del Popolo, i Carracci a Galleria Farnese, ancora Caravaggio a San Luigi dei Francesi. Il talento precoce di Artemisia Gentileschi si nutriva di questo fermento, che pure passava per le stanze della sua casa, che era sempre frequentata da pittori, apprendisti, architetti, colleghi del padre Orazio. Secondo quest’ultimo, in soli tre anni di studio, Artemisia aveva già il talento di un’artista matura. 

La prima opera che si attribuisce alla giovane pittrice è Susanna e i vecchioni. Un episodio dell’antico testamento, che tradisce (probabilmente) tutte le pressioni psicologiche che la giovane subiva dalle figure incombenti del padre e di Agostino Tassi, l’uomo che l’avrebbe stuprata, pittore e collaboratore del padre.

Artemisia Susanna e i vecchioni
Susanna e i vecchioni

Trattare un tema biblico, ai tempi, era l’unico modo per codificare determinati messaggi. Come il Caravaggio dimostrò, dipingendo le puttane morte nei vichi di Napoli nelle Sette opere di Misericordia, senza una “cornice” religiosa le opere sarebbero state tacciate di eresia, o qualcosa del genere. E così anche Susanna e i vecchioni è un episodio scelto come espediente per trasmettere qualcos’altro. La casta Susanna viene sorpresa durante il bagno da due anziani signori, che la ricattano sessualmente: se Susanna non accetterà di lasciarsi stuprare, i due diranno al marito di averla sorpresa con un amante, gettandola in disgrazia agli occhi di tutti.

Nel quadro di Artemisia, però, dei due vecchioni solo uno è effettivamente anziano, mentre l’altro sembra giovane. La donna è disgustata, racchiusa in sé, gira la testa dall’altra parte; il più anziano dei due le intima il silenzio con una faccia viscida e accondiscendente; il giovane la indica e sembra sussurri qualcosa all’altro. Quello anziano parrebbe che sia il padre; l’altro, Agostino. «In molti hanno pensato che Artemisia avesse volutamente retrodatato il quadro al 1610 per alludere, attraverso esso, all’inizio dell’oppressione subita da figure troppo ingombranti per la sua esistenza di donna e di pittrice», cita a riguardo Wikipedia.

Lo stupro di Artemisia si consumò a Roma. Agostino lavorava per il padre di lei come maestro di prospettiva, e spesso si intratteneva in casa Gentileschi. Al processo, Artemisia lo descrisse così:

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne»

Parole crude e tremende. Non potendo accordarsi per un matrimonio riparatore, Orazio Gentileschi portò la questione in tribunale, mentendo sull’età della figlia per indurre i giudici a ulteriore condanna nei confronti di Tassi. Per la prima volta, si stavano creando atti giudiziari ufficiali e permanenti che inquisivano e condannavano l’autore di uno stupro, che fino ad allora poteva uscirne sempre impunemente, con il diffusissimo e orrendo sistema (col senno di poi) del matrimonio di riparazione.

Il tribunale utilizzò, su Artemisia, metodi brutali quasi quanto il suo stupro; da Inquisizione. Cercava, con il dolore, di estorcerle la confessione di aver voluto concedersi spontaneamente al pittore Tassi. Tuttavia, la Gentileschi riuscì a resistere al dolore. Accettò di deporre le accuse sotto tortura, sotto lo schiacciamento dei pollici, che per una pittrice era un danno ancora peggiore. I documenti di quel processo, e i suoi racconti dettagliati e precisi, rimangono tutt’ora, simbolo delle lotte durate secoli.

Nel suo Giuditta che taglia la testa a Oloferne, allora, è impossibile non leggere il desiderio di vendetta di Artemisia, che dopo lo stupro dipinge quella che può essere la rivalsa del genere femminile su quello maschile. Prima di guardare il quadro di Artemisia, però, dello stesso soggetto è d’obbligo osservare la più famosa versione di Caravaggio:

Artemisia Gentileschi
Giuditta che taglia la testa a Oloferne, di Caravaggio

Giuditta ha una faccia stranita, la serva osserva soltanto. Oloferne spalanca la bocca guardando verso il nulla. Il sangue schizza via lineare, la spada affilata decapita nettamente Oloferne all’altezza del collo, tenuta da una sola mano. Oloferne ha un corpo contorto, un’espressione sorpresa. Giuditta, da sola, vince il potere brutale dell’uomo. Visione di un uomo: del genio Caravaggio, tormentato e conoscitore del male, ma sempre di un uomo.

artemisia gentileschi
Giuditta che decapita Oloferne, di Artemisia Gentileschi

La serva di Giuditta la aiuta. Insieme tengono fermo il “mostro” Oloferne, che è molto più umano, molto più attonito e perso davanti alla morte. Giuditta spinge con una mano il pugnale nella gola di Oloferne, mentre con l’altra evita il braccio di lui che ancora cerca di strangolarla o raggiungerla. L’altra mano è della serva, che spinge affinché penetri in profondità e uccida. Le facce sono assorte, il lavoro è minuzioso. Non godono dell’assassinio, eppure fanno sì che esca perfettamente. Il corpo di Oloferne, nonostante sia ormai a un passo dalla morte, continua a cercare la violenza con le poche forze residue. Il “mostro” ha lottato, ma le donne, insieme, lo hanno domato e placato. Visione di una donna.

Artemisia SA cosa vuol dire essere presa da un uomo folle. Sa che non può bastare una sola mano per sgozzarlo. Non può bastare un solo braccio per trattenere la sua furia. In ogni pennellata dei suoi Giuditta e Oloferne ci sono gli scatti istantanei del suo stupro, e di tutto ciò che lei ha subito. Il quadro di Artemisia è tremendamente vero. E dice: bisogna unirci, noi donne, ma più in generale noi esseri umani. 

Esistono tanti altri quadri di Artemisia. Ma oggi che scrivo, 8 marzo, non volevo farvi conoscere solo la sua arte, ma anche e soprattutto la sua storia. Oggi, in questa giornata abusata da quelli che giustificano gli stupri “perché se l’è cercata” e poi comprano e regalano mimose, volevo che si parlasse della verità cruda dei quadri biblici di Artemisia, del suo processo, e della sua grande vita da donna in un mondo fatto di uomini, nel suo tempo.

Artemisia Gentileschi non è un esempio. È una base, oltre che un’artista straordinaria. La sua storia va raccontata. Lei si fece spezzare i pollici: saremmo noi disposti a farlo pur di non lasciare che la sua memoria vada a perdersi, affievolendosi?

Io dico: mille volte.

 

n.b. un grazie infinito lo devo agli attori e al regista dello spettacolo Artemisia, che ho visto al Teatro Rostocco e mi hanno fatto conoscere la storia di questa donna. Mirko Di Martino, Antonio D’Avino, Titti Nuzzolese: grazie. Qualora voi lettori scopriste una data di Artemisia, guardatelo.

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