Intervista a Gianrico Gualtieri, il “neomanierista” che ha inseguito il ‘600 da Napoli a Reims.

Gianrico Gualtieri, nato a Napoli nel 1962, vanta una meticolosa ricerca decennale nell’ambito pittorico, arricchita dai soggiorni a Ginevra e Reims, dove attualmente vive. Si definisce un “neomanierista”, ovvero un interprete originale della”maniera” e delle tematiche della pittura seicentesca, soprattutto le nature morte. Se ho scelto Gualtieri per quest’articolo è perchè ritengo che la sua opera sia educativa ed emblematica di un modo autentico di lavorare nell’arte. La rappresentazione artistica dell’oggetto, nella natura morta di Gualtieri, è raffigurazione di fatto realistica, ma che non tende ad un fine fotografico perché filtrata dalla stessa tecnica pittorica, intesa come componente della poetica dell’opera. Il dipinto, nel suo risultato minimale,è così frutto tanto di un continuo percorso di perfezionamento metodologico quanto di un poderoso apparato teorico e meditativo. Ho intervistato Gualteri per Terre di Campania:

L.D.: La tua ricerca odierna si concentra molto sul tema della natura morta, come mai questa scelta?
G.G.:In passato la pittura ha insistito molto sulla rappresentazione del sacro e della Storia intesa come grandi gesta, ha insistito sulla figura umana; solo che a forza di insistere sull’umano, tale umano non soltanto ha dimenticato la sua origine divina, ma anche la moralità e la sacralità insite nell’atto stesso del rappresentare. E questo rimanderebbe alla sostanziale ambiguità, propria alla cultura occidentale, dell’oscillare della poetica dell’immagine tra mimesis e rappresentazione, cioè tra Platone e Aristotele. Nell’antichità classica esistevano i riparographos, pittori di cose umili, di nature morte diremmo noi oggi. La natura morta è poi faticosamente emersa dai verso di ritratti o dal dettaglio di scena sacra fino a divenire un genere autonomo ed ha seguito il destino del mondo e degli oggetti che rappresentava. Penso, molto sinteticamente, che questo rapporto dell’uomo con le cose della sua vita, col suo modo di abitare il mondo e dargli forma negli oggetti da un lato, e il rapporto di un tal mondo con l’arte dall’altro, sia un punto ineludibile della riflessione e della pratica dell’arte, e particolarmente oggi.

L.D.: Quali possibilità espressive dà una natura morta all’artista?
G.G.: Oltre la possibilità di porre tematicamente e approfondire il rapporto sopra citato e che evocava Rilke come uno dei punti essenziali della sua poetica, la natura morta, proprio perchè tratta di oggetti e non di soggetti, permette di porre l’accento sull’oggettività che dovrebbe caratterizzare il discorso pittorico, oltre le sabbie mobili della soggettività e degli arbitri che caratterizzano la cultura contemporanea. In altri termini, permette di affrontare e presentare il dipinto stesso come un oggetto che deve possedere determinate caratteristiche, riconducendo l’artista al suo sostrato ineliminabile di artigianato, necessità a partire dalla quale soltanto diviene possibile ogni libertà.

L.D.:Quali sono i tuoi modelli?
G.G: Mi sono formato sulla tradizione del XVI e XVII secolo napoletano, romano, emiliano…. dunque sulla natura morta italiana, basata sulla sintesi e su una certa monumentalità in continuità con la tradizione classica. Successivamente la mia indole introversa e portata alla meticolosità e al dettaglio mi ha avvicinato ai maestri fiamminghi e olandesi, avvicinamento favorito anche dai miei spostamenti prima a Ginevra nel ’92 e successivamente a Reims nel 2010. Ho dei maestri “spirituali” come Ribera, Parmigianino, Caravaggio; e dei maestri “concreti”, che suscitano in me uno spirito di emulazione, come de Heem, Daniel Seghers, e quello che considero il più grande tra i pittori di fiori: Nicolas van Verendael. Il suo linguaggio ricercato ed elegante, privo di debolezze, esente da inflessioni caricaturali, rappresenta per me un apice e un modello di perfezione nel suo genere.

L.D.:Qual è il tuo procedimento compositivo?
Nella misura del possibile, cerco di avvicinarmi alle metodologie antiche, pur facendo uso di mezzi moderni come la fotografia e i programmi di grafica digitale. I pittori antichi eseguivano studi all’acquerello, gouache od olio su carta dal vero, tali studi poi erano riprodotti ad olio in atelier per realizzare una composizione che veniva fatta empiricamente o che ricalcava uno studio grafico preliminare nel caso delle composizioni molto elaborate. Ma i pittori di natura morta, contrariamente a quanto si è creduto e si crede, disegnavano, anzi erano dei formidabili disegnatori…. ed erano formati almeno inizialmente anche ad altri generi come il ritratto e il paesaggio.Io ricerco fotografie delle varietà di fiori antichi o di quelle che vi si avvicinano maggiormente, per i fiori dei quali non possiamo più disporre delle stesse varietà. Segue poi un lavoro di selezione delle foto per individuare le più idonee, sia generalmente come qualità dell’immagine, sia in particolare per le esigenze di una specifica composizione, come ad esempio una rosa orientata verso l’alto o verso il basso o frontale e così via. Quindi le fotografie sono scontornate in Photoshop e si può cominciare la composizione che servirà da modello per il dipinto. Talvolta questo procedimento non è necessario, e la composizione si riduce ad un singolo fiore, riprendendo una felice espressione di Sam Segal che parlava di “ritratti di fiori” con riferimento ai primi pittori di natura morta di fiori, come Ambrosius Bosschaert il vecchio e Balthasar van der Ast.12936644_1147135711985535_2393211073537425338_n

L.D.:La modernità ha portato nuovi modi di relazionarsi alla tecnica e, alle volte, anche la sua negazione. Qual è l’importanza della tecnica oggi?
G.G.:È capitale, anzi direi *il* discorso da fare, proprio perché è l’essenza stessa dell’arte e questa essenzialità è stata dimenticata come conseguenza di una lunga serie di fraintendimenti ed erranze che si sovrappongono e in gran parte coincidono con la storia della nostra civiltà.
L.D: La cornice può avere ancora oggi un proprio ruolo nell’arte?
G.G.:È fondamentale se si pensa che la pittura dei dipinti è concepita come creatrice di uno spazio che si vuole, fin dalle sue origini, architettonico o in stretto legame con l’architettura; questo è evidentissimo nella nascita della pittura ad olio sul finire del gotico, ma lo rimane anche dopo, quando la cornice continua a sottolineare, con la sua apertura modanata, quell’apertura su uno spazio “altro” e tuttavia in qualche modo con una sua continuità con lo “spazio reale”. Continuità fondamentale che sarà messa in discussione, indebitamente e con risultati catastrofici, solo dalle avanguardie del Novecento.

L.D: Una considerazione sullo stato attuale dell’arte…
G.G.:Non nascondo che la situazione è drammatica, e tale dramma è tanto maggiore quanto poco sentito nella coscienza collettiva; la gente si culla e si anestetizza nell’illusione della continuità storica che è inesistente e nell’adozione acritica di quanto propinato dai media, dai critici e dall’intellighenzia in generale… tutta gente fuorviata, o in buona fede, o in malafede e per interesse.Uno stato di cose che si può denunciare ma non combattere attivamente, non servirebbe a niente, solo la testimonianza di valori differenti e l’esempio dato col proprio operare possono servire.30

L.D: E per finire: cosa consiglieresti ai futuri pittori?
G.G.:Lavorare a ricostruire l’essenza dell’arte – perchè questo è in sintesi il lavoro da fare – richiede molta volontà, non bisogna scoraggiarsi facilmente, meditare a fondo e non temere di ritornare e rimettere in discussione cose che si considerano acquisite, ritornare ai fondamenti, sempre, al disegno, al colore, al naturalismo e al simbolismo come polarità dialettiche che costituiscono la natura dell’immagine. E avere coraggio, perchè avrete tutto il mondo contro, pochi elogi e poche soddisfazioni.

L.D.: Grazie Gianrico per questa intervista. Spero di ammirare ben presto altri tuoi lavori.
G.G.: Grazie a te Luca e a Terre di Campania per questa intervista, un saluto!

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