Intervista a Riccardo de Filippis, frontman dei Barabb , trio rockabilly nel cuore di Napoli. Il racconto del  primo album della band, intitolato “Barabba e Burattini”

Nella splendida cornice di Palazzo Venezia, sede dell’associazione culturale ‘A ‘mbasciata, abbiamo incontrato Riccardo de Filippis, cantante e batterista dei Barabba, trio napoletano con Antonio Barberio al contrabbasso e Salvatore Traversa alle chitarre. Al primo piano di questo storico palazzo, nel cuore del centro storico di Napoli, in un’atmosfera magica, sospesa tra passato e presente, è stato presentato il 12 ottobre Barabba e Burattini, l’album d’esordio della band, prodotto dalla Clemmy Communication e registrato presso il Tuscià recording studio. Una serata, quella di venerdì 12, in cui il pubblico ha avuto modo di assaporare le molteplici sonorità che caratterizzano i 12 brani dell’album, che spaziano dal bluegrass, al country, al rock n’roll, passando per un blues più malinconico.

– Ciao Riccardo. I Barabba rappresentano sicuramente una creatura musicale sui generis nella scena napoletana: il vostro genere è particolare in quanto fonde diverse influenze musicali, creando un risultato finale che riesce a coinvolgere l’ascoltatore con ritmi travolgenti, atmosfere vibranti di energia e talvolta più malinconiche. Come definireste la vostra musica e come mai avete scelto Palazzo Venezia per la presentazione del vostro disco? 

La nostra è una delle poche band campane che si dedicano al rockabilly in maniera innovativa e originale. è un genere che nasce nell’America degli anni ’50 e che si caratterizza per la mescolanza di elementi che provengono da diversi stili, come il rock ‘n roll, il country, il blues. Il nome Barabba è nato un po’ per gioco, perchè abbiamo iniziato suonando come artisti di strada e spesso, purtroppo, questa professione, che è anche un modo d’essere e di vivere  per molti, non viene riconosciuta e apprezzata, soprattutto al sud. Quindi “Barabba” è un personaggio che s’incontra sulla cattiva strada, a metà fra un outcast e un ribelle.

Ciò che contraddistingue la nostra musica è un’impronta innovativa, sperimentale  quasi, perché abbiamo cercato di attualizzare un genere nato nella seconda metà del secolo scorso, ma che ha ancora tanto da raccontare. Il nostro obiettivo è quello di renderlo più accessibile, più facilmente fruibile al pubblico contemporaneo. Per questo abbiamo adottato alcuni espedienti, per esempio in un brano, Non badate al clown, il contrabbasso, la chitarra e la semibatteria sono accompagnati dall’uso dei synth. Dopo un anno molto intenso, ricco di live in giro per la Campania, abbiamo scelto di registrare il nostro primo album: Barabba e burattini. Palazzo Venezia ci è sembrato il posto ideale in cui presentarlo.è un luogo al quale siamo molto legati come gruppo: gli amici dell’associazione culturale A ‘mbasciata hanno supportato fin da subito il nostro progetto e inoltre è qui che abbiamo girato il videoclip di Fammi un kebab. Ci piaceva poi il contrasto tra l’esplosività, la sregolatezza del rockabilly e l’eleganza degli ambienti.

– Molti dei vostri brani, come Fammi un kebab, traggono ispirazione da episodi accaduti fra le strade di Napoli. Che importanza riveste la strada nella vostra percorso musicale? 

La strada è stata sicuramente una fase importante della nostra carriera artistica, ci ha permesso di crescere ed è stata un po’ come una palestra, come la definisce il nostro chitarrista Salvatore. Ci ha dato l’opportunità di entrare in contatto con molti mondi diversi dal nostro e di conoscere molte persone, che a volte sono diventate protagoniste  dei nostri brani. Le strade di Napoli sono un vero teatro a porte aperte, ricco di personaggi particolari e unici. Così, a volte basta poco affinchè scatti l’ispirazione per una nuova canzone. Per esempio, Fammi un kebab,

– “Ti penso ma non ti cerco” è la terza traccia del vostro album. Raccontaci qualcosa in più su questo brano…

Ti penso ma non ti cerco è la trasposizione in musica di una poesia di Bukowski, naturalmente modificata e adattata alle esigenze ritmiche e metriche di un brano rockabilly. È un procedimento che hanno adottato già altri musicisti prima di noi, per esempio i Nirvana.

– Le dieci tracce contenute nell’album sono composte sia in italiano, che in inglese che in napoletano. è una mescolanza  di idiomi ricercata, che persegue un obiettivo specifico?

L’album è contraddistinto da una grande varietà musicale, strumentale, quindi abbiamo pensato di riprodurre questa stessa eterogeneità anche a livello linguistico, anche per creare un risultato finale che fosse quanto più originale possibile: per questo accanto all’inglese, ligua tradizionale del rockabilly, abbiamo pensato di inserire anche brano in lingua napoletana e in italiano.

– L’uscita dell’album è stata anticipata dal singolo Bin Laden, accompagnato da un video realizzato da Mario Miccione. Che significato ha questo brano e che ruolo riveste nell’album?

Il brano Bin Laden ha un significato simbolico, ed è una canzone d’amore, che racconta di una storia ormai finita e della tenacia, ostinata, caparbia con cui a volte si cerca a tutti di recuperare l’irrecuperabile: il protagonista infatti viene paragonato a un terrorista, un matto d’amore. Nella stesura del brano non c’erano intenti polemici nè dissacratori, ma semplicemente la volontà di esprimere uno stato d’animo attraverso un paragone.

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