Marco D’Amore, Marco Palvetti, Salvatore Esposito, Cristina Donadio, Cristiana Dell’Anna, Fabio De Caro e Carmine Monaco incontrano i fan di Gomorra al Giffoni Film Festival, e rispondono alle loro domande

D: In questa serie voi rappresentate il male. Uccisioni, droga, anche i bambini. Secondo voi, allora, perché così tanto successo soprattutto tra i giovani?

Marco Palvetti: Credo che ci sia una tendenza, nell’essere umano, che è quella di tendere a qualche cosa di abbastanza perverso alle volte, che è il potere. Chiaro è che i giovani, nel momento in cui vedono la potenziale qualità di un prodotto che può garantire il potere, ci si attaccano. Il punto non è quindi fare questa domanda qua, ma è dire: “riusciamo a mantenere questa qualità in ogni cosa? Nel cinema, nella tv, nel teatro, nella letteratura?”. A partire da questa qualità, cerchiamo di andare su. Se usciamo fuori, credo che si veda roba peggiore di quella che ci ritroviamo in Gomorra. Quindi io la metterei su questo aspetto, che se vogliamo possiamo chiamarlo “artistico”, se vogliamo possiamo chiamarlo “espressivo”, se vogliamo possiamo chiamarlo “creativo”, come ci pare. Però, di fondo, c’è un’onestà, e una voglia di rispettare quella che è una realtà. È come se facciamo una foto di un qualcosa. Quindi se ai nostri ragazzi piacerà la qualità, tanto meglio. Mi auguro che sia così fino alla fine dei tempi.

D: La mia domanda è per Marco e Salvatore, siccome mi piacete molto. A volte può capitare che un attore abbia il timore che un ruolo gli si appiccichi un po’ troppo addosso, e quindi potrebbe avere difficoltà a fare altre interpretazioni. Nel vostro caso, per esempio, sarebbe bello, durante la vostra fratellanza cinematografica, immaginarvi in qualcosa in cui possiate essere più “vicini”. Una cosa del genere mi piacerebbe molto, cioè vedervi vicini in qualcosa di, tra virgolette, un po’ più comica ma sempre vicina alle vostre capacità artistiche.

Salvatore Esposito: Innanzitutto grazie. E’ sempre bello, per noi che facciamo parte di un progetto che ha riscosso grandissimo successo, toccarlo. L’idea di collaborare ancora con Marco e con altri ragazzi del mondo di Gomorra sarebbe un’idea bellissima. Poi… sulo Ddio sape comme va a fernì ‘sta storia.

Marco D’Amore: Io volevo rispondere alla prima parte della domanda, cioè rispetto al “pericolo del personaggio”. Io penso che ciascuno di noi sia devoto al personaggio che ha interpretato, perché è una fortuna nella carriera di un attore. E’ come se un attore avesse paura di interpretare, a teatro, per cinque stagioni, l’Amleto. Questi personaggi sono grandissimi, non finiscono mai, ti regalano sempre delle cose nuove. Il problema dell’attore è legato al mondo cinematografico che ci circonda. Cioè, ciascuno di noi fa anche altre cose, fa ben altro anche rispetto a Gomorra. Il problema, positivo, siete voi. Perché voi avete il potere sia commerciale che intellettuale di scegliere. Allora, se avete attestato a questi artisti un merito, se avete riconosciuto serietà e professionalità, siete voi che dovete seguirli anche in altri progetti, a teatro, capire cosa fanno. E scoprirete che fanno tantissime altre cose che potranno stupirvi.

D: Io devo esprimere piena solidarietà a Fabio De Caro, e da spettatore mi scuso da parte di tutti perché è veramente stupido quanto accaduto. Forse dei ragazzi possono farsi prendere dalla concitazione, ma per dei quarantenni è inaccettabile. La domanda per De Caro è: questo amore nei confronti di Savastano, perché io penso che sia una forma d’amore, permetteva al tuo personaggio di poter dire di no all’uccisione della figlia di Ciro? Poteva dire di no?

Fabio De Caro: No. Non poteva dire di no. Innanzitutto, ringrazio tutti. Avete visto che ho subito un po’ di polemiche. Si è creato una sorta di cortocircuito in cui Malammore e Fabio De Caro erano considerati la stessa persona. E questo per qualcuno che ha dei problemi, quindi per l’1% del nostro pubblico, ha portato a un attacco nei miei confronti. Qualcuno mi ha addirittura chiesto “Metti le foto della bimba perché noi crediamo sia morta davvero”… addirittura avvocati, poliziotti, da tutte le parti del mondo, non solo dalla Campania. Questa polemica è durata due o tre giorni, mi ha infastidito un po’, ci sono rimasto un po’ male, però è acqua passata. La gente come te, e così tanta gente per la strada, si è scusata per tutti gli altri, e questa è una cosa bellissima, però davvero non ce n’è bisogno, perché per queste persone qua ci vuole un medico, noi non possiamo farci niente. Detto questo, Malammore non avrebbe mai potuto rifiutare un ordine di Don Pietro. Assolutamente no. Se a Malammore avessero chiesto “Vuoi che muoia tua moglie o Pietro?” avrebbe optato per la moglie, non c’è ombra di dubbio. E mo’ vediamo come va a finire… perché non lo so nemmeno io!

D: A Salvatore volevo chiedere com’è stato il passaggio, la crescita del suo personaggio, dal bambino viziato che è sempre stato a casa fino a diventare la svolta di Secondigliano, e come lui ha vissuto questo al di fuori dalla serie.

S.E.: Tu l’hai definita crescita, io più che altro la definirei regressione di Genny, non una crescita. Genny diventando quello che è diventato dopo l’Honduras, diventando quello che è stato dopo la fine della seconda stagione, per me ha avuto un’involuzione morale, una caduta verso quell’abisso a cui si riferiva prima Marco (Palvetti, ndr). Da attore è stata una sfida bellissima, perché capita raramente di poter interpretare un personaggio così sfaccettato, con tante profondità. Spero sia andata bene. Genny piano piano è stato colto da quel veleno che ha mangiato anche lui. Alla fine Genny è diventato quella bestia, quell’assassino senza cuore che i genitori tanto volevano all’inizio della prima serie.

D: Vorrei fare una domanda a Cristiana sul personaggio di Patrizia, perché a mio parere è il personaggio con valori positivi. Lei fa quello che fa perché ha una famiglia, non ha scelta, quindi mi ha fatto riflettere tantissimo: quante persone nascono in un posto dove non hanno scelta? Lei non si avvicina alla Camorra perché vuole il potere, magari come Scianel. Guardando tutto questo mi sono chiesto: e se non avessi potuto scegliere anche io?

Cristiana Dell’Anna: Quello che dici è verissimo, e io da questa considerazione sono partita. Perché Patrizia, come tutti, ha sentimenti buoni e cattivi, e i nostri sentimenti sono un seme: se li pianti nel terreno giusto ti danno dei frutti, se li pianti in un terreno marcio poi diventano altro. Il fatto di non avere alternativa è quello che frega. Non c’è niente da aggiungere a quello che hai detto tu: non avere alternativa. E finché non si capisce questo, nella nostra società non cambia nulla.

D: Come avete diviso le vostre vite dalla realtà di Gomorra in cui giustamente vi siete immersi, e che direste a un vostro figlio che vede le vostre interpretazioni nella serie?

Cristina Donadio: Come si fa a distinguere? Per noi è il nostro mestiere. Entrare nelle vite degli altri. E quindi c’è un modo di approcciarsi. Questi sono personaggi che sono impegnativi proprio per il nostro animo, però c’è un lavoro che si fa. Quasi tutti noi proveniamo dal teatro, e quindi è un lavoro caricato di dettagli, e così fai a pezzetti il personaggio, lo mangi e diventa tuo corpo, tua anima, tuo sangue. In questo caso puoi considerare questi personaggi come archetipi del male. Io personalmente ho immaginato Medea, Lady Macbeth, poi ho preso l’idea dell’archetipo e l’ho messa a Secondigliano dove Scianel regna, e così Scianel diventa una sorta di archetipo, cioè qualcosa che rappresenta il male e l’orrore. Poi, io oltre a essere un’attrice sono mamma e sono anche nonna, ho dei figli e dei nipoti: a volte vengono a vedermi a teatro e ridono, a volte mi vedono a teatro o in tv e si spaventano, ma loro sanno che il nostro mestiere è essere uno, nessuno e centomila. Siete voi che dovete separare le cose. Noi non possiamo essere simboli. Non lo siamo e non lo vogliamo essere. Quindi, quando chiedete i selfie con noi, deve essere perché apprezzate il nostro lavoro di attori, la nostra fatica, il nostro malessere di attori, allora io sono pronta a fare selfie per tutta la vita; ma se voi volete farvi il selfie con Scianel, allora no.

D: Marco Palvetti, ci sono delle caratteristiche personali simili tra il personaggio di Salvatore nel film e il vero te?

M.P.: Forse qualcosa che ha a che fare con l’osservazione. Lui è un grande osservatore, è molto attento, ascolta tutto, e quindi mi sa che questo può essere un qualcosa. Però è anche un qualcosa che tutti hanno: poi c’è chi lo stimola di più e chi lo stimola di meno. Lui ce l’ha per necessità, io cerco di nutrirlo ogni giorno.

D: Ciao, sono di Corato. A Salvatore Esposito: vedendoti così sembri il ragazzo della porta accanto. Invece vedere Genny fa paura. Come hai fatto a cambiare lo sguardo nei tuoi occhi?

MdA: Rispetto all’indignazione, alla rabbia, e ai moti di ira rispetto alle cose che si vedono: solo nel sud Italia dimenticato e abbandonato può succedere ciò che è successo a Corato.

S.E.: E sapete qual è la cosa più brutta? Che i politicanti danno a Gomorra la colpa dei problemi del nostro paese. L’indignazione è questa. “E’ colpa di Gomorra se i ragazzini fanno i guai”. Va be’, ma questo è un discorso che… va be’. Ti ringrazio per “il ragazzo della porta accanto”. Quello che dici è stato fare quello che nel gergo teatrale si dice “lavoro dell’attore sul personaggio”. Noi abbiamo costruito Genny, Ciro, Scianel, Patrizia, Conte, ‘O Track, Malammore: li abbiamo costruiti, come delle statue, come personaggi a sé stanti. Quello che deve fare un attore, o che dovrebbe almeno fare, sarebbe entrare in queste statue, diventare quelle statua e far sentire alla gente che lo vede gli stessi sentimenti, le stesse emozioni, gli stessi pensieri, gli stessi patimenti dei personaggi. Se ciò avviene, l’attore ha fatto un buon lavoro. Io ho cercato di fare quello, ma è stato facilissimo, perché sul set ho avuto la fortuna di collaborare con degli artisti splendidi. Oltre 200 attori che hanno lavorato sul territorio campano: cosa che non viene mai detta. Gomorra ha portato lavoro nelle nostre città, nei nostri paesi. Nelle zone disagiate. Però fa più notizia ‘o vibratore ‘e Scianel. E’ questo il problema reale della nostra nazione. Fa più notizia offendere un attore come Fabio De Caro per ciò che ha fatto il suo personaggio. E’ come insultare Stallone perché Rambo ha sterminato i vietnamiti! Non ha senso! E in Italia succede. Perché c’è stato un impoverimento culturale e soprattutto artistico che negli anni precedenti a Gomorra (che sia chiaro) ha portato la gente a guardare prodotti di qualità medio-bassa e quindi a credere che degli attori che interpretano degli assassini in realtà siano degli assassini.

D: Tutti quanti interpretate la parte di dei boss. Lottate per raggiungere il potere. Però durante la serie il potere che voi cercate di raggiungere alla fine dei conti non arriva per nessuno. Prendo spunto dalla scena di Ciro, quando uccide la moglie: onestamente, ho provato a immedesimarmi nella parte di Ciro in quella scena, e io non sarei mai arrivato a fare ciò che ha fatto lui per raggiungere il potere. Secondo voi, questo potere esiste? E in che cosa consiste?

S.E.: Questo è quello che vogliamo raccontare: che di concreto questi animali non raggiungono nulla. Ammazzano, sparano, muoiono, rubano, aggrediscono, tradiscono, ma tutto questo per morire o finire in galera. Questo è quello che vogliamo raccontare.

M.P.: Quello che ci vuole raccontare è anche che al di sopra di questi personaggi c’è un altro personaggio, che è forse quello più potente: il destino. Cioè, se tu cominci a percorrere una strada del genere, il destino ti ammazza. Prima ancora che tu muoia: sei già morto. Perché un uomo capace di ammazzare la moglie è morto. Un uomo capace di ammazzare una bambina è morto. Non ci sono personaggi positivi, non ci sono eroi, c’è il destino sopra tutto, forse l’unico eroe “amaro”, se ci vogliamo proprio vedere un eroe.

MdA: Posso aggiungere una cosa? Vorrei citare una persona molto importante. Questo è un paese molto strano rispetto alle intolleranze. Questo è un paese in cui se un poeta usa una parola in difesa di una promozione che sostiene dei diritti viene denunciato (Erri De Luca? ndr). Questo è un paese in cui un ragazzo di ventisei anni scrive un libro che si chiama Gomorra e a oggi ha più detrattori dei camorristi di cui ha scritto. E lui quando parla e racconta dice sempre una cosa: le serie, i libri, i film non insegnano; suggeriscono. Il lavoro lo completate voi. Allora io vi suggerisco una domanda che dovrebbe portarvi a delle risposte: com’è possibile che tutto quello che raccontiamo avvenga in un quartiere a 2 chilometri in linea d’aria da una delle più importanti metropoli del mondo? Com’è possibile? Cosa c’è dietro che permette che tutto questo succeda e conviva con tutto il resto. Magari per un potere molto più pulito, educato, elegante, che parla bene, ma che fa molta più paura.

D: Prima della seconda stagione, ci sono stati dei problemi nella scelta delle location, perché alcuni sindaci avevano vietato le riprese nei loro territori per la cattiva immagine che la serie avrebbe dato. Voi cosa ne pensate?

S.E.: Riccardo Tozzi, socio e presidente di Catteleya, ha riferito come molti sindaci tra quelli che hanno negato le riprese a Gomorra non avevano mai ricevuto richieste da parte della produzione. Però: cosa succedeva in quel periodo? Dopo le riprese ci sarebbero state le elezioni. E come sai fa sempre comodo utilizzare Gomorra, Saviano, la serie, il vibratore di Scianel: perché fa notizia, fa pubblicità. E allora cosa succede? Che queste persone che sarebbero rimaste nell’anonimato, nominano Gomorra perché quello porta una cassa di risonanza al loro nomignolo, che per la loro assenza politica nel loro territorio non importava nulla. E allora spesso cosa fanno: si pubblicizzano per le loro campagne elettorali parlando male di Roberto Saviano, parlando male della serie. Sta sempre a voi, la scelta è sempre vostra. Se tu (tu generico, ndr) quando i sindaci fanno le loro dichiarazioni decidessi di informarti e andassi a leggere i giornalisti seri, avresti letto della dichiarazione del presidente di Catteleya che ha dichiarato ufficialmente di non aver mai chiesto di girare là.

MdA: Posso dire che però non è così semplice. Io li capisco. Perché la macchina da presa di Gomorra è impietosa. Dietro le nostre facce non c’è nessuna scenografia. Quella è realtà. Quindi se il sindaco di Afragola dice che non si gira alle Salicelle, è perché ‘o ssape che ‘e Salicelle stanno ‘nguajate.

S.E.: Non vogliono che guardando la serie qualcuno si chieda: ma come vive questa gente? Davvero vivono così? E’ chiaro che qualcuno non vuol far vedere.

D: Gomorra è la rappresentazione veritiera del male, senza filtri, e ci mostra tutte le sue sfaccettature. Secondo voi, non sarebbe bello, nella terza serie, fare uscire il bene con la stessa forza?

S.E.: No: non sarebbe più Gomorra. Quello può essere Un posto al sole, o tanti altri prodotti che mirano a parlare bene della nostra terra, ma Gomorra no. Gomorra racconta di un sistema criminale, racconta un’ignoranza che rappresenta gli stessi deficienti che insultano Fabio De Caro. Credo che rappresentiamo una piccolissima parte di tutto questo, però, e detto fra di noi, potrebbe essere ambientato in qualsiasi città del mondo.

MdA: Mi scuso se intervengo sempre, ma è giusto che voi sappiate una cosa: questa serie è un’impresa. Cioè questa serie porta introiti incredibili sul territorio. Noi giriamo 9 mesi in quei quartieri. Ciò significa dare lavoro ad albergatori, esercenti, fornitori, comparse, gente a cui chiediamo le case in affitto. Stiamo parlando di investimenti sul territorio, su quelli che lavorano, effetti speciali, e vi dico che solo in quest’anno solare ci sono otto produzioni cinematografiche, italiane e internazionali, che verranno in Campania a girare i loro prodotti, in una Regione che è l’unica di Italia che non ha una azienda quotata in borsa.

C.D.: Una serie che è stata distribuita in 150 paesi in tutto il mondo. Voglio dire: anche questo è un ritorno economico. Gomorra racconta il male, perché racconta una realtà, perché se stessimo sempre a vedere il poliziotto e il pentito, sarebbe un’altra cosa, c’è già stata. In tutto il mondo, nel Sudamerica, nelle banlieue parigine, in Giappone, nel Bronx, ci sono delle Gomorra. Allora raccontiamo qualcosa di universale, e perciò Gomorra non può cambiare, altrimenti sarebbe un’altra cosa.

D: Una domanda a Marco Palvetti: vorrei un chiarimento sul rapporto tra il personaggio di Salvatore Conte e la religione, e poi anche tra il vero Marco e il suo rapporto sulla religione.

M.P.: Come accade spesso per quanto riguarda le organizzazioni criminali, in qualche modo c’è sempre una tendenza a essere religiosi, anche per esorcizzare quello che si fa. Perché per loro è un po’ come entrare in una macchina ancora più grande, che è quella della fede, che forse in qualche modo li avvicina anche a Dio: sia per redimersi, e sia per sentirsi proprio Dio. Questo è quanto riguarda Conte e il suo rapporto con la religione. Per quanto riguarda il mio: credo che ci sia qualcosa al di là. Non lo so che cosa, ti dico la verità, e credo che non lo sappia nessuno. Però credo che ci sia qualcosa che riguarda le energie che ci muove, che ci porta avanti, e che ci fa appartenere tutti quanti a questo sistema gigante, a questo mistero che è la vita. Che domanda!…

D: A Fabio De Caro: quando ti hanno annunciato che avresti dovuto girare una scena in cui avresti dovuto uccidere una bambina, dentro di te cosa hai provato?

FdC: Guarda, la cosa non mi ha scandalizzato più di tanto. Questo mi è stato detto, chiaramente, molto prima di girare. Sai, quando fai questo mestiere, quando interpreti questi personaggi, devi mettere in conto più o meno tutto, e già nella prima stagione non è che io faccia proprio il santo, e quindi quando mi hanno detto di questo omicidio mi sono, anzi, immaginato la scena, e ho pensato: questa può davvero venire fuori come una bella scena cinematografica. Secondo me, con la direzione di Copellini, è stata anche, nella sua bruttezza, bella cinematograficamente. Ha significato tanto. Mi permetto di dire che, secondo me, Malammore è riuscito a far passare quel gesto come qualcosa che non avrebbe mai voluto fare. E quindi non ho avuto particolari problemi. Poi, quando l’abbiamo girata, la bimba non era chiaramente lì quando ho sparato. Il cinema è finzione, sono tutti effetti, tutte cose che creiamo. Magari, alla fine dello stop, ci mettiamo a ridere e a scherzare. Ritornando alla domanda: non mi ha fatto tanto effetto. Dopo l’omicidio di Zingarino col laccio, quell’altro coi calci, quell’altro coi pugni, ho detto: la scelta è abbastanza vasta, no? (ride, ndr).

C.D.: Ma ve lo siete dimenticati il bambino che è stato sciolto nell’acido? Gomorra esiste perché c’è la camorra. Non è il contrario. Ci sono centinaia di bambini che gridano vendetta. E quindi questo è stato un segno, un simbolo di qualcosa che, ahinoi, succede, è successo, e forse purtroppo succederà ancora.

MdA: Io volevo soltanto aggiungere che ultimamente, del Parco Verde, dove abbiamo girato e dove ci sono centinaia di famiglie che vivono una attaccata all’altra, ha parlato il procuratore che sta indagando sulla faccenda di questi bambini violentati e buttati dal settimo piano: non hanno un testimone. Non ce n’è uno. Questa è la stessa gente che poi si indigna quando in Gomorra uccidiamo una bambina. Si devono indignare per quello che succede nella realtà, non per quello che siamo noi. Invece no, non c’è un testimone, è una vergogna.

S.E.: Però, posso dire anche una cosa? Secondo me di queste cose noi stiamo parlando anche troppo. Anche perché se sulle serie internazionali nascessero queste polemiche gli attori riderebbero in faccia e non risponderebbero neanche. Sì, le polemiche sul vibratore di Scianel: provate a fare a Kevin Spacey una polemica del genere, quello dice “Ragazzi, ma di che stiamo parlando?”… perché sono abituati ad altro. Quindi, anche noi, cresciamo un po’ tutti. Continuate così, a valutare tecnicamente il cinema, le nostre interpretazioni, e poi, ‘o riesto, lasciate parlare gli altri va’.

D: Voi denunciate una realtà come Saviano. Avete subito o temete di subire, così come lui, delle minacce da parte di chi fa quello che voi interpretate?

Carmine Monaco: No. Io non credo di avere paura di nulla, perché noi facciamo questo per lavoro, e tanti amici (e non solo) che hanno sbagliato e sono usciti dal carcere mi hanno domandato come fare per partecipare alla serie, quindi… La serie deve essere apprezzata sul lato artistico della cosa. Se si parla troppo di altro, evidentemente, è perché siamo troppo bravi a raccontare e interpretare il male (ride ndr).

D: Prima Marco diceva che “la cinepresa di Gomorra è impetuosa”. Quindi mi pare di capire che il mestiere dell’attore ha un valore sociale. Come si fa a coniugare il valore sociale di una serie con le sue proprietà estetiche?

MdA: Ti dirò di più. Per me il nostro lavoro ha un compito non solo sociale ma un compito politico, profondamente politico. Che è tutta un’altra cosa. Io per politico intendo la cosa di tutti. Non ho idea di chi possa fare giustizia o di chi possa ergersi a esempio da seguire. Il nostro lavoro costruisce dei ponti, che vanno dalla realtà a un mondo immaginario. E questi ponti li attraversate voi. Siete voi che dovete fare l’andata e il ritorno, e ritornare con delle domande, e pretendere delle risposte. Voi dovete fare questo, e pretendere da noi che la gente che fa questo mestiere vi garantisca sempre domande da farvi. Di qualità sempre elevata.

Gli attori hanno, infine, salutato il pubblico con affetto e lasciato la Sala Sordi per continuare il tour del Giffoni Film Festival.

19 anni. Studente di lettere moderne. Fondatore di Vaffanstudio e caporedattore di Terre di Campania. Aspirante giornalista, scrittore, enigmista, ludolinguista. Amore per il teatro e per il mio teatro, Rostocco. Passioni di ogni tipo e voglia di scoprire sempre di più, sempre di tutto.

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