Rita Simeoni racconta una danza tra Napoli e Il Cairo nel suo libro “C’è sempre tempo per svegliarsi”, Kairós Edizioni

Rita è una donna napoletana che ripercorre alcuni passi della sua vita, danzando tra l’identità occidentale ed il desiderio di sentirsi una donna musulmana, in maniera complementare al marito, un egiziano trasferitosi in Campania.

Le pagine del romanzo agiscono come una catapulta nel mondo arabo, a partire dal riferimento iniziale a Le mille e una notte. Immergono il lettore in un’esperienza multisensoriale lontana dal tradizionale stile di vita occidentale. Il tempo scorre lento, non è un aspetto fondamentale dei vissuti dei personaggi. Gli odori sono forti, pungenti, pervasivi. Scatenano sensazioni corporee che vengono efficientemente trasmesse a chi legge: l’intensità delle spezie della cucina orientale si impongono all’olfatto fino a provocare un senso di nausea. Rumori e confusione (si pensi al suq, il tipico mercato arabo) si alternano con silenzi assordanti, che scatenano quiete e riflessività. Fotografie di vita quotidiana egiziana si introducono nello scorrere delle pagine: è facile estrapolare il modo di mangiare, persino di stirare, di esprimere le emozioni, vivere la quotidianità. La descrizione di queste scene riflette anche il desiderio di contrastare stereotipi e pregiudizi che a volte dominano l’atteggiamento degli occidentali nei confronti dei musulmani.

La protagonista non parla tanto del passato napoletano, come se la vita cominciasse dall’incontro d’amore con l’egiziano. Non a caso, uno dei pochi episodi partenopei a cui fa riferimento è il primo incontro con Mohammed: la presenza dello straniero desta una curiosità tale da far uscire allo scoperto tutti i vicini, che si affacciano al balcone per osservare. Al contrario, il risveglio sul nuovo mondo domina la narrazione. È un percorso che si compie gradualmente, dai viaggi a Il Cairo, alla conversione all’Islam, al cambio di nome (Aziza), fino agli studi universitari. È palese l’amore per la lingua araba, fatta di suoni da ascoltare come una sinfonia e pronunciare con maestria. Nel romanzo, sono infatti ricorrenti le parole in arabo (Abu, Shaitan, suq, per citarne qualcuna), non sempre tradotte. Proprio questo desta la curiosità del lettore, spronandolo ad approfondimenti che lo avvicinano ancor di più al mondo arabo.

Una domanda scaturisce dalla riflessione sullo stile linguistico utilizzato per la narrazione: la conoscenza della lingua araba da parte della protagonista avrà influenzato il suo stile narrativo? Sono preponderanti i periodi lunghi, intervallati esclusivamente da virgole, come un susseguirsi enumerativo di frasi. Questo stile potrebbe, d’altra parte, rispecchiare il linguaggio tipico del diario: il racconto di episodi si alterna alle riflessioni personali, come se le righe venissero impresse su carta non appena ideate, allo stesso modo in cui i pensieri si impongono alla mente. Coerentemente, la successione temporale degli eventi non è lineare: pensieri presenti si alternano a corposi flashback popolati da personaggi importanti nella vita della voce narrante. Tutto ciò ha un preciso scopo: la donna scrive per imprimere ordine alla sua vita e, di conseguenza, comprenderla adeguatamente. Il piacere della scrittura si trasforma in un’esigenza, sia di attribuire un significato agli eventi, sia di lasciare un contributo che non passa con il tempo.

Mi chiamo Enza Graziano, sono irpina; sono Psicologa e Dottore di ricerca in Scienze della mente.
Al di là della formazione e del lavoro, c’è qualcosa nella mia vita che mi fa volare in alto, oltre i confini della realtà: leggere e scrivere.
Ecco perché ‘Libro vuol dire Libero’, il mio blog.

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