Cè, Cesare Isernia, è un cantautore napoletano di grande spessore che, a passi lunghi e con diverse collaborazioni, sta cavalcando la scena partenopea a testa alta.

Ho raggiunto, invitato da Massimo De Vita, Cesare Isernia, in arte Cè, per parlare del suo ultimo lavoro: Di Vita, morte e Miracoli!

Cesare è una persona, un artista, prima di tutto umano, dalla grande disponibilità; parlare con lui è stato intenso e illuminante. Ecco le battute che ci siamo scambiati:

Di Vita, morte e Miracoli! Un album che racconta un bel po’ di storie. Chi sono i personaggi che ne fanno parte? Da dove vengono e come sono nati?

In realtà dietro ogni personaggio ci sono sempre io. Sono storie vissute in tempi diversi, ricordi che riaffiorano e immagini. Non sono proprio personaggi. Magari sfumature.

– Quindi sono un po’ delle parti della tua personalità?

Possiamo anche interpretarla così, oppure momenti di vita differenti, anche perché non restiamo mai uguali, in ogni istante, col passare del tempo si cambia pur rimanendo con la stessa matrice comune dall’inizio alla fine. Ci modifichiamo, ci limiamo, e maturiamo. Alla fine, però, siamo sempre noi, ma il pensiero cambia e così anche la personalità migliora e si perfeziona. Sono storie mie, di situazioni vissute direttamente da me. Ad esempio “Un giocattolo vecchio”, è una canzone nata da un incontro con una persona anziana con cui scambiai quattro chiacchiere un po’ di tempo fa. Era un bel ricordo.

– C’è tanta rabbia in questo disco, come nella prima traccia, Il mio umore, ma anche tanta dolcezza, come in L’ultimo sasso, un disco lunatico? che si alterna tra questi stati d’animo?

Avendo ascoltato tantissima musica, la mia identità è variegata. Anche nel precedente album c’erano diverse influenze e diversi generi che si mescolavano. I precedenti lavori erano frutto di una selezione di brani scritti molto tempo fa. Per 13 anni dal 1997 al 2010 mi sono defilato dalla musica, nonostante continuassi a scrivere. Ne sentivo il bisogno. Dovevo scrivere, musicare e dovevo fare canzoni. Devo ancora farlo. In questi anni ho creato tanto, quando ho ripreso volevo solo fare un disco e chiudere lì, ma ci ho preso gusto e ho continuato. I brani dei vecchi dischi sono tutti brani risalenti agli anni ’80 e ’90 pochi del 2000, lo stesso per il secondo disco.

– È un album contemporaneo l’ultimo?

Sì, è quello che mi fotografa meglio.

– Per quanto l’impostazione dei brani sia di tipo cantautoriale, la struttura sonora esce da questo “standard” per inserirsi in un ambito più rock. Qual è la tua definizione di cantautore?

Per me cantautore è colui che scrive un brano in forma canzone e lo rielabora musicandolo, magari insieme una band. Spesso le band hanno una propensione ad avere il proprio cantautore per lo scritto, ma per la musica si ragiona insieme. Chi è cantautore fa tutto da sé.

– Un sound, un po’ datato, non vicino alla modernità elettronica che oggi prevale. Mi ha ricordato un po’ i Negrita dei primi tempi, soprattutto in Ricordarsi ancora di te, uno dei brani che ho preferito in assoluto. Questo sound è una scelta ben precisa, o viene da una certa scuola in cui ti sei formato?

L’influenza dei Negrita c’è di sicuro. Temp fa suonavo con un gruppo che si chiamavano gli Ara Martis, negli anni ’90, facevamo rock con un po’ di influenze progressive. A quei tempi stavano venendo fuori gruppi come Modena City Ramblers, Negrita, che ritrovammo in una finale di Rock targato Italia, finale sud. Ci fu subito feeling coi Negrita che erano lì come ospiti. In quel momento rimanemmo in contatto, prima che diventassero famosi. Li ho seguiti con attenzione e loro con Marco Coniti, cantautore romano, sono stati gli agganci con la musica proprio nel periodo in cui ero fermo e sono stati fondamentali. Mi hanno influenzato molto negli anni successivi. Ogni tanto riaffiorano i residui rock di quei tempi.

– Come mai sei uscito dal mondo della musica?

Si sfaldò quel gruppo in cui credevo molto, il batterista partì per il servizio militare, nel ’97 i costi per fare un disco erano esagerati, non c’erano possibilità quindi mi scoraggiai molto. Ero già padre di due bambine. Lavoravo in banca, poi iniziai come libero professionista. Fu una scelta in quel momento, un po’ forzata. L’anima andava verso la musica, ma la realtà mi spingeva verso la necessità di realizzarmi professionalmente.

– La parola: cosa puoi dirmi su di lei? Sulla formazione dei brani che poi compongono un disco. Che fine fanno i figli, i brani scartati e morti?

La scelta è sempre complicata. Io e Massimo De Vita abbiamo scelto insieme i brani dei dischi, la sua cura artistica è stata fondamentale. La canzone scritta da te diventa sempre simile ad un figlio, è sempre bene che ci sia qualcuno che veda dall’esterno il tutto per dare anche una buona unità al disco e un parere concreto. Infatti, grazie a Massimo, il disco è molto più compatto. La scelta delle canzoni: c’è bisogno di un aiuto, fosse per me le inciderei tutte, ma è meglio che ci sia una buona lima, anche per scegliere i prodotti più commestibili.

La parola. Nel 2012 partecipai ai corsi del CET di Mogol, che ho trovato molto utili. Gli spunti che ho preso lì mi hanno fatto riflettere molto negli anni successivi, Prima del CET la canzone una volta chiusa era finita, oggi invece una canzone non la considero finita prima che sia registrata, perché una volta che la ascolti magari una parola può risultare spigolosa, poco musicale, ti accorgi che servono assonanze, rime, o sinonimi differenti per snellire tutto. Per me una canzone non finisce mai, oggi, finché non è incisa, lascio tutto aperto. La parola è importantissima, è lì che si fa la differenza, almeno in Italia.

– Che rapporto hai con il tempo?

Bella domanda. A volte un rapporto un po’ conflittuale, nel senso che cerco sempre di fare mille cose contemporaneamente e spesso questo mi fa sentire un po’ spossato. Mi divido tra attività finanziaria e musica, dove se vuoi crescere, c’è bisogno di tantissimo impegno, ma davvero tanto. Questa consapevolezza, e dualità, crea dei contrasti notevoli. Non voglio perdere nulla delle due cose, questo mi crea un conflitto col tempo, avrei bisogno di giornate di 48 ore. Ma cerco di viverlo nel modo migliore, perché se ti fai nemico il tempo è la fine, non dobbiamo correrci contro ma dobbiamo rispettarlo.

– Rapporto con i musicisti napoletani? Da dove nasce Camera d’autore?

Ho un rapporto molto buono con tutti. Ho tanti amici e sicuramente c’è un rapporto positivo con tutti, non credo ci siano persone con cui ho rapporti spigolosi. Camera d’autore è la conseguenza di due anni circa in cui ho gestito il Be Quiet, in cui organizzavo le serate con Giovanni Block, fondatore, e dopo un certo periodo, valutato il fatto che Giovanni voleva dare una direzione più teatrale al progetto, e io volevo tenere la linea originaria, alla fine decisi, non di abbandonare il Be Quiet, ma comunque avevo voglia di far nascere un progetto nuovo e con alcuni amici l’ho fatto. Con questi due movimenti Be Quiet e Camera d’autore, mi sembra che a Napoli ci sia molta più attenzione per la musica inedita.

– Devo dire che mi ritrovo molto nelle tue parole, è vero.  Ricordo che anche io suonavo un po’ di tempo fa in gruppo, una cosa da niente, ma lo spazio per serata nei club di Napoli non c’era, mai. Si preferivano altri tipi di progetto. Oggi invece bang, gruppi e cantautori con materiale proprio sono ben accetti.

Adesso c’è un movimento, anzi due e in più c’è il Maestro Daniele Sepe che ha creato un’altra forma di che ha creato un’altra forma di aggregazione, c’è tanto movimento a Napoli, fatto di collaborazioni che hanno creato qualcosa di unico.

– Cosa ne pensi della scena italiana? Chi sono, per te, fuori napoli, gli artisti più meritevoli?

Brunori, lo dicevo già 5 anni fa, così come dico che Calcutta è interessante nonostante le tante critiche. Brunori forse è il migliore, musicalmente magari può diventare un po’ più innovativo, ma dal punto di vista testuale è già indiscutibile. Spesso si giudica con presunzione, questo è il limite della scuola napoletana, siamo una culla di musica e cultura, ma anche al di fuori di Napoli c’è molta cultura. Molti mi dicevano che sbagliavo, alla fine i risultati sono stati diversi. A Napoli dobbiamo liberarci del giudizio ad occhi chiusi. Non bisogna limitare la propria arte con il giudizio.

– Il tuo è un cantautorato non molto politico. Credi ci siano linee diverse nel cantautorato? quale hai sposato col tuo cantautorato?

Non saprei bene cosa rispondere. In passato un po’ di politica c’era, ma tendenzialmente non credo di avere una linea, perché in questo disco parlo di vita generale, non riesco a catalogarmi in una linea precisa. In questo lavoro ci sono anche delle canzoni d’amore, il che è un fatto nuovo, scrivo di quello che in quel momento mi fa star bene o male, anche se come diceva Massimo Troisi, dalle cose più tristi escono le cose migliori.

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