Il capolavoro di Henrik Ibsen appassiona Napoli

Era il 1879 quando ad Amalfi nacque “Casa di bambola” ad opera di uno dei più grande autori teatrali mai esistiti, Henrik Ibsen. A distanza di oltre un secolo la Campania riaccoglie questo capolavoro, dandole il successo che merita in uno dei teatri più belli e più suggestivi di Napoli, il Teatro Mercadante. L’opera è andata in scena dal 1 al 17 aprile ed ogni sera ha portato in platea e nelle gallerie centinaia di spettatori.

Casa di bambola è per eccellenza il dramma borghese. Esso non è un semplice testo letterario, tanto da essere inserito nel 2001 dall’Unesco nell’Elenco delle Memorie del mondo. Abbiamo a che fare con un quadro perfetto della crisi familiare che poteva colpire il ceto borghese, una denuncia chiara e definita del problema dell’emancipazione femminile, con la forte presenza dell’egoismo e degli errori del passato che hanno ripercussione inevitabili sul presente.

La vicenda ruota intorno alla figura di Nora (una straordinaria Gaia Aprea), una donna apparentemente forte e spensierata, sposata con Torvald Helmer (Claudio Di Palma), persona perbenista ma troppo rigorosa, con cui ha avuto tre figli. La loro vita è agiata, soprattutto dopo l’avanzamento di carriera del capofamiglia, e scorre tranquilla fino a che un’ombra del passato fa la sua comparsa: il procuratore Krogstad (Paolo Serra). Nora, tempo addietro, si era rivolta a lui per ricevere un prestito con il quale avrebbe pagato le cure del marito molto malato, tutto ciò all’oscuro del povero Torvald. Questo segreto porta alla luce le debolezze di Nora e della sua figura di moglie, figlia e madre. Un vortice che colpisce non solo la protagonista e la sua famiglia, ma anche i cari amici Kristine Linde (Autilia Ranieri), il Dottor Rank (Giacinto Palmarini) e la bambinaia Anna Marie (Alessandra Borgia). Si arriva così al dramma finale, al risveglio di Nora dalla sua situazione di donna “bambola” prima del padre e poi del marito, priva di libertà e volontà, fino alla sua fuga da quella casa che fino a poco tempo prima era stata la sua “stanza dei giochi”.

Il testo e la rappresentazione di “Casa di bambola” risultano essere leggeri e snelliti senza allontanarsi minimamente dall’opera originale, grazie all’ottimo lavoro svolto da Raffaele La Capria, che ha lievemente modificato il corpo dell’opera, e all’eccellente regia di Claudio Di Palma, nelle vesti di attore e regista. La sua direzione da un tocco di modernità e un ritmo di battute e di azione che porta ad un climax ascendente verso un finale, seppure drammatico, quasi desiderato.

Una scenografia minimale, poggiata su di una pedana pendente vero il pubblico, quasi come a voler un maggior coinvolgimento da parte degli spettatori nella storia. Una fotografia fredda, che rispecchia molto lo stato d’animo che vivono coloro che assistono alla vicenda. Infine le luci e le musiche che marcano ogni momento drammatico vissuto dalla famiglia Helmer.

Se i nostri occhi partenopei hanno potuto assistere a questo immenso capolavoro è grazie tutto il cast e ai suoi collaboratori, a Claudio Di Palma, a Raffaele La Capria, al teatro Stabile di Napoli, a coloro che hanno creduto nel progetto di portare Casa di bambola qui a Napoli e infine bisogna ringraziare anche il popolo nordico, perché come disse proprio Ibsen, parlando della sua opera:

Oggetto della contesa non è il valore estetico del dramma, ma il problema morale che pone. Che da molte parti sarebbe stato contestato lo sapevo in anticipo; se il pubblico nordico fosse stato tanto evoluto da non sollevare dissensi sul problema, sarebbe stato superfluo scrivere l’opera.

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