Il nome della rosa rivive in una messa in scena eccellente, che nonostante la complessità dell’opera riesce ad arrivare con forza e bellezza al pubblico.

C’è un alone nero che macchia la mia carriera di appassionato lettore: non ho mai letto Il nome della rosa. Non ne ho neanche una copia in casa, non ho neanche visto il film, niente. So che lo ha scritto Umberto Eco, che è uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana contemporanea, che ha vinto un premio Strega e che è tradotto un po’ in tutte le lingue del mondo. Ma non l’ho mai letto.

Ho conosciuto qui, su questo palcoscenico, Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville. Ho scoperto adesso che questa storia è ambientata nel medioevo, in un monastero, e che racconta di un mistero, di dei delitti, ma anche di filosofia, di storia, di enigmi, e di tante altre cose ancora.

Perciò, mi piacerebbe che fosse la mia visione vergine a parlare, cercando di raccontare questo spettacolo per quello che è sul palcoscenico, e non per quello che potrebbe essere stato sulla carta.

Lo spettacolo è bellissimo. A mio parere, il migliore andato in scena finora, in questa stagione, al Teatro Bellini (quello grande).

Mentre vediamo solo un fondale nero, la voce del vecchio Adso da Melk ci rivela che è la sua memoria che stiamo per vivere. La sua memoria più dolorosa. E’ evocativo e forte Luigi Diberti che impersona il vecchio Adso e che accompagna la narrazione di tutto il suo passato.

Tutto allora si materializza – vediamo il medioevo, il freddo, la roccia, il silenzio, la povertà dei monaci – e ci teletrasporta nel XIV secolo. Nei giorni in cui un Adso ancora giovane e il suo maestro Guglielmo furono testimoni di orrendi delitti in un monastero benedettino, di cui anche solo il nome è bene che sia dimenticato.

E così, eccoci a scoprire il cadavere di un monaco in una pozza di sangue, a sfogliare manoscritti vecchi di secoli insieme ai monaci nello scriptorium, a sognare la biblioteca del monastero progettata come un infinito labirinto.

Tutto fa parte di un meccanismo praticamente perfetto. Dalle scene (spettacolari, di Margherita Palli: davvero, Margherita, se mi leggi, un pezzo del mio applauso era per te) alle musiche originali (di Daniele d’Angelo), fino ad arrivare a un cast di altissimo livello, lo spettacolo si mette a servizio di una storia complessa, ricca di ambienti antichi e di atmosfere cupe e lontane da noi, per esaltarla.

Luca Lazzareschi è un grande Guglielmo da Baskerville. Eugenio Allegri, un attore che adoro, è prima lo svitato Ubertino da Casale e poi l’esaltato Bernardo Gui. Luigi Diberti, come già detto, è il vecchio Adso, narratore onnipresente e intenso. Alfonso Postiglione è un divertente, dissacrante e poliglotta Salvatore: lavoro straordinario sulla lingua del personaggio, che mixa spagnolo, napoletano, inglese, francese, italiano e chissà cos’altro. Arianna Primavera è la ragazza senza nome che, in questo spettacolo, non pronuncia neanche una parola, ma canta, ed emoziona, creando suggestioni poetiche forti. Bob Marchese è Jorge da Burgos, Marco Zannoni è l’abate, Giovanni Anzaldo è il giovane Adso, e ancora ci sono Marco Gobetti, Giulio Baraldi, Daniele Marmi, Mauro Perrinello, Franco Ravera: tutti attori di una ottima piece.

Di Stefano Massini è l’adattamento. Certo, non conosco l’originale, e quindi poco posso dire dell’adattamento. Ma nelle parole scelte, nell’alternarsi delle vicende, nei passaggi temporali e spaziali, sta qualcosa che è di sicuro merito suo, e non si può che applaudire un adattamento così, vivo di vita propria. Estrarre 2 ore e 20 di spettacolo da un romanzo enorme, e trasformare questo spettacolo in un qualcosa di avvincente e soprattutto mai pesante, è un merito che si riesce a riconoscere a Massini anche senza aver letto il libro di Eco.

Infine, la regia: di Leo Muscato, che nobilita tutta questa storia rendendola evocativa, piena, forte. La scelta di utilizzare le proiezioni video non è mai stata così azzeccata in uno spettacolo come in questo: alcune emozionano da sole, altre fanno fare “uah” agli spettatori tutti insieme. Da mero mezzo tecnico diventano valore aggiunto. C’è una sua intervista allegata al foglio di sala che aiuta molto a comprendere il lavoro che c’è dietro quest’opera, e va letta assolutamente.

C’è anche un momento che mi ha commosso, in quest’intervista: quello in cui racconta che quella ragazza senza nome, nella sua fantasia, lui si è divertito a chiamarla… Rosa. Durante lo spettacolo mi ha emozionato sentire il vecchio Adso dire “Dell’unico amore terreno della mia vita non sapevo e non seppi mai neppure il nome”: questa semplice riflessione su un nome inventato e su un titolo ha trasformato completamente, per me, il senso di Il nome della Rosa.

Lo spettacolo sarà in scena tutte le sere fino a domenica 26 novembre, alle 21.00 fino a sabato e alle 18.00 per l’ultima replica. Per informazioni e biglietti, tutti i dettagli si trovano sul sito del teatro, www.teatrobellini.it. Il link porta direttamente alla pagina dedicata a Il nome della rosa. Noi ci teniamo sempre a segnalare un’intelligente e ottima riduzione per gli under 29 a 15 euro.

Andate a teatro. Fa bene alla vita.

19 anni. Studente di lettere moderne. Fondatore di Vaffanstudio e caporedattore di Terre di Campania. Aspirante giornalista, scrittore, enigmista, ludolinguista. Amore per il teatro e per il mio teatro, Rostocco. Passioni di ogni tipo e voglia di scoprire sempre di più, sempre di tutto.

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