Il mondo del cinema è ricco di riguardanti la scuola e l’istruzione. Tra questi colpisce, fa ridere e soprattutto commuovere, è “Io speriamo che me la cavo”

Tempo fa su Terre di Campania fu pubblicato un articolo su dieci film napoletani passati alla storia. Tra questi, figura anche “Io speriamo che me la cavo”. Dalla regia di Lina Wertmuller, ha come protagonista Paolo Villaggio, il famoso Fantozzi. Tratto dal libro omonimo del maestro elementare Marcello D’Orta, il film ripercorre le vicende di una classe elementare e del maestro Marco Tullio Sperelli. Vittima di un qui pro quo, Sperelli si ritrova catapultato nella fittizia città di Corzano, pullulante di povertà. Durante il suo primo giorno di scuola, il maestro, entrando in classe, nota la presenza di soli tre alunni. Inizia così il suo ripescaggio dei bambini sottratti alla scuola e costretti a lavorare. Sperelli nota che i piccoli sono molto svegli, ma maleducati e conoscitori di finissime parolacce.

Con il tempo, però, riesce a conquistare la stima delle piccole pesti. In particolar modo Raffaele, già iniziato alla delinquenza e il cui fratello è stato arrestato, si affeziona a Sperelli. Il maestro impara a conoscere realtà inedite, come quella della piccola Tommasina. Figlia di una famiglia molto povera. La bambina si sente terribilmente in colpa perfino quando deve far comprare medicinali alla famiglia. Sperelli chiede, in ogni caso, trasferimento al nord, sua terra natia. Quando lo ottiene, i bambini e il maestro compreso sono molto commossi. Prima di partire l’insegnante aveva chiesto agli alunni di scrivere un tema sulle parabole che più li avevano colpiti. A grande sorpresa, perfino lo scalmanato Raffaele gli consegna il tema, subito prima della partenza di Marco.

“Io speriamo che me la cavo” è un film agrodolce. La malinconica dolcezza di Paolo Villaggio, il maestro, si sposa perfettamente con la vis drammatica del film, pennellato con scene spassose. Il film è una sottile denuncia alla pessima situazione delle scuole meridionali. Situazione quanto mai attuale. Non è raro, infatti, che la scuola primaria sia sprovvista dei materiali principali per i bambini, come la semplice carta igienica o il sapone. Il problema è che spesso e volentieri mancano i fondi. Per quanto gli insegnanti possano provarci, alle volte è difficile compensare la mancanza di materiale, che dovrebbe essere fornito dallo Stato. Gli stessi insegnanti o i genitori dei bambini, sono costretti ad autofinanziare la scuola, per poter sostenere il materiale necessario ai piccoli.

Il film rispecchia in particolar modo le situazioni critiche di alcuni bambini campani.

Così come esiste il bianco, esiste anche il nero, e “Io speriamo che me la cavo” lo rappresenta al meglio, con una certa ironia e fine drammaticità. Nelle periferie napoletane, come Scampia, Secondigliano, o il quartiere di Poggioreale, non sono affatto rare situazioni nelle quali i bambini hanno alle spalle genitori in carcere, tossicodipendenti, o alcolizzati. È il caso di Pasquale, bambino di 5 anni dato in affido ad una famiglia, poiché i suoi genitori biologici sono vittime di malattie psicologiche ed alcolismo. Oppure di Marta e Dario, i cui padri sono affiliati alla delinquenza e trascorrono i giorni in carcere. “Io speriamo che me la cavo” lancia però, un messaggio importante per questi bambini: non siete soli.

La scuola, gli insegnanti (quelli amanti del proprio mestiere), possono essere un vero e proprio faro per i bambini sprovvisti di guide, costretti all’arte del tutto partenopea dell’arrangiarsi per poter sopravvivere. Nella scena finale del film, il pestifero Raffaele dice al maestro: “professò ecco il tema, ci ho provato … perché la scuola la schifo, ma a vuij, a vuij no”. Entrambi commossi, si salutano, mentre il treno è in partenza.

Mi piacerebbe lavorare come giornalista, amo scrivere ma la musica ha un suo spazio del tutto personale in me, in particolare lo studio del canto. Non sono pretenziosa ma nemmeno approssimativa, scrivo di ciò che vedo, leggo e sento, con un pizzico di obiettività.

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