A trent’anni dalla scomparsa del commediografo napoletano Annibale Ruccello, morto giovanissimo a soli trent’anni, Isa Danieli ne propone tre estratti per un omaggio vivo e ricco di commozione

Annibale Ruccello è un nome che, purtroppo, suona sconosciuto a tanti che seguono affezionatamente il mondo del teatro, anche ai napoletani stessi.

La verità è che si fa ancora poco per conservare l’intensa e purtroppo breve produzione artistica che Ruccello – drammaturgo, ma anche attore e antropologo – ci ha lasciato prima di morire in un tragico incidente nell’ottobre del 1986.

Ruccello era un antropologo. Si laureò con una tesi sulla Cantata dei pastori, ai cui lavori di preparazione teatrale seguì da uditore. Superò un difficile concorso e fu assunto alla soprintendenza dei Beni Culturali di Napoli. Ma nel sangue aveva il teatro, e di punto in bianco lasciò il lavoro per dedicarsi completamente a esso, e debuttare da attore, autore e regista nel suo Le cinque rose di Jennifer.

Isa Danieli fu la protagonista del suo ultimo spettacolo, Ferdinando, che a oggi è il testo più famoso e rappresentato di Ruccello in tutto il mondo. Tra lei e Annibale c’era un legame forte e grande.

Proprio per questo, in occasione dei trent’anni dalla sua scomparsa, Isa Danieli e Manlio Santanelli – altro grande drammaturgo napoletano –  hanno messo in scena Serata d’amore, che ha debuttato al teatro Nuovo di Napoli mercoledì 26 ottobre.

La scena è scarna, simbolica: una poltrona con un comò e un tavolino, un divano, un tavolo più grande. Le opere di Annibale Ruccello sono tutte ambientate in casa: case pervase dalla solitudine dei protagonisti, dalla loro alienazione rispetto al mondo. Tre evidenti stili diversi per l’arredamento, che lasciano intuire dove l’omaggio ad Annibale voglia andare.

La voce di Isa introduce il perché di Serata d’amore:

Serata d’amore è un omaggio devoto e accorato ad Annibale Ruccello, un percorso alla rovescia dalla sua ultima commedia alla prima, come a risalire un fiume. Un fiume che porta al centro di un continente, o di un pianeta. Un viaggio fino al nocciolo duro fino al cuore. Un cuore di tenebra, se non lo rischiarassero i lampi di un’ironia così mediterranea.

E così quell’unico grande salone della scenografia si trasforma nel letto (ora poltrona) di donna Clotilde (Ferdinando), nel divano di Ida (Weekend) ma anche in quello di Jennifer (Le cinque rose di Jennifer), con il tavolo apparecchiato da lei in attesa di Franco. E Isa Danieli si trasforma magistralmente in tutti e tre i personaggi, mettendo in scena da sola il cuore delle tre opere interpretando prima donna Clotilde, poi Ida, poi Jennifer ma anche Anna, l’altro travestito che cerca aiuto in casa di Jennifer. Nell’intervallo fra una trasformazione e un’altra, anche solo nella voce registrata della madre di Adriana, che la costringe all’aborto in un flashback di Notturno di donna con ospiti.

Non ci sono altri personaggi, c’è solo lei, Isa Danieli, che tiene la scena completamente  sola. Don Catellino, Gesualdina, Ferdinando, Marco, ci sono nelle parole e nelle relazioni che Isa ha sul palcoscenico, ma non fisicamente. Ma noi li vediamo, ne scrutiamo ogni movimento attraverso le reazioni di donna Clotilde e di Ida. Sono fantasmi, parlano senza esserci. Un’interpretazione complessa, magistrale, di un’attrice di talento grande e di ancora più grande maturità. Nel momento in cui si trasforma continuamente, diventando Jennifer e poi Anna, e poi Jennifer e poi di nuovo Anna, tocca un punto altissimo, interpretando da sola un dialogo tra due personaggi fondamentali per arrivare al disturbante finale di Le cinque rose di Jennifer.

La riflessione della Danieli e di Santanelli, per ricostruire questo omaggio a Ruccello, parte dalla solitudine.

L’opera di un commediografo di qualità mal si presta a essere ricondotta, anche soltanto in sede di interpretazione, a un unico concetto generale che possa valere per ogni testo di cui quell’opera si compone. Ricomporre, in tal caso, equivarrebbe a ridurre. Ciò vale ancora di più se riferito all’intera produzione di Annibale Ruccello che, per l’indubbia capacità che egli possiede di raccogliere dalle silenziose esplosioni del quotidiano la più piccola scheggia, il minimo frammento che ne rievochi con struggente amarezza la perduta integrità, si sottrae ostinatamente all’uso di singole chiavi di lettura

scrivono i due ed è necessario precisare.

Tuttavia, leggendo e rileggendo le commedie di Ruccello, ci si imbatte di continuo in un tema che, in forma sempre diversa, ricorre con ossessiva puntualità nelle opere del commediografo napoletano: la solitudine.

Ma la solitudine che aleggia nelle atmosfere teatrali di Ruccello, e le inchioda a un panorama di spietata attualità, è di una qualità del tutto speciale, come speciale è la circostanza in cui i suoi personaggi contraggono un simile malessere. Quella solitudine è sempre vincolata all’amore attraverso un preciso nesso di causalità. Quella solitudine è, in breve, il prezzo che deve pagare chi ama o anche chi soltanto dispone ad amare.

La civiltà in cui viviamo, e che il teatro di Ruccello ci restituisce in tutte le sue contraddizioni, sembra favorire l’amore, ma in realtà è ferocemente erotofobica. Resta la solitudine, ultima disperazione, e perciò la Serata d’amore, che diviene automaticamente una serata di solitudine.

Perciò la solitudine in scena di donna Clotilde, solo virtualmente circondata, di Ida, e di Jennifer e Anna. Una riflessione profonda nelle opere di Ruccello.

L’impiego della Danieli come attrice solista si rivela anche un’inquietante soluzione stilistica. Il suo folle monologare, il suo ansimante dialogare con interlocutori invisibili, alla fine sembra insinuare che tutto il teatro di Ruccello possa essere letto come una ricca galleria di personaggi che parlano ai fantasmi, che si muovono in mezzo ai fantasmi

scrivono la Danieli e Santanelli.

 

L’opera di un commediografo di qualità – abbiamo detto – mal si presta a essere ricondotta a singoli concetti generali. Ma peggio ancora si presta a essere esplorata, a essere penetrata nel suo mistero di fondo. Se con questo spettacolo ci siamo appena accostati a quel mistero, se soltanto lo abbiamo sfiorato, possiamo dire con soddisfazione che ne è valsa la pena

concludono.

E noi concludiamo dicendo che il mistero Ruccelliano, con tutti i suoi fantasmi, ci ha coinvolti, e che la pena quindi ne è valsa.

Il prossimo spettacolo del teatro Nuovo è Numero Primo, studio per un nuovo album, di Gianfranco Bettin e Marco Paolini, con regia e interpretazione di Marco Paolini. Uno spettacolo di fantascienza. Uno dei più grandi narratori italiani in un nuovo esperimento, nato dalla necessità di parlare della pervasiva rivoluzione tecnologica, dell’attrazione e della diffidenza verso di essa, del riaffiorare del lavoro manuale come resistenza al digitale, di biologia e altri linguaggi, ma seguendo il filo di una storia più lunga che forse sarà raccontata a puntate, così come i primi Album. Paolini sarà in scena da mercoledì 9 a domenica 13 novembre.

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