Passione è un film tra il documentario e il musicale. Il suo regista è John Turturro, che con passione, appunto, ha dedicato questo bel film a Napoli.


È il 2010, e il film Passione a metà tra l’essere un documentario e un film musicale, viene presentato alla 67esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Vincitore di due premi: il Capri Cult Movie Award e il Premio Loano, nel 2011 Passione diventa anche un tour musicale nazionale. Alla regia di Passione c’è John Turturro. Questi è un regista e attore italo – americano. Sua mamma è della provincia di Agrigento, il padre di Bari. Il legame con il Belpaese Turturro non l’ha mai spezzato, ed è evidente con Passione. Dopo aver sperimentato già con Romance & Cigarettes il genere musicale, Turturro si dedica stavolta alla musica napoletana. Ben inteso, la musica napoletana antica.

Il film è girato a Napoli, e dopo quasi ogni canzone gli esponenti della scena musicale partenopea, raccontano aneddoti interessanti legati alla nostra musica. Le note di apertura della pellicola sono affidate alla, stavolta, malinconica voce di Mina, che ben si sposa con la canzone di Sergio Bruni, Carmela. A seguire, uno dei protagonisti della nostra terra: o’ rre, il Vesuvio. Questo gigante buono, così maestoso e motivo di preoccupazione, per le sue eruzioni passate, è cantato dai bravissimi Spakka – Neapolis 55. Nel documentario sono vari gli artisti che prestano i loro strumenti e le loro voci, spiccano tra questi: Pietra Montecorvino, Massimo Ranieri, Raiz, Peppe Barra, James Senese, Avion Travel, Fiorello, Gennaro Cosmo Parlato ed Enzo Avitabile.

Pietra Montecorvino durante una scena del film.

Nel ventre storico di Napoli, le canzoni hanno come scenari i luoghi più disparati: il chiostro di San Martino, il palazzo dello Spagnolo, il castel dell’Ovo, il palazzo Giusso, i vicoli e i mercati. Passione è un documentario che si addentra nella vita partenopea. Turturro non giudica Napoli, non è melenso, mai languido e con sguardo quasi illuministico e sempre carismatico porta lo spettatore nella vera Napoli. Sono splendidi i filmati che riguardano la Napoli degli anni ’40, quella della liberazione americana. A rendere il documentario così particolare, è anche la miscela perfetta delle varie culture, invasioni e influenze che Napoli ha avuto dentro di sé. Turturro questo lo sa, e lo sa anche Raiz, cantante napoletano che afferma così: essere napoletano è essere tutto, e non essere niente.

Delle miscele mondiali che a Napoli hanno avuto terreno fertile ne sono ottima testimonianza almeno tre elementi del film. C’è una donna, che balla il flamenco nelle scene iniziali. C’è Misia, cantante portoghese che assieme agli Avion Travel canta Era de maggio. C’è M’Barka Ben Taleb, cantante tunisina. C’è Max Casella, pseudonimo di Maximilian Deitch, attore statunitense. E poi c’è il maestro del sassofono: James Senese. James è un uomo la cui fisicità parla da sé. Figlio di un soldato afroamericano e una donna napoletana, Senese è il perfetto connubio tra cultura partenopea e americana.

Con la storia di Senese nasce una piccola parte dedicata ai rapporti tra i soldati e le donne napoletane, spesso non consensuali. Ed ecco che parte Tammurriata nera: è uno dei pezzi più forti del film, a cantare ci sono tre culture, Peppe Barra, Max Casella e M’Barka Ben Taleb. Perché Napoli è anche questo: accoglienza, consapevolezza di sé e del proprio passato. Ma, dietro la Tammurriata nera si nasconde, alle spalle della sua leggerezza, la dolorosa esperienza della guerra e delle violenze. Forse questo è il punto cruciale del film. Napoli, così unica nel suo genere, dietro un sorriso cela un dolore insanabile, una ferita sanguinante che con maestria addolcisce e attira con il suo gusto dolce amaro.

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