In scena al San Ferdinando la commedia di George Bernard Shaw, Pigmalione

E’ in scena dal 2 al 20 marzo al san Ferdinando di Napoli la commedia di George Bernard Shaw, Pigmalione. La storia del professore di fonetica che, per scommessa con un amico, istruisce una venditrice di fiori del popolo per renderla una donna raffinata trova quindi una nuova connotazione nella traduzione di Mario Santanelli. Qui la fioraia diventa della provincia di Napoli, mentre il professore, esperto stavolta di tutti i dialetti campani, è di Riviera di Chiaia.

Sotto l’acuta regia di Benedetto Sicca, già autore di “Il giardino dei ciliegi” nel 2014 e di “Morte della bellezza” nel 2015, la commedia si arricchisce di innumerevoli sfumature. È presente come nel testo originale la libertà rubata, il rapporto di subalternità tra la donna e il suo maestro che si reinventa un Dio, plasmandola come fosse un blocco di marmo, per usare le parole del regista. Due ore e mezza di appassionati dialoghi dalla forza struggente, colmi di significati celati, eppur percepibili, che gli attori portano in volto: Paolo Serra o professor Puoti, e Gaia Aprea o Luisa la fioraia, non discutono ma spaccano il palco, si gettano mezzi bagnati in macchie di pioggia. L’accompagnamento del violino di Riccardo Zamuner intensifica l’andamento melodico delle parlate dialettali dei personaggi, rendendo la lingua puro suono. Trattate con cura sono le psicologie dei personaggi: il professor Puoti è un uomo cinico, scapolo in conflitto con il genere femminile. Le uniche donne che può riconoscere come vicine sono maman, sua madre e la signora Verdiani, governante di casa: non a caso entrambe interpretate dalla stessa attrice, Antonella Stefanucci. E non è un caso neppure che il suo diamante grezzo sia proprio una donna che si offre incondizionatamente per essere modellata secondo il gusto della società dell’epoca. Ella si ritrova, alla fine della sua metamorfosi (non a caso) vuota, abbandonata dal suo creatore all’angolo di una strada, senza riconoscersi. Troverà successivamente nell’amore senza riserve del giovane Federico uno spiraglio di luce, un vero scopo per cui vivere.

Ma non è solo nei rapporti interpersonali che l’opera si compie: la lingua, da espediente narrativo diventa in realtà uno dei protagonisti. L’invenzione di un crogiolo linguistico apposito per Luisa, donna del volgo, fonde insieme parole antiche e ibridi dialettali, per far fronte all’equivalente inglese, anch’esso inesistente, e chiamato cockney.

L’allestimento minimale, trasparente e acqueo del palcoscenico brilla illuminato da un grande lampadario da salotto borghese. Gli attori del primo anno della Scuola del Teatro Stabile fluttuano da una parte all’altra del palco come farfalle, nonostante molti siano alle loro prime esperienze davanti ad un grande sipario. La perfetta armonia tra la musicalità dei movimenti e la sceneggiatura, unita ad un’ottima interpretazione, lasciano lo spettatore ad occhi aperti, incollato alla poltrona.

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