Aldo Rapè riscrive, dirige e interpreta – in Pert – la storia di Sandro Pertini, dai primi entusiasmi giovanili alla prigionia, fino alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Il teatro Elicantropo di Napoli ospita la sua poetica teatrale, ancora una volta ricca di simboli e di una velata poesia.

Parlare di un regista o di una compagnia senza conoscerne il percorso artistico è difficile. Per questo mi sento a mio agio nell’introdurre Pert di Aldo Rapè, in scena all’Elicantropo: perché di Aldo – e della sua compagnia Prima Quinta – ho visto quattro spettacoli, che insieme tracciano un sentiero molto largo nel quale l’attore, regista e drammaturgo siciliano si muove con grande naturalezza.

Pert è la storia di Sandro Pertini. Non credo sia necessario spendere troppe parole su questo grande uomo del Novecento italiano. Prima socialista mandato al confino, poi carcerato, poi partigiano, è stato protagonista della vita politica italiana dell’immediato dopoguerra. Fu presidente della Repubblica tra il 1978 e il 1985, e lo fu anche durante i mondiali di calcio del 1982, quando giocò a scopone con Zoff, Causio e Bearzot (e qualcuno lo ricorda soltanto per quello…).

Di questo Sandro Pertini che ne ha vissute così tante, Pert ci racconta la vita fino al 1945. Ossia dalla sua nascita (che risale al 1896) fino alla liberazione italiana (cioè il 25 aprile 1945). In mezzo, fra queste due date, c’è una storia straordinaria, e soprattutto vera. Una storia fatta di cultura, impegno politico, esìli, prigionie, clandestinità, lotte.

Non starò qui a raccontare la vita di Pertini, perché Pert lo fa benissimo. Però starò qui a raccontare, almeno per poche righe, le piccole fiamme che ogni spettacolo di Aldo Rapè sa accendere.

Un momento di Pert

 

Pert e Aldo Rapè

La storia di Pert, nella finzione dello spettacolo, è narrata da Ciro, una staffetta partigiana arrivata fin dalla Sicilia. E Ciro non parla all’aria o al pubblico in sala, ma a tre marionette. Tre marionette che di volta in volta animano le parole di Mussolini, di Badoglio, dell’arcivescovo. E insieme a Ciro e alle tre marionette c’è un grammofono chiamato Grammo.

Queste presenze animano una scena già ricca di suo. Ci sono libri, lampadine, una camicia appesa, un secchio, una valigia.

E mentre in altri suoi monologhi – come PinuccioViva la mafia – il vuoto intorno al protagonista si faceva vivo segno poetico, in Pert è questa abbondanza che trascina nelle turbolente vicende umane di Sandro Pertini. Il paese natio che si allontana sempre di più, tra esìli e prigionie, diventa un palloncino a elio che si solleva in cielo. I libri diventano i viali su cui inizia il proprio cammino verso l’essere uomini. Le lampadine che si accendono rimangono accese come certi ideali imprescindibili. Immancabile, poi, la pipa di Pertini.

Insomma, un lavoro in cui Aldo Rapè va incontro coscienziosamente a Sandro Pertini, senza rinunciare alla vena poetica che caratterizza i suoi lavori ma al contempo utilizzando con la giusta consapevolezza i propri strumenti per dare vita a uno spettacolo con impianto narrativo e per giunta biografico.

Oltre, quindi, agli elogi all’autore/attore/interprete, sono d’uopo i riconoscimenti a Giuseppe Rapè per la collaborazione al testo, Annalisa Ciaramella per i costumi, Marco Ghidelli per il disegno luci, Cartura per gli elementi scenici e Lauro Versari (già regista del meraviglioso Mutu) per la consulenza alla regia.

Ancora un momento di Pert
L’Elicantropo e i teatri indipendenti

In ultima istanza, mi permetto una parentesi sul teatro Elicantropo, che va però intesa in senso più largo e quindi è relativa a tutti gli spazi teatrali indipendenti di Napoli (e provincia).

I teatri indipendenti non ricevono sovvenzionamenti statali fissi. Nessuno, in sintesi, dà uno stipendio a nessuno. Tutti questi teatri vivono delle proprie attività: che siano queste i laboratori teatrali, la stagione di prosa, l’affitto della sala, le produzioni originali, la ricerca di sponsor e così via.

I teatri indipendenti, quando scelgono di ospitare compagnie (soprattutto se extra regionali), lo fanno senza garanzie. Nessuno dice agli artisti che l’incasso sarà abbastanza consistente da rimborsare vitto e alloggio e da garantire un guadagno. Nessuno dice ai teatri, nel caso di ingaggi a cachet, che non sarà necessario rimetterci i soldi di tasca propria, se i ricavi non dovessero essere sufficienti.

Scegliere di seguire l’attività di teatri indipendenti è un atto politico e culturale importante. Significa dare delle possibilità in più a spazi che decidono di ospitare giovani compagnie, nuove drammaturgie, artisti di “fuori”.

In poche parole, spazi che fanno bene al teatro.

Lo spettatore, con le sue scelte, è responsabile e “protagonista” della scena teatrale. Essere spettatori consapevoli non può che fare del bene al teatro.

Terminato questo lungo sproloquio, è bene dire: che lo spettacolo sarà in scena fino a domenica 25 febbraio, che l’orario è alle 21 tutti i giorni tranne la domenica che è alle 18, che il teatro Elicantropo è in vico Girolamini al numero 3, e che per informazioni si può chiamare al 3491925942 al mattino e al 081296640 al pomeriggio.

Detto questo, buon teatro a tutti. Andate a teatro! 🙂

E ancora grazie all’Elicantropo diretto da Carlo Cerciello che ha ospitato un ottimo spettacolo.

19 anni. Studente di lettere moderne. Fondatore di Vaffanstudio e caporedattore di Terre di Campania. Aspirante giornalista, scrittore, enigmista, ludolinguista. Amore per il teatro e per il mio teatro, Rostocco. Passioni di ogni tipo e voglia di scoprire sempre di più, sempre di tutto.

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