Così parlò Bellavista è una pietra miliare del nostro cinema. Ad opera di Luciano De Crescenzo, la pellicola rappresenta problemi napoletani, e carattere napoletano, sempre attuali.

Luciano De Crescenzo è uno dei punti di riferimento della cultura napoletana. Dopo essersi laureato in ingegneria idraulica, ed essendo stato alunno di Renato Caccioppoli, nel 1976 scelse di dedicarsi alla scrittura. Così parlò Bellavista è uno dei suoi più famosi film, tratto dal libro omonimo del regista – autore. Mentre il libro è stato scritto nel 1977, il film risale al 1984, facendo conferire il David di Donatello come miglior regista esordiente a De Crescenzo. Ma Così parlò Bellavista non potrebbe essere più attuale.

Gennaro Bellavista (Luciano De Crescenzo) è un professore di filosofia in pensione. Bellavista è sposato con Maria (Isa Danieli). Il professore ha una figlia, che si chiama Aspasia in realtà, ma la quale ha adottato un nome più comune, quello di Patrizia. Godendo della stima degli uomini dalla istruzione più disparata, Bellavista crea un circolo filosofico con loro, distinguendo gli uomini d’amore, dagli uomini di libertà. Gli uomini d’amore, in Italia, sono i napoletani. Quelli di libertà, sono i milanesi. Caso vuole che il dottor Cazzaniga (Renato Scarpa) diventi direttore dell’AlfaSud, trasferendosi nel condominio di Bellavista. Dopo un’iniziale diffidenza dai napoletani, il dottor Cazzaniga mostra di non essere poi così diverso da loro, e instaura un rapporto di stima profonda con il professore. Sarà proprio Cazzaniga, tra l’altro, ad indirizzare la figlia di Bellavista e suo marito (architetto, ma al momento disoccupato) a lavorare a Milano.

La trama è semplice, ma Così parlò Bellavista ha lasciato un solco nella storia. La teatralità napoletana si respira in ogni scena. Già dall’inizio del film, De Crescenzo ha saputo rappresentare i napoletani. Il tassista che conduce Cazzaniga al suo condominio, da bravo napoletano, è estroverso, cordiale, gli offre un caffè. I due arrivano in un bar, e non appena Cazzaniga afferma di essere il direttore dell’AlfaSud, ecco che tutti gli si avventano addosso, chiedendo un lavoro per i figli e i nipoti.

Lo stare insieme tra i condominiali, il fare i pomodori nella stessa stanza, l’affabilità, si incontrano con due grossi problemi napoletani. La disoccupazione si palesa immediatamente. Il marito di Patrizia (Giorgio), poi, è un laureato in architettura. E, come molti laureati, non ha un lavoro, nonostante abbia inviato il proprio curriculum ovunque. I due ragazzi decidono di rimboccarsi sempre le maniche, e insieme gestiranno il negozio dello zio di Giorgio, che vende articoli religiosi.

Alla porta si palesa un altro cancro: la camorra. Ecco che il pizzo viene chiesto immediatamente. Ed ecco che il mandante della camorra, non il boss in persona, dimostra di voler fare addirittura uno sconto ai due, perché hanno aperto da poco. Di buon cuore, questo signore, vero? Quando i due ragazzi palesano la totale intenzione a non pagare il pizzo, arriva il grande capo. La scena è emblematica. Quando il boss del clan entra, e minaccia di uccidere i commercianti se non avessero pagato, De Crescenzo regala una sua perla sulla camorra.

Il film si conclude in modo agrodolce, ma che appiatta le differenze tra l’Italia meridionale e quella settentrionale, altra questione fondamentale. La realisticità del film è (purtroppo) ancora attuale. È necessario Cazzaniga per poter far lavorare due menti napoletane, questo è doloroso. È piacevole, però, riscontrare che Cazzaniga abbia difficoltà con alcuni suoi vicini dell’Europa del Nord. Perché, alla fine “si è sempre meridionali di qualcuno” e Cazzaniga e Bellavista lo comprendono, insieme.

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