I frutti antichi d’una lingua quotidiana, le influenze delle lingue classiche sul napoletano

C’era una volta una terra sorprendente, la terra dei mille strati della Storia, che lasciava scoperte sotto un cielo immenso le cicatrici dei secoli che aveva vissuto.

C’era una volta la Campania.

La nostra regione conserva ancora il ricordo della sua primordiale infanzia.
Prendiamo ad esempio Napoli: nelle profondità delle sue viscere antiche, nella struttura urbanistica del suo centro storico, risplende sotto gli occhi di tutti la luce della prima Neapolis.

Delle mura greche, dei resti romani, dell’impianto ippodameo o degli antichi templi che erano soliti giacere dove ora si ergono chiese cristiane, abbiamo – o quanto meno, possiamo avere – una percezione concreta.

napoletano

Ma c’è una forza potentissima e sacra a nostra disposizione, che, ignari, utilizziamo tutti i giorni: essa, più di tutto, reca in sé gli indizi pervasivi della cultura classica che ci ha formato.

È la forza del linguaggio. napoletano

Non lo sappiamo, o quanto meno non ne abbiamo piena consapevolezza, ma la maggior parte delle parole che usiamo – soprattutto, e più di tutto, nel nostro splendido dialetto – hanno un’origine che fende la densa nebbia dei secoli e unisce ieri e oggi in un’unica, dritta linea.

Una giornata in napoletano

Mettiamo caso che sia, ad esempio, un giovedì, intorno mezzogiorno; ci stiamo accingendo proprio adesso a chiudere ‘a puteca, (la bottega, dal greco: apothéke) e a dirigerci a casa per pranzare dopo una mattinata di lavoro.

D’un tratto, agitata nuvola che oscura per un attimo il sole, ci passa sopra la testa uno stormo di aucielli. I bambini alzano gli occhi, smettendo di pazzeare (dal greco paizo), li indicano con il dito, e nemmeno noi possiamo fare a meno di gettare loro uno sguardo. Eppure, lo sappiamo o no che uno di questi aucielli potrebbe essere discendente diretto, di nome e di fatto, di un avicellum che attraversava i cieli italici secoli fa?

Lo stormo vola via, e allora, papéle papéle, (dal greco papos, lentamente, con calma), ci avviamo verso casa. Lungo la strada, ci fermiamo ad accattare (da ktaomai) un po’ di cerase, forse colte dallo stesso albero che un tempo nutriva qualche matrona golosa (il termine deriva infatti direttamente dal latino cerasum).

Entrati finalmente a casa, ci tocca apparecchiare, ma dov’è finito ‘o mesale, la tovaglia, (si spera) privo delle macchie che qualche antico greco provocava col vino sul suo misalion? Quando ci accomodiamo finalmente a tavola, l’odore di petrusino, il prezzemolo, dev’essere proprio lo stesso del petroselinon latino di qualche secolo fa; ma queste carote, queste pastenache, non sono poi riuscite tanto gustose, e anche se hanno lo stesso nome che davano loro i latini, speriamo non fossero dello stesso sapore.

Dopo pranzo sarà l’ora di un caffè, e speriamo che non sia una ciofeca (dal greco kofos); se pur dovesse, comunque, ci toccherà consolarci con una buona crisommola (da cruson melon, frutto d’oro).

Quando ci accomodiamo sul divano di casa, sazi e soddisfatti, sono quasi le tre, e nell’arco di poche ore, da quando abbiamo chiuso ‘a puteca a quando abbiamo ingoiato l’ultimo pezzo di crisommola, abbiamo usato una impressionante quantità di parole greche e latine.

napoletano

L’elenco potrebbe anche continuare, ma qual è il senso di ricordare attraverso questo banale, quotidiano episodio, quanto il nostro linguaggio sia permeato della cultura classica? Quelli citati fino ad ora potrebbero sembrare a qualcuno meri aneddoti. Ma la realtà che celano queste “curiosità” è una realtà fondamentale, di memoria storica, che si tramanda attraverso i secoli nella più preziosa e conservativa cassaforte della cultura: la lingua.

La Storia rivive nelle parole che utilizziamo per comunicare. E l’ostinazione che abbiamo nel tramandare di bocca in bocca termini che hanno origine greca o latina è un segno (se vogliamo, più tangibile dei resti antichi o dei monumenti, ma allo stesso tempo più impercettibile) della cultura classica di cui siamo figli. E quindi, custodi.

L’identità di ogni popolo, ma addirittura quella di ogni singola persona, passa attraverso la sua lingua, e anzi in essa e con essa si crea e si evolve in un continuo processo di esclusione e conservazione.

Nella nostra quotidianità e nella sua più semplice e immediata espressione, noi siamo dunque l’ombra, sfuggente ma nettissima, della cultura che ci ha fatti nascere.

Siamo spugne, e la cultura classica è l’acqua che ci imbeve. napoletano

Siamo stoffa, e la cultura classica è il colore che ci tinge. napoletano

Essa è le radici, ma ancor di più il terreno, grazie alle quali e nel quale continua a crescere l’albero di cui siamo, inconsapevolmente, i rami più ostinati: quelli che saranno, sempre, carichi di frutti.

E chissà che non siano proprio cerase. napoletano

Per approfondimenti: A. VARVARO, R. SORNICOLA, Considerazioni sul multilinguismo in Sicilia e a Napoli nel primo Medioevo. napoletano

 

Commenta